IL GIORNO DELLO SCIACALLO di FREDERICK FORSYTH É il 1963. L'OAS, l'organizzazione eversiva francese, É ridotta alla disperazione. Nonostante sei tentativi, i militari ribelli non sono riusciti a realizzare il loro primo obiettivo: eliminare il generale de Gaulle, l'uomo che, a loro avviso, ha tradito la Francia, consegnando l'Algeria agli Algerini. L'OAS, assediata dai servizi di sicurezza della nazione, É sul punto di disintegrarsi. Ma il suo capo escogita un piano a prova di errore, basato su un sicario talmente abile nel suo mestiere da essere sconosciuto alle polizie di tutto il mondo: una specie di uomo invisibile, capace di passare indenne attraverso gli sbarramenti protettivi eretti intorno alla persona del Presidente, di giungere sul luogo dell'appuntamento per compiere la sua sinistra missione e infine dileguarsi nell'anonimato. Benché tutti conoscano la conclusione della vicenda, l'abilità eccezionale con cui l'autore sa fondere realtà e fantasia ci tiene col fiato sospeso fino all'ultimo istante di questa drammatica caccia all'uomo-ombra. Anatomia di un complotto. A Parigi, alle sei e quaranta di un mattino di marzo, faceva freddo: e sembrava ancora più freddo, poiché un uomo stava per essere fucilato dal plotone di esecuzione. A quell'ora, l'11 marzo 1963, un colonnello dell'aviazione francese stava davanti al palo piantato nella ghiaia gelata del cortile della prigione militare di Fort d'Ivry, mentre gli avvolgevano una benda intorno agli occhi. Il crepitare dei fucili non provocò alcun fremito sulla superficie della città che stava svegliandosi, solo il battito d'ali dei piccioni che si alzarono in volo verso il cielo ancora grigio. La morte del tenente colonnello Jean-Marie Bastien-Thiry, il capo di una banda di terroristi dell'OAS che aveva cercato di uccidere il Presidente della Repubblica francese, avrebbe dovuto porre fine agli attentati alla vita del Presidente stesso. Per un gioco del destino, essa, invece, ne segnò un inizio, e per spiegarne il motivo É necessario risalire alla sera del 22 agosto 1962, il giorno in cui Bastien-Thiry aveva deciso che il generale Charles de Gaulle doveva morire. Il sole era finalmente calato dietro le mura del palazzo dell'Eliseo, e lunghe ombre si proiettavano attraverso il cortile, portando un gradito sollievo alla calura estiva. Mentre gli abitanti della città si accingevano a fuggire verso il relativo refrigerio dei fiumi e delle spiagge, la riunione di gabinetto proseguiva dietro la facciata decorata del palazzo. Sulla ghiaia scura del cortile prospiciente, sedici lunghe e nere Citroen DS berlina aspettavano una in coda all'altra. Fu soltanto alle diciannove e trenta che i ministri scesero alla spicciolata la scalinata per salire a bordo delle rispettive auto. Soltanto due Citroen, alla fine, rimasero nel cortile. Alle diciannove e quarantacinque apparve Charles de Gaulle, che portava come sempre un doppiopetto color grigio-antracite e la cravatta scura, e scese lentamente le scale con la moglie Yvonne, dirigendosi verso la prima Citroen. L'auto, su cui batteva l'insegna del Presidente della Repubblica francese, era guidata da Francois Marroux, un autista della polizia con nervi d'acciaio, capace di guidare velocemente e con assoluta sicurezza. La moglie del Presidente prese posto sul sedile posteriore e il generale si accomodò accanto a lei. Il colonnello Alain de Boissieu, loro genero, prese posto sul sedile anteriore, accanto a Marroux. Sulla seconda auto, Henri Djouder, l'imponente guardia del corpo di quel giorno, sistemò la sua pesante rivoltella sotto l'ascella sinistra, poi si lasciò cadere sul sedile anteriore, accanto al guidatore, mentre il commissario Jean Ducret, capo dei servizi di sicurezza del Presidente, prese posto dietro di lui. Appostati sul lato occidentale del cortile, due motards, i poliziotti motociclisti dal caratteristico casco bianco, fecero rombare i loro motori e precedettero il piccolo corteo in Faubourg St-Honoré e di lì in Avenue de Marigny. Dietro la fila di ippocastani, un giovane a cavallo di una motoretta, dopo aver osservato il corteo che passava, si scostò silenziosamente dalla cordonatura del marciapiede e si accodò. Il traffico era normale, per una fine settimana di agosto come quella, e il passaggio dell'auto presidenziale non era stato preannunciato. Soltanto l'ululato delle sirene dei motociclisti segnalava l'avvicinarsi del corteo agli agenti addetti al traffico, i quali dovevano sbracciarsi e fischiare freneticamente per arrestare il flusso di auto e mezzi pubblici. Il corteo procedeva sempre più velocemente, ma l'uomo sulla motoretta, che si era messo nella scia delle auto ufficiali, non faticava a tenergli dietro. Quando queste giunsero nell'ampio Boulevard des Invalides, l'uomo cap¡ che il corteo sarebbe uscito da Parigi. Lasciò andare la manopola dell'acceleratore e deviò verso un caffÉ sull'angolo. A gran passi raggiunse il telefono in fondo al locale e formò un numero. Il tenente colonnello Bastien-Thiry, che stava aspettando quella telefonata in un bar del sobborgo di Meudon, ascoltò per qualche secondo, mormorò: “ Benissimo, grazie” e riappese il ricevitore. A passi lenti raggiunse il marciapiede davanti al locale, sfilò il giornale che teneva arrotolato sotto il braccio e con cura lo spiegò due volte. Dall'altro lato della strada, una giovane donna lasciò ricadere la tendina di pizzo di una finestra del suo appartamento e si rivolse ai dodici uomini sparsi nella stanza. “ É il percorso due” disse. Gli uomini uscirono dal retro della casa raggiungendo le automobili. Erano le diciannove e cinquantacinque. Bastien-Thiry aveva trentacinque anni, era sposato con tre figli e lavorava al ministero dell'aviazione. Dietro la facciata convenzionale della sua vita professionale e familiare, l'uomo covava un profondo rancore nei confronti di Charles de Gaulle che, a suo giudizio, cedendo l'Algeria ai nazionalisti algerini, aveva tradito la Francia e gli uomini che l'avevano richiamato al potere nel 1958. Molte migliaia di persone condividevano le sue idee, a quel tempo, ma pochi, in proporzione, erano i fanatici membri dell'OAS, l'Organisation de l'Armée SecrÉte, che avevano giurato di uccidere de Gaulle e di abbattere il suo governo. Bastien-Thiry era uno di questi. Bastien-Thiry aveva scelto personalmente il luogo dell'attentato: una lunga strada diritta, l'Avenue de la Libération, che portava all'importante crocevia di Petit-Clamart. In base al piano, un gruppo di franchi tiratori avrebbe dovuto aprire il fuoco quando l'auto presidenziale fosse giunta a circa duecento metri dal crocevia. Gli uomini si sarebbero dovuti appostare dietro un furgone parcheggiato sul ciglio della strada. Secondo i calcoli di Bastien-Thiry, quando fosse giunta all'altezza del furgone, l'auto di testa doveva essere crivellata da centocinquanta pallottole. Appena fosse stata bloccata l'auto presidenziale, un secondo gruppo di uomini, tra i quali Georges Watin, uno dei più pericolosi tiratori dell'OAS, sarebbe dovuto sbucare da una strada laterale per far saltare in aria con esplosivi, a distanza ravvicinata, l'auto del servizio di sicurezza. Nel giro di pochi secondi, i due gruppi avrebbero dovuto sterminare il gruppo presidenziale, per poi raggiungere a tutta velocità le automobili pronte per la fuga in una strada laterale. Lo stesso Bastien-Thiry doveva stare di vedetta. Alle venti e cinque i due gruppi erano appostati. A un centinaio di metri dal luogo dell'attentato, Bastien-Thiry stava con aria indolente vicino a una fermata d'autobus, con il suo giornale in mano. Agitando il giornale, avrebbe dato il segnale a Serge Bernier, il capo del primo "commando", e questi avrebbe trasmesso l'ordine agli altri. Superato il traffico del centro di Parigi, più congestionato, il corteo del generale de Gaulle raggiunse la velocità di quasi cento chilometri orari. Francois Marroux lanciò un'occhiata all'orologio, avvert¡ la nervosa impazienza del vecchio generale e spinse ancora più a fondo l'acceleratore. I due motociclisti battistrada rallentarono per mettersi in coda al corteo che, così disposto, stava avvicinandosi all'Avenue de la Libération. Erano le venti e diciassette. Un chilometro e mezzo più avanti, Bastien-Thiry stava rendendosi conto delle conseguenze di un suo grave errore. Per mettere a punto i tempi dell'attentato, si era servito di un calendario dal quale aveva saputo che il ventidue agosto il sole sarebbe tramontato alle venti e trentacinque. Il calendario consultato dal colonnello era, però, quello del 1961. Il 22 agosto 1962 il sole tramontava alle venti e dieci. Quei venticinque minuti dovevano cambiare la storia della Francia. Alle venti e diciotto, Bastien-Thiry avvistò il corteo che scendeva rombando per Avenue de la Libération verso di lui. Freneticamente agitò il giornale. Sull'altro lato della strada, un centinaio di metri più avanti, Bernier aguzzò rabbiosamente lo sguardo attraverso la penombra, verso la figura indistinta accanto alla fermata d'autobus. “ Ha già agitato il giornale, il colonnello?” domandò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Non aveva ancora finito di parlare che il muso da squalo della vettura presidenziale apparve improvvisamente. “ Fuoco!” gridò. Gli uomini aprirono il fuoco non appena il corteo passò davanti a loro. Le dodici pallottole che si conficcarono nell'auto dimostrarono l'abilità dei tiratori. La maggior parte di esse colpirono la vettura da tergo. Due copertoni furono centrati e i pneumatici, pur essendo a prova di foratura, per l'improvvisa perdita di pressione fecero sbandare la vettura in corsa e slittare le ruote anteriori. Numerose pallottole trapassarono la carrozzeria dell'auto e una andò a infrangere il finestrino posteriore, passando a poche dita dal naso del Presidente. Dal sedile anteriore, il colonnello de Boissieu rugg¡: “ State giù!” rivolto ai suoceri. Madame de Gaulle abbassò la testa, ma il generale ribatt‚ gelidamente: “Ma come, ricominciano?” e si voltò a guardare dal finestrino posteriore. Marroux teneva saldamente il volante impazzito e riportò con dolcezza la vettura in direzione di marcia, lasciando andare l'acceleratore. Dopo una momentanea perdita di velocità, la Citroen balzò di nuovo in avanti, verso l'incrocio al quale era in attesa l'auto con Georges Watin e il secondo commando dell'OAS. Alla coda dell'auto di Marroux era incollata quella del servizio di sicurezza, passata indenne attraverso la micidiale scarica di pallottole. Le due auto si avvicinavano a velocità tale, che al guidatore della macchina dell'OAS non restava che un'alternativa: o intercettarle, e quindi andare ad ammazzarsi tra le lamiere che lo avrebbero dilaniato, oppure innestare la frizione con mezzo secondo di ritardo. Scelse la seconda via. Quando fece schizzare la vettura dalla strada laterale, si trovò a fianco della seconda automobile. Sporgendosi dal finestrino destro, Watin scaricò il suo fucile mitragliatore sulla parte posteriore della DS che ora stava davanti a lui, ma senza risultato. Un attimo dopo, gli uomini dell'OAS si ritrovarono alle spalle del corteo presidenziale che voltava a tutta velocità sul rondò della piazza, proseguendo verso Villacoublay. Sul luogo dell'imboscata, gli uomini dell'OAS balzarono a bordo delle auto pronte per la fuga e scomparvero nel buio che stava calando. Il corteo arrivò a Villacoublay dieci minuti dopo. Quando la sua auto si fermò nel piccolo spiazzo sul quale era in attesa un elicottero, il generale emerse dall'auto sforacchiata e si ripul¡ il bavero della giacca dalle schegge di vetro. Senza curarsi delle ansiose raccomandazioni dei funzionari che lo attorniavano, girò intorno alla macchina per andare a offrire il braccio alla moglie. “ Vieni, mia cara, andiamo a casa” le disse e infine pronunciò il suo verdetto sull'OAS, davanti agli uomini dell'aviazione: “ Non sono capaci di mirare giusto”. Detto ciò accompagnò la moglie all'elicottero e vi prese posto accanto a lei. Mentre i giornalisti di tutto il mondo facevano congetture sul fallito attentato, la polizia francese, coadiuvata dal servizio segreto, lanciava la più massiccia cacc¡a all'uomo che il Paese avesse fino ad allora conosciuto. Il tre settembre riuscirono ad avere il primo indizio. Alle porte della citta di Valence, un posto di blocco della polizia fermò un'auto che ospitava quattro persone. Uno degli uomini era privo di documenti. Per l'interrogatorio di prammatica fu portato a Valence, dove si scopr¡ che era un disertore della Legione Straniera, di ventiquattro anni, Pierre-Denis Magade. In attesa di proseguire l'interrogatorio, un uomo della polizia che lo sorvegliava gli domandò scherzosamente: “ E allora, che cosa ci dici di Petit-Clamart?” Magade si strinse nelle spalle. “ E va bene” rispose. “ Che cosa volete sapere?” Davanti ai poliziotti che lo ascoltavano esterrefatti, Magade "cantò" per otto ore di fila, facendo nome e cognome di ognuno dei partecipanti all'attentato del Petit-Clamart. La polizia part¡ all'attacco: adesso sapeva a chi dare la caccia. Alla fine, soltanto uno riusc¡ a sfuggire: Georges Watin non É mai stato catturato e si presume che viva in Spagna. Bastien-Thiry e gli altri capi del complotto furono processati nel gennaio del 1963. Mentre il processo era in corso, il servizio segreto francese raccoglieva le forze per sferrare un altro decisivo attacco contro l'OAS. La denominazione ufficiale del servizio segreto francese É "Service de Documentation Ext‚rieure et de Contre-Espionnage", noto con la sigla di SDECE; esso si occupa sia dello spionaggio fuori dei confini della Francia sia del controspionaggio all'interno del Paese. Quest'ultimo settore É suddiviso a sua volta in sette servizi. Il servizio numero cinque aveva un nome di una sola parola, "Action", ed era il fulcro della guerra contro l'OAS. Dal quartier generale di Porte des Lilas, uno squallido sobborgo nord-orientale di Parigi, i cento "duri" dell'Action si misero sul sentiero di guerra. Per la maggior parte corsi, questi uomini erano quanto di più simile a James Bond si potesse trovare nella realtà: esperti nel combattimento con armi portatili, a mani nude, nel karat‚ e nello judo. Avevano frequentato corsi di interrogatorio con e senza l'uso della tortura, di rapimento, di incendio doloso, di omicidio. Avevano licenza di uccidere nell'adempimento del loro dovere e spesso se ne servivano. Alcuni di essi si erano arruolati nell'OAS e riuscivano a infiltrarsi anche nelle riunioni più riservate. Noti nel gergo poliziesco col nome di barbouzes, cioÉ "barbe finte", proprio a causa del doppio gioco che facevano, questi uomini erano odiati dall'OAS ancor più dei poliziotti. Negli ultimi giorni della battaglia per il potere tra l'OAS e le autorità golliste ad Algeri, gli uomini dell'OAS avevano catturato vivi sette barbouzes. I loro corpi erano stati più tardi ritrovati appesi a balconi e a lampioni, mutilati delle orecchie e del naso. Il 22 febbraio 1963, arrivò sul tavolo del capo dell'Action un appunto del servizio di controspionaggio della SDECE. Eccone un estratto: "Siamo riusciti a localizzare uno dei caporioni del movimento sovversivo, Antoine Argoud. Si É rifugiato in Germania, e, secondo le nostre informazioni, intende rimanervi per parecchi giorni... "Stando cos¡ le cose, dovrebbe essere possibile arrivare ad Argoud, e magari catturarlo. Poiché i servizi di sicurezza hanno respinto la nostra richiesta in merito, l'operazione deve essere condotta con la massima sollecitudine e discrezione". Il venticinque aprile, Argoud, il capo operativo dell'OAS in esilio fu catturato da due uomini dell'Action nel salone dell'albergo di Monaco in cui era alloggiato e trasportato di là dalla frontiera francese in un furgone di lavanderia. Fu scarcerato solo nel giugno del 1968. Di una cosa, però, gli uomini dell'Action non avevano tenuto conto: eliminando Argoud, essi avevano spianato la strada al suo fantomatico vice, il poco noto ma altrettanto astuto Marc Rodin, il quale assunse cos¡ il comando delle operazioni. Sotto molti aspetti si trattava di un cattivo affare. La fucilazione di Jean-Marie Bastien-Thiry fu annunciata l'undici marzo da Radio Europa, col notiziario delle otto. Marc Rodin ud¡ la notizia in una piccola stanza d'albergo in Austria. “ Bastardi.” Rodin mormorò la parola pacatamente, ma caricandola di un indicibile veleno. Alto e smilzo, con un volto cadaverico scavato dall'odio, era un uomo che sapeva generalmente mascherare le sue emozioni con una freddezza per niente latina. Rodin era uno che veniva dalla gavetta. Figlio di un ciabattino, era riparato in Inghilterra quando i Tedeschi avevano invaso la Francia, e si era arruolato come soldato semplice sotto le bandiere della Croce di Lorena. Aveva partecipato a sanguinose battaglie nell'Africa settentrionale e in Normandia, conquistandosi cos¡ quei galloni di ufficiale che altrimenti, a causa della sua scarsa istruzione e della sua estrazione sociale, non avrebbe mai potuto ottenere. Nella Francia post-bellica si era trovato di fronte a un bivio: tornare alla vita civile e quindi al mestiere di ciabattino, oppure restare nell'esercito. Aveva optato per quest'ultimo, ma, nel vedere la nuova generazione di ragazzi sfornati dall'Accademia superarlo nel grado e nei privilegi, l'amarezza aveva cominciato a farsi strada in lui. Gli rimaneva una sola possibilità. Si era arruolato tra i paracadutisti, in uno di quei reggimenti formati da uomini scelti e senza scrupoli, che stavano combattendo contro i comunisti nell'Indocina francese. Alla fine della guerra di Indocina Rodin aveva i galloni di maggiore e, trascorso in Francia un anno di pene e di delusioni, era stato mandato in Algeria nel 1956. Per Rodin, la cessione dell'Indocina era stato un colossale tradimento dei bravi giovani che, a migliaia, erano morti laggiù, apparentemente per nulla. Personalmente, aveva deciso che non dovevano più esserci tradimenti. L'Algeria l'avrebbe dimostrato. L'Algeria faceva parte della Francia, era abitata da tre milioni di francesi. Per l'Algeria si sarebbe combattuto come per la Normandia. I ribelli, tuttavia, erano un osso molto più duro di quanto Rodin avesse creduto in un primo momento. Evidentemente, dovevano esserci maggiori aiuti da parte di Parigi. Infatti, proprio i generali che scandivano il motto "Algérie francaise" avevano fatto tornare al potere in Francia il generale de Gaulle come primo ministro nel giugno del 1958. Sbarazzatosi senza difficoltà della corrotta e vacillante Quarta Repubblica, de Gaulle aveva fondato la Quinta e quando, nel gennaio del 1959, aveva pronunciato quel motto, Rodin si era ritirato nella sua stanza e aveva pianto. In quel momento, non aveva avuto dubbi che il generoso appoggio della Francia ai suoi fratelli d'Algeria doveva essere imminente. Quando de Gaulle aveva cominciato ad attuare i suoi provvedimenti per ricostruire la Francia a modo proprio, Rodin aveva pensato che dovesse esserci un errore. Poi, quando c'era stata la prova irrefutabile che nella concezione gollista di una Francia rinnovata non c'era posto per l'Algeria francese, il mondo di Rodin si era frantumato come un vaso di porcellana. Della sua fiducia, della sua speranza non era rimasto nulla. Soltanto odio. Odio per il sistema, per gli uomini politici, per gli intellettuali, per gli Algerini, ma soprattutto odio per quell'uomo. Rodin aveva trascinato l'intero suo battaglione nel putsch militare dell'aprile 1961. Il putsch era fallito dopo che decine di migliaia di coscritti, in Algeria, avevano udito alla radio la voce di de Gaulle lanciare un messaggio molto simile a quello che lo stesso Rodin aveva udito nel giugno del 1940: "Vi trovate di fronte a una scelta di fedeltà. Io sono la Francia, lo strumento del suo destino. Seguitemi. Obbeditemi". Alcuni comandanti di battaglione si erano ritrovati di colpo soltanto con un pugno di ufficiali, mentre la maggior parte dei loro sergenti li aveva abbandonati. Rodin era stato più fortunato. Centoventi dei suoi ufficiali, sottufficiali e soldati semplici erano rimasti con lui. Insieme con gli altri putschistes, essi avevano costituito l'OAS, con l'impegno di abbattere il Giuda che stava all'Eliseo. Quando i coloni francesi avevano ceduto per un pugno di spiccioli i frutti di un'intera vita di fatiche e abbandonato la costa devastata dalla guerra, gli uomini del]'OAS avevano compiuto un'ultima, atroce vendetta su tutto ciò che erano costretti a lasciare dietro di sé. Quando aveva avuto fine quell'orgia di devastazione, ai capi dell'organizzazione, i cui nomi erano ben noti alle autorità golliste, non rimaneva che l'esilio. Nell'inverno del 1961, Rodin era divenuto aiutante di Argoud come capo operativo dell'OAS in esilio. Nell'offensiva lanciata dall'OAS sul territorio metropolitano della Francia da quel momento in poi, Argoud aveva portato il suo fiuto, la sua ispirazione; Rodin lo spirito organizzativo, l'astuzia, l'abilità, il buonsenso. E ora, in quel mattino dell'undici marzo, Rodin, fumando una sigaretta dopo l'altra, concentrava tutte queste sue qualità su un piano per uccidere Charles de Gaulle. Con il rapimento di Argoud e, ora, con la fucilazione di Bastien-Thiry, il morale dell'OAS aveva sub¡to un duro colpo; tuttavia, non era difficile trovare sicari: il problema era quello di trovare un uomo o un piano che avesse in sé un solo elemento, ma abbastanza originale per far breccia nel muro di sicurezza che era stato eretto intorno alla persona del Presidente. Poiché l'Action era riuscita a infiltrarsi nell'OAS, le facce di tutti i membri disponibili per assolvere il compito erano ormai scolpite nella mente di ogni poliziotto di Francia, oltre che di milioni di cittadini. Inoltre, qualsiasi piano elaborato in quella fase, che comportasse progetti e il coordinamento dei vari gruppi, sarebbe stato "soffiato" prima ancora che il sicario potesse arrivare a cento chilometri dal Presidente. Poco prima di mezzogiorno, Rodin trovò la soluzione. Per un attimo la scartò, ma poi ci tornò sopra. Se fosse riuscito a trovare qualcuno perfettamente anonimo... Meticolosamente costru¡ un piano intorno a quest'uomo, poi passò al vaglio tutti i possibili ostacoli e obiezioni. Poco prima dell'ora di pranzo, Marc Rodin si infilò nel suo pesante cappotto e scese le scale. Lo strato di ghiaccio che ricopriva la strada scricchiolava sotto i suoi passi. Raggiunto l'ufficio postale, inviò una serie di telegrammi per informare i suoi accoliti, sparsi sotto falso nome nella Germania meridionale, in Austria, in Italia e in Spagna, che per alcune settimane sarebbe stato irreperibile. Verso la metà del pomeriggio, dopo aver preparato le valigie e pagato il conto, Rodin part¡ in solitaria missione per trovare un uomo, o più precisamente un tipo d'uomo di cui ignorava ancora l'esistenza. Novanta giorni dopo, la ricerca di Rodin era terminata. Tornato in Austria, prese alloggio in una piccola pensione, la pensione Kleist, nella Brucknerallee di Vienna. Dalla posta centrale della città, sped¡ due telegrammi, con i quali convocava d'urgenza i suoi due principali luogotenenti a una riunione a Vienna. Firmò i due telegrammi col nome di Schulze, il suo nome di codice per quel periodo di venti giorni. Alle undici del mattino seguente, i due uomini erano già arrivati: René Montclair da Bolzano e André Casson da Roma. In qualità di ospite, Rodin fece sedere i due uomini davanti a sé nelle due poltrone della camera da letto. Per sé aveva riservato la sedia con l'alto schienale dietro il tavolo che gli serviva da scrivania. Dal comodino accanto al letto prese una bottiglia di cognac e la sollevò con aria interrogativa. I due ospiti assentirono. Mentre gli ospiti bevevano, Rodin andò a sedersi dietro la scrivania e li osservò. René Montclair era basso e tarchiato e, come Rodin, era stato ufficiale di carriera nell'esercito. A differenza di Rodin, però, non aveva avuto il comando sul campo di battaglia. Gran parte della sua vita l'aveva trascorsa negli uffici amministrativi e per dieci anni aveva prestato servizio nell'ufficio paghe della Legione Straniera. Nella primavera del 1963 era tesoriere dell'OAS. André Casson era un civile. Piccolo, meticoloso, vestiva ancora come il funzionario di banca che era stato in Algeria. Ora era il coordinatore del movimento clandestino dell'OAS sul territorio metropolitano. I due uomini guardarono a loro volta Rodin con aria incuriosita, ma senza far domande. Meticolosamente, metodicamente, Rodin cominciò la sua relazione, in cui diede particolare rilievo all'elenco delle sconfitte subite dall'OAS per opera dei servizi segreti francesi negli ultimi mesi. “...La polizia segreta si É a tal punto infiltrata nel movimento, che le decisioni prese durante le nostre riunioni, persino quelle più importanti, arrivano fino a loro” concluse Rodin. “ A mio avviso, É rimasto un solo sistema per realizzare il nostro primo obiettivo, l'uccisione di de Gaulle, scavalcando la loro rete di informatori e di agenti.” C'era un silenzio di tomba, nella camera da letto, rotto soltanto di quando in quando, da qualche folata di pioggia contro il vetro della finestra. Rodin prosegu¡: “ Io credo, signori, che dovremo far ricorso ai servizi di una persona estranea”. Montclair e Casson lo guardarono dapprima esterrefatti, poi pian piano cominciarono a capire. “ Quest'uomo, chiunque egli sia, deve possedere un requisito fondamentale: essere straniero” prosegu¡ Rodin. “ In tal modo non sarebbe conosciuto da nessun poliziotto francese, il suo nome non apparirebbe in nessuno schedario. Portata a termine l'opera, egli potrebbe scomparire nel suo Paese, mentre il popolo di Francia insorgerebbe per spazzar via i resti della cricca dei traditori agli ordini di de Gaulle. Non sarebbe comunque di grande importanza, per quest'uomo, riuscire a fuggire, dal momento che in ogni caso lo libereremmo noi, dopo aver assunto il potere. La cosa importante É che riesca ad avvicinarsi senza essere individuato né sospettato.” Montclair si lasciò sfuggire un sibilo sommesso. “ Un assassino di professione, un mercenario.” “ Ma come facciamo a sapere se É possibile trovare un uomo simile?” si informò Casson. Rodin sollevò la mano. “ Una cosa alla volta, signori. Quello che voglio sapere É se siete d'accordo in linea di massima con la mia proposta. Montclair e Casson annuirono lentamente. “ Bien.” Rodin si appoggiò indietro, fin dove glielo consentiva il rigido schienale della sedia. “ Dunque, il primo punto É stato risolto. Il secondo riguarda la sicurezza. Ho convocato qui voi due perché sono assolutamente sicuro della vostra lealtà alla causa e della vostra capacità di mantenere un segreto. Oltre a ciò, René, la tua collaborazione come tesoriere É necessaria per soddisfare le richieste che qualsiasi sicario di professione indubbiamente avanzerà. La tua collaborazione, André, sarà necessaria per assicurare a quest'uomo l'appoggio, in Francia, di un gruppetto di fedelissimi nel caso che egli debba far ricorso a essi. Tuttavia, non vedo per quale motivo rendere noti ad altri i particolari del progetto.” Ancora silenzio. Alla fine Montclair osservò: “ Al consiglio dell'OAS la cosa non andrà a genio”. “ In primo luogo, non ne verranno a conoscenza” ribatt‚, calmo, Rodin. “ Se dovessimo sottoporre loro il progetto, bisognerebbe indire una riunione plenaria. Basterebbe questo fatto ad attirare l'attenzione, e con essa, i barbouzes. In secondo luogo, se anche riuscissimo a ottenere l'approvazione di tutto il consiglio, non ne ricaveremmo alcun vantaggio e una trentina di persone verrebbe a conoscenza del progetto. Se, d'altro canto, noi andiamo avanti per conto nostro, assumendoci le nostre responsabilità, e il progetto fallisce, non ci rimettiamo un bel niente. Siete d'accordo?” Montclair e Casson annuirono di nuovo. Rodin li guardò tutti e due, emise un lento respiro e sorrise. “ Bene” soggiunse, “ e ora passiamo a esaminare i particolari. Dal giorno in cui il povero Bastien-Thiry É stato assassinato, ho continuato a cercare il nostro uomo. In questi incartamenti sono riassunti i risultati delle mie ricerche.” Prese tre cartellette marroni dal tavolo. “ Secondo me, il procedimento da seguire É questo: voi esaminate questi incartamenti e poi esprimete ciascuno la vostra preferenza.” Dopo che Montclair e Casson ebbero finito di leggere, Rodin riprese le cartellette e le posò di nuovo sulla scrivania. “ Be', non c'era molto sul mercato. Può darsi che in giro ci sia altra gente capace di fare questo tipo di lavoro, ma É dannatamente difficile reperirla. Per il momento, questi tre li indicheremo come il tedesco, il sud-africano e l'inglese. André?” Casson si strinse nelle spalle. “ Per me non ci sono dubbi. In base al suo curriculum, l'inglese li supera di una spanna.” “ René ?” “ Sono d'accordo. Il tedesco É un po' troppo vecchio per questo tipo di lavoro e il sud-africano può andar benissimo per far la festa a qualche uomo politico negro come Lumumba, ma c'É una bella differenza a infilare una pallottola nel Presidente di Francia. Oltre a tutto, l'inglese parla perfettamente francese.” Rodin annu¡ lentamente. “ Sapevo che non ci sarebbe stato l'imbarazzo della scelta.” “ Sei certo che li ha fatti realmente, questi lavori?” s'informò Casson. “ Anch'io sono rimasto sorpreso” rispose Rodin. “ Cos¡ ho dedicato un po' più di tempo a questo qui. Prove definitive, non ce ne sono. Se ce ne fossero, sarebbe un brutto segno. Vorrebbe dire che É schedato in ogni parte del mondo come ospite indesiderato. Da come stanno le cose, sul suo conto non c'É niente, soltanto voci. Per un lavoro come questo, ha tutti i requisiti, tranne uno...” “Quale?” si affrettò a domandare Montclair. “ Semplice: non si farà pagare poco. Come stanno le finanze, René?” Montclair si strinse nelle spalle. “ Non troppo bene. Le spese si sono un po' ridotte, ma le entrate arrivano col contagocce. Si dovrà fare qualcosa, altrimenti chiuderemo baracca per mancanza di fondi...” Rodin annu¡ con aria cupa. “ Lo supponevo. Dobbiamo tirar su un po' di soldi da qualche parte. D'altronde non servirebbe a niente imbarcarci in qualche iniziativa finché non sapremo di quanto abbiamo bisogno...” “ Dalla qualcosa si deduce” interloqu¡ pacatamente Casson, “ che il passo successivo sarà quello di mettersi in contatto con l'inglese e domandargli se É disposto a fare il lavoro e per quanto.” “ Siamo tutti d'accordo su questo?” Rodin scrutò i due uomini, uno dopo l'altro. Tutti e due annuirono. Rodin diede un'occhiata all'orologio. “ É appena passata l'una. Ho un agente a Londra che può mettersi in contatto con quest'uomo. Se lui É disposto a partire in volo per Vienna questa sera, potremmo incontrarlo dopo cena. Mi sono preso l'arbitrio di prenotare per voi due stanze adiacenti nel corridoio.” Rodin chiamò la sua guardia del corpo che stava fuori della porta, un gigantesco polacco di nome Viktor Kowalski che era stato nella Legione Straniera. Poi si rivolse di nuovo a Montclair e a Casson. “ Devo andare alla posta centrale per telefonare e porterò Viktor con me. In mia assenza dovrete stare tutti e due in una sola camera, con la porta chiusa a chiave. Il mio segnale di riconoscimento saranno tre colpi, una pausa, poi altri due.” Era il familiare segnale di tre colpi più due che corrispondeva al motto "Algérie francaise", scandito dai clacson degli automobilisti parigini negli anni precedenti, per esprimere la loro disapprovazione alla politica gollista. Il vanguard della BEA proveniente da Londra atterrò quella sera all'aeroporto Schwechat di Vienna, mentre la notte stava subentrando al crepuscolo. In coda all'aereo, un inglese alto e biondo stava comodamente seduto vicino al finestrino e osservava con un senso di piacere le segnalazioni luminose che sfrecciavano accanto all'aereo in discesa. La precisione dell'operazione di atterraggio esercitava su di lui un certo fascino. Altrettanto piacere aveva provato per la precisione del messaggio che aveva ricevuto poche ore prima: "Prendere aereo per Vienna, rivolgersi a Herr Schulze, stanza 64, pensione Kleist". Lui amava la precisione. Quaranta minuti dopo, l'inglese arrivava in tass¡ alla pensione Kleist. L'impiegato di servizio gli voltava la schiena, ma la porta cigolò. Senza avvicinarsi al banco, l'inglese si diresse verso le scale. L'impiegato stava per domandargli che cosa volesse, quando il visitatore gli lanciò un'occhiata, annu¡ con aria indifferente e disse con voce sicura: “ Guten Abend”. “ Guten Abend, mein Herr” rispose meccanicamente l'impiegato e, quando fin¡ la frase, il biondo era già scomparso. Giunto in cima alle scale, l'uomo si fermò e guardò lungo il corridoio, verso la stanza numero 64. Tra l'uomo e la porta della stanza 64 c'erano sei metri di corridoio, con due altre porte che si aprivano sulla parete sinistra e una nicchia parzialmente coperta da una tenda di velluto rosso sulla destra. Studiò attentamente la nicchia. Sotto la tenda, spuntava appena la punta di un'unica, grossa scarpa nera. Si voltò con noncuranza e ritornò nell'atrio. “ Mi dia la stanza numero sessantaquattro, prego” disse in francese. L'impiegato lo guardò in faccia per un attimo, poi fece scattare un pulsante, sollevò il telefono dal tavolo e lo passò all'altro. “ Se quel gorilla non É fuori della nicchia entro quindici secondi, me ne torno a casa” intimò l'inglese, e riabbassò il ricevitore. Poi s'avviò ancora verso le scale. Giunto in cima, vide aprirsi la porta della stanza 64 e apparire il colonnello Rodin. Questi lanciò per un attimo un'occhiata all'inglese, poi chiamò a voce bassa: “ Viktor”. Dalla nicchia sbucò il gigantesco polacco, che rimase a guardare, corrucciato, prima l'uno poi l'altro uomo. “ Tutto bene, Viktor” lo tranquillizzò Rodin. “ Lo aspettavamo.” L'inglese si incamminò. Rodin lo fece entrare nella camera da letto. La stanza era stata sistemata come un ufficio di reclutamento. Il tavolo era stato adibito a scrivania del presidente della commissione; dietro c'era la sedia con lo schienale diritto, affiancata da altre due occupate da Montclair e da Casson. Davanti al tavolo non c'era nessuna sedia. L'inglese si guardò attorno, scelse una delle due poltroncine girevoli e la fece arrivare davanti al tavolo. Quando Rodin ebbe dato nuove istruzioni a Viktor ed ebbe chiuso la porta, l'inglese era già comodamente seduto e ricambiava lo sguardo di Casson e di Montclair. Rodin si mise a sedere dietro il tavolo. Per alcuni minuti osservò fissamente l'uomo venuto da Londra. Quello che vide non gli dispiacque, e lui di uomini se ne intendeva. Il visitatore era alto oltre un metro e ottanta, apparentemente aveva da poco superato la trentina e aveva una corporatura asciutta, atletica. Sembrava l'uomo adatto, dal volto abbronzato e dai lineamenti regolari che non davano nell'occhio: teneva le mani tranquillamente appoggiate ai braccioli della poltrona. Sembrava un uomo capacissimo di autocontrollo, ma erano gli occhi che inquietavano Rodin: franchi, gli restituivano lo sguardo con aperta schiettezza... ma le iridi erano di un colore grigiastro tanto da sembrare annebbiate dal fumo, come dalla bruma lattiginosa di un mattino d'inverno. Rodin impiegò alcuni secondi prima di rendersi conto che quegli occhi erano privi di qualsiasi espressione. Qualsiasi pensiero passasse dietro quella cortina fumogena, essa non lasciava trapelare nulla, e Rodin avvert¡ il tarlo del disagio. Non gli piaceva l'imprevedibile e quindi tutto ciò che era incontrollabile. “ Sappiamo chi É lei” esord¡ bruscamente. “ É meglio che mi presenti. Sono il colonnello Marc Rodin...” “ Lo so” lo interruppe l'inglese, “ lei É il capo operativo dell'OAS. Lei É il maggiore René Montclair, tesoriere, e lei É il signor André Casson, capo del movimento clandestino sul territorio metropolitano.” Spostava lo sguardo dall'uno all'altro, nel parlare, poi tese la mano per prendere una sigaretta. “ A quanto pare, lei sa già molte cose” interloqu¡ Casson. L'inglese si appoggiò allo schienale della poltrona e soffiò la prima boccata di fumo della sigaretta. “ Signori, parliamoci francamente. Voi sapete chi sono io e io so chi siete voi. Tutti noi abbiamo occupazioni insolite, tuttavia siamo tutti professionisti, nel nostro lavoro. Voi avete fatto delle indagini sul mio conto. É impossibile condurre indagini di questo tipo senza che la persona in questione non ne venga a conoscenza. Per me era importante sapere chi poteva essere cos¡ interessato a me. Non appena ho scoperto l'identità dell'organizzazione, mi sono bastati due giorni trascorsi nell'archivio di giornali francesi al British Museum per sapere tutto di voi. E cos¡ la visita del vostro galoppino, questo pomeriggio, non É stata una sorpresa. Bon. Quello che mi piacerebbe sapere É che cosa volete da me.” Per parecchi secondi ci fu silenzio, poi Rodin prese la parola. “ Non l'annoierò con le motivazioni che stanno alla base della nostra organizzazione. Noi crediamo che la Francia sia ora governata da un dittatore che ha corrotto il nostro Paese e prostituito il suo onore. Noi crediamo che la Francia possa essere restituita ai Francesi solo quando quest'uomo sarà morto. I nostri tentativi di eliminarlo fisicamente sono finora falliti. Per condurre in porto l'operazione, stiamo ora vagliando l'eventualità di ricorrere ai servizi di un professionista. Non vogliamo, tuttavia, sprecare i nostri soldi. La prima cosa che vorremmo sapere É se l'operazione É possibile.” Rodin aveva giocato le sue carte con astuzia. L'ultima frase fece guizzare un lampo di espressione negli occhi grigi dell'uomo. “ Non c'É uomo al mondo che sia a prova delle pallottole di un sicario” dichiarò l'inglese. “ Certo, un fanatico disposto a sacrificarsi nell'attentato É sempre il metodo più sicuro, ma devo notare” soggiunse con un lampo di malizia, “ che nonostante il vostro idealismo non siete stati ancora capaci di produrre un uomo del genere.” “ Ci sono patrioti francesi disposti anche in questo momento...” accennò a dire, infervorato, Casson, ma Rodin lo mise a tacere con un gesto. “E per quanto riguarda un professionista?” insinuò Rodin. “ Un professionista non agisce per passione ed É quindi più calmo, meno esposto a commettere errori elementari. Le sue probabilità di successo, sulla carta, sono superiori a quelle di chiunque altro. Tuttavia, egli non vorrà avere niente a che fare con l'operazione finché non avrà elaborato un piano che gli consentirà non soltanto di portare a termine la missione, ma anche di uscirne assolutamente indenne.” “ Lei ritiene che si possa elaborare un piano tale da consentire a un professionista di uccidere de Gaulle e di fuggire?” L'inglese rivolse lo sguardo fuori della finestra. “ In linea di principio, s¡” rispose alla fine. “ Tuttavia sarebbe una delle imprese più difficili al mondo. Tutti i grandi uomini hanno guardie del corpo, ma dopo un certo periodo di anni, se non avviene alcun serio attentato alla vita del grand'uomo, la vigilanza diminuisce. Nel caso di de Gaulle non ci sarà alcun allentamento della vigilanza. Vedete, signori, coi vostri sforzi personali avete messo nei guai tutti gli altri.” “ Nel caso che decidessimo di rivolgerci a un sicario di professione per fare questo lavoro...” accennò a dire Rodin. “ Dovete rivolgervi a un professionista” lo interruppe, calmo, l'inglese. “ Voi tre non mi avete fatto venire qui per fare una generica chiacchierata sulla teoria dell'assassinio politico. Mi avete fatto venire qui perché siete giunti tardivamente alla conclusione che, con tutte le infiltrazioni del servizio segreto francese nella vostra organizzazione, avete bisogno di qualcuno che venga da fuori. E avete ragione. Gli unici punti interrogativi che restano sono: chi e per quanto. Dunque, signori, ritengo che abbiate avuto a disposizione abbastanza tempo per esaminare la merce, non vi pare?” Rodin lanciò un'occhiata di sottecchi a Montclair e sollevò una palpebra. Montclair annu¡. Casson fece altrettanto. L'inglese guardava fuori della finestra, senza il minimo interesse. “ Lei assassinerà de Gaulle?” domandò Rodin alla fine. La voce era pacata, ma la domanda riemp¡ tutta la stanza. Lo sguardo dell'inglese si spostò nuovamente su Rodin e i suoi occhi erano ancora inespressivi. “ S¡, ma vi costerà un mucchio di quattrini. Dovete capire che si tratta di un lavoro che si fa una volta sola in tutta la vita. L'uomo che lo fa, non potrà mai più lavorare in vita sua. Le probabilità di restare sconosciuto sono pochissime. Deve quindi ricavare abbastanza denaro sia per poter vivere bene per il resto dei suoi giorni, sia per farsi proteggere dalla vendetta dei gollisti...” “ Quando la Francia sarà nostra” interloqu¡ Casson, “ non sarà il denaro a mancarci...” “ Denaro in contanti” precisò l'inglese. “ Metà in anticipo, metà a lavoro finito.” “Quanto?” domandò Rodin. “ Mezzo milione.” Rodin lanciò un'occhiata a Montclair, che fece una smorfia. “ É un mucchio di quattrini, mezzo milione di nuovi franchi...” “ Dollari” precisò l'inglese. “ Mezzo milione di dollari?” esclamò Montclair, alzandosi dalla sedia. “ Ma lei É impazzito!” “ No” rispose calmo l'inglese, “ io sono il migliore e, quindi, il più costoso. Considerato che progettate di prendervi addirittura la Francia, si direbbe che lo valutiate molto poco, il vostro Paese.” “ Touché” fece Rodin. “ Il fatto É, signore, che noi non abbiamo mezzo milione di dollari in contanti.” “ Me ne rendo conto” replicò l'inglese. “ Se volete che questo lavoro sia fatto, dovrete procurarvi quella somma da qualche parte. Io non ho bisogno di farlo, questo lavoro, capite. Dopo il mio ultimo incarico, ho messo insieme abbastanza denaro per vivere tranquillo per qualche anno. Però l'idea di averne abbastanza per ritirarmi a vita privata É allettante e sono quindi disposto ad assumermi qualche rischio davvero eccezionale. Se non riuscite a procurarvi quella somma, vuol dire che dovrete tornare a sbrogliarveli da soli, i vostri complotti.” Si sollevò dalla poltrona per schiacciare la sigaretta nel portacenere. Anche Rodin si alzò. “ Resti dov'É, Monsieur. Ci procureremo il denaro.” I due uomini si rimisero a sedere. “ Bene” fece l'inglese. “ Ma ci sono anche altre condizioni. In primo luogo, quante persone sono a conoscenza di questo progetto?” “ Soltanto noi tre, in questa stanza.” “ Allora deve rimanere tra di noi. Tutto quanto c'É di scritto deve essere distrutto. Non deve restare in giro niente, oltre a quello che c'É nelle vostre teste, e voi tre dovrete restare al sicuro da qualche parte, finché il lavoro non sarà portato a termine. D'accordo?” “ D'accord. C'É altro?” “ Il progetto sarà tutto mio. Non renderò noti i particolari a nessuno, nemmeno a voi. Da me non avrete altre notizie. Vi lascerò il nome della mia banca in Svizzera. Mi muoverò soltanto quando mi verrà comunicato che sono stati depositati i primi duecentocinquantamila dollari oppure quando mi sentirò pronto, a prescindere da qualsiasi condizione. Sarò io a decidere il momento opportuno, non ammetterò alcuna pressione, né voglio subire interferenze D'accordo?” “ D'accord. Tuttavia, i nostri uomini nascosti in Francia sono in grado di offrirle un considerevole aiuto, per quanto riguarda le informazioni.” L'inglese riflett‚ un attimo sulla risposta. “ Va bene, quando sarete pronti, fatemi avere per posta un numero telefonico. Io non renderò noti a nessuno i miei spostamenti, ma mi limiterò a telefonare a quel numero per avere le ultime notizie sulla situazione del servizio di sicurezza addetto al Presidente. L'uomo all'altro capo del telefono, tuttavia non dovrà sapere quello che io sto facendo in Francia. Ditegli semplicemente che sono in missione per voi e che ho bisogno di aiuto.” “ Benissimo. E per quanto riguarda i documenti falsi? Abbiamo a disposizione due bravissimi falsari.” “ Me li procurerò per conto mio, grazie.” “ Quello che vorrei sapere” brontolò Montclair, “ É come riusciremo a trovare tanto denaro in cos¡ breve tempo.” “ Servitevi della vostra organizzazione per rapinare qualche banca” propose l'inglese con aria indifferente. “ In ogni caso, É un problema nostro” replicò Rodin. “ Prima che il nostro ospite ritorni a Londra, ci sono altri punti da chiarire?” “ Come si può impedire che lei intaschi i primi duecentocinquantamila dollari e poi se la squagli?” domandò Casson. “ Vi ho detto, signori, che voglio ritirarmi. Non mi piacerebbe avere alle calcagna mezzo esercito di ex "parà" che mi dà la caccia.” “ E come si può impedire” insistette Casson, “ che a lavoro finito noi ci rifiutiamo di pagarle il saldo del mezzo milione?” “ In questo caso dovrei mettermi al lavoro per conto mio” rispose mellifluo l'inglese. “ E l'obiettivo sareste voi tre, signori. Tuttavia, non credo che sarà necessario, e voi?” Rodin tagliò corto. “ Bene, se non c'É altro, non credo che ci sia bisogno di trattenere oltre il nostro ospite. Ah... c'É un ultimo punto. Se lei vuole conservare l'anonimato, dovrebbe avere un nome di codice. Ha qualche idea in proposito?” L'inglese riflett‚ per un attimo. “ Dal momento che abbiamo parlato di caccia, che cosa ne dite del nome "Sciacallo"?” Rodin annu¡. “ S¡. Suona bene. Mi piace.” Accompagnò l'inglese alla porta e l'apr¡. Viktor lasciò la sua nicchia e si avvicinò. Per la prima volta, Rodin sorrise e tese la mano al sicario. “ Ci metteremo in contatto nel modo convenuto non appena sarà possibile. Nel frattempo, non potrebbe cominciare ad abbozzare un piano di massima? Bene. Allora, bonsoir, signor Sciacallo.” Il polacco segu¡ con lo sguardo l'inglese che se ne andava con la stessa flemma con cui era arrivato. Dopo aver trascorso la notte all'albergo dell'aeroporto, al mattino, l'inglese prese il primo aereo per Londra. Alla pensione Kleist, Rodin affrontava intanto il fuoco di fila delle domande, rimaste in sospeso, di Casson e Montclair. “ Come diavolo faremo a tirar su mezzo milione di dollari?” continuava a ripetere Montclair. Rodin tagliò corto alla discussione. “ Può darsi che si debba anche seguire il consiglio dello Sciacallo e rapinare qualche banca” concluse. Nella seconda metà di giugno e per tutto il luglio 1963, la Francia fu scossa da un'esplosione senza precedenti di criminalità. Da un capo all'altro del Paese, banche e gioiellerie venivano svaligiate con rivoltelle, con fucili da caccia a canna mozza, o con mitra. Due impiegati di banca, in due diverse città, furono fulminati quando cercarono di opporsi ai rapinatori e, prima della fine di luglio, il fenomeno aveva assunto proporzioni tali, che gli uomini dei Corps RÉpublicains de SÉcurit‚, le squadre per l'ordine pubblico note con la Sigla di CRS, furono chiamate in servizio e armate con fucili mitragliatori. I cittadini che entravano in banca si abituarono a passare davanti a una o due guardie con l'uniforme azzurra dei CRS, appostate nell'ingresso con le armi in pugno. Quando tre rapinatori restarono feriti in diversi "colpi" e furono catturati, le autorità francesi poterono facilmente rendersi conto che, l'OAS era responsabile di quella esplosione di criminalità. Nonostante gli accuratissimi interrogatori condotti al quartier generale della polizia, nessuno dei tre, però, si lasciò convincere a confessare per quale motivo l'OAS avesse un cos¡ urgente bisogno di denaro. Nella seconda metà di luglio, la polizia calcolò che l'ammontare complessivo del denaro e dei preziosi rubati superasse due milioni di nuovi franchi, equivalenti a quattrocentomila dollari. Anche se si detraeva una ragionevole somma per le spese di organizzazione delle varie rapine e per il compenso di coloro che le avevano eseguite materialmente, la cifra che restava era pur sempre cospicua. Nel frattempo, sulla scrivania del generale Guibaud, il capo della SDECE, era giunto un rapporto inviatogli dal responsabile del suo ufficio permanente a Roma. In esso si comunicava che i tre principali esponenti dell'OAS: Marc Rodin, René Montclair e André Casson, avevano preso alloggio insieme all'ultimo piano di un albergo dalle parti di via Condotti dove erano guardati a vista giorno e notte da otto uomini provenienti dalla Legione Straniera, dall'aria estremamente decisa. Il generale Guibaud glunse alla conclusione che i tre stavano semplicemente prendendo eccezionali misure di sicurezza per non essere vittime di un altro rapimento come quello capitato ad Antoine Argoud. Soltanto parecchio tempo dopo, cap¡ il significato delle misure protettive adottate dai tre uomini dell'OAS. A Londra, lo Sciacallo trascorse le ultime due settimane di giugno e le prime due di luglio immerso in un'attività accuratamente pianificata. Tra le altre cose, si impegnò ad acquistare e a leggere praticamente qualslasi cosa fosse stata scritta da Charles de Gaulle oppure sul conto del generale. Anche se la lettura gli offr¡ il quadro completo di un orgoglioso e sprezzante Presidente di Francia, essa non risolse gli interrogativi più inquietanti che l'avevano assillato fin da quando aveva accettato l'incarico. Alla fine della prima settimana di luglio, lo Sciacallo non aveva ancora trovato una risposta al quando, come e dove il "colpo" avrebbe dovuto aver luogo. Come ultima risorsa, si recò nella sala di lettura del British Museum. Dopo aver firmato la richiesta di permesso per la ricerca col suo solito nome falso, l'uomo si accinse allo spoglio delle vecchie copie del principale quotidiano francese, Le Figaro. Partendo dallo spunto fornitogli da un articolo del 1962, il sicario passò in rassegna tutti gli articoli che trattavano ogni giorno della vita pubblica di de Gaulle fin dal 1945, e riusc¡ cos¡ a trovare una risposta ai suoi interrogativi. Stabil¡ con precisione in quale giorno e in quale luogo, col buono o cattivo tempo, sano o malato che fosse, assolutamente incurante del rischio personale, Charles de Gaulle, l'uomo politico meglio protetto di tutto il mondo occidentale, si sarebbe esposto in pubblico, e di conseguenza, a un potenziale pericolo. Da quel momento, i preparativi dello Sciacallo passarono dalla fase della ricerca a quella della vera e propria progettazione. Ci vollero ancora lunghe ore di meditazione, ma alla fine l'ultimo particolare, quello del "come", che doveva aggiungersi al "quando" e al "dove", andò a incastrarsi esattamente al suo posto. Il volo di linea della SAS proveniente dall'aeroporto di Kastrup, di Copenaghen, si fermò davanti al terminal dell'aeroporto di Londra. Dopo pochi minuti, furono agganciate le passerelle e i passeggeri cominciarono a uscire dall'aereo in fila e a scendere. Sulla terrazza del terminal, l'uomo biondo sollevò sulla fronte gli occhiali neri e portò davanti agli occhi un binocolo. La fila di passeggeri che scendeva la scaletta era la sesta, quella mattina, che passava al suo vaglio, ma nella terrazza affollata, sotto la calura estiva, il comportamento dell'osservatore non attirava l'attenzione di nessuno. Quando usc¡ alla luce l'ottavo passeggero, l'uomo sulla terrazza si tese impercettibilmente. Il passeggero era un pastore, un uomo alto, vestito di grigio, col collare bianco. Sembrava essere prossimo alla cinquantina, a giudicare dai capelli grigio-ferro pettinati indietro sulla fronte, ma il volto era più giovanile. Quindici minuti dopo, quando il pastore usc¡ dalla dogana con una valigetta e una borsa in mano, lo Sciacallo era a pochi passi da lui. I due arrivarono a Londra con lo stesso autobus della BEA. Al terminal di Cromwell Road, il danese si incamminò verso l'uscita indicata da una freccia e dal cartello con la scritta internazionale TAXI. Lo Sciacallo, nel frattempo, raggiungeva velocemente il luogo in cui aveva lasciato la sua auto sportiva, nel parcheggio riservato al personale. Arrestò la vettura vicino al terminal, da dove poteva tener d'occhio la lunga fila dei tass¡ in attesa. Il danese sal¡ a bordo del terzo tass¡, che si diresse verso Knightsbridge. La vettura sportiva lo segu¡. Il pastore scese dal tass¡ davanti a un piccolo albergo in Half Moon Street. Lo Sciacallo parcheggiò la sua auto e, cinque minuti dopo, stava seduto nell'atrio dell'albergo, immerso nella lettura di un giornale. Dovette attendere altri venticinque minuti prima di veder scendere il danese, che consegnò la chiave della sua stanza al portiere dell'albergo. Quando fu appesa al gancio, la chiave oscillò per qualche secondo, e l'uomo seduto sulla poltrona dell'atrio pot‚ notare che il numero della stanza era quarantasette. Qualche minuto dopo, quando il portiere si ritirò con passo spedito nell'ufficio retrostante, lo Sciacallo si infilò di soppiatto su per le scale. Una striscia di mica flessibile larga cinque centimetri rinforzata da una piccola ed elastica spatola da pittore, fu sufficiente per aprire la porta della stanza numero quarantasette. Il pastore, che era sceso soltanto per pranzare, aveva lasciato il passaporto sul comodino. Trenta secondi dopo, lo Sciacallo era di nuovo nel corridoio, senza aver toccato il libretto dei traveller's cheques, nella speranza che il personale dell'albergo, in mancanza di qualsiasi prova di furto, avrebbe convinto il danese che doveva aver semplicemente smarrito il suo passaporto da qualche altra parte. E cos¡ fu. Il giorno dopo, l'impiegato del consolato danese registrò lo smarrimento, avvenuto durante il soggiorno in Inghilterra, di un passaporto intestato al pastore Per Jensen, e non se ne diede più pensiero. Era il quattordici luglio. Due giorni dopo, un analogo incidente capitò a uno studente americano di Syracuse, nello stato di New York. Lo studente, arrivato da New York all'aeroporto di Londra, mostrò il suo passaporto per cambiare il primo dei suoi traveller's cheques alla cassa dell'American Express. Dopo aver cambiato l'assegno, ripose il denaro in una tasca interna della giacca e il passaporto in una borsa. Qualche minuto dopo, mentre cercava di richiamare l'attenzione di un portabagagli, depose per un attimo la borsa e questa, tre secondi dopo, era scomparsa. Un resoconto dell'accaduto, denunciato come furto, fu infine fatto circolare, secondo la procedura, tra tutte le stazioni della polizia metropolitana londinese, insieme con la descrizione della borsa scomparsa e del suo contenuto. La denuncia fu debitamente registrata, ma col passare delle settimane nessuna traccia fu scoperta, né della borsa né del suo contenuto, e l'incidente fu cos¡ dimenticato. Nonostante la differenza d'eta, i due passeggeri che avevano perso i1 passaporto, avevano in comune alcune cose. Tutti e due erano alti un metro e ottanta circa, avevano spalle larghe e figura snella, occhi azzurri e un volto vagamente rassomigliante a quello dell'inafferrabile Inglese che li aveva derubati. D'altro canto, il pastore Jensen aveva quarantotto anni, capelli grigi e portava occhiali cerchiati d'oro; lo studente Marty Schulberg aveva venticinque anni, capelli castani scuri e occhiali con una pesante montatura, che non abbandonava mai. Erano questi i volti che lo Sciacallo studiò attentamente sulla scrivania del suo appartamento nei pressi di South Audley Street. Gli occorsero un giorno e una serie di visite a negozi di costumi teatrali, a oculisti e a un negozio di abbigliamento maschile del West End per procurarsi due lenti a contatto color azzurro, due paia di occhiali, uno cerchiato d'oro e l'altro con una pesante montatura nera, tutti e due con lenti non graduate, e un guardaroba completo che consisteva in un paio di mocassini neri di pelle, maglietta con maniche corte e mutande, pantaloni sportivi color bianco sporco e una giacca a vento di nylon azzurro scuro, tutti capi di vestiario fatti a New York, e una camicia bianca, collare inamidato e pettorale nero per il clergyman. Da ognuno di questi ultimi tre capi di vestiario fu accuratamente tolta l'etichetta di provenienza. L'ultima visita della giornata la fece a un negozio di parrucche per uomo a Chelsea, dove acquistò un preparato per tingere i capelli in grigio e un altro per tingerli in castano scuro. Il giorno seguente, il diciotto luglio, apparve un breve articolo in fondo a una pagina del Figaro. L'articolo informava che, a Parigi, il vicecapo della squadra investigativa della polizia giudiziaria, il commissario Hippolyte Dupuy, era stato colpito da un grave malore nel suo ufficio al Quai des OrfÉvres ed era deceduto durante il tragitto all'ospedale. Come successore era stato designato il commissario Claude Lebel, capo della squadra omicidi. Lo Sciacallo, che tutti i giorni leggeva i giornali francesi disponibili a Londra, lesse l'articolo, ma non se ne diede pensiero. Prima di iniziare il suo quotidiano controllo all'aeroporto di Londra, lo Sciacallo aveva deciso di condurre interamente le varie fasi dell'attentato che stava organizzando sotto una serie di false identità. Procurarsi un passaporto britannico, É una delle cose più facili al mondo, e lo Sciacallo segu¡ la consueta procedura. Per prima cosa, fece un viaggio in automobile attraverso le sei contee intorno a Londra, in cerca di piccoli cimiteri di campagna. Nel terzo cimitero visitato, trovò una pietra tombale che faceva al suo caso, quella di Alexander Duggan, morto all'età di due anni e mezzo nel 1931. Se fosse vissuto, il piccolo Duggan avrebbe avuto, nel luglio del 1963, qualche mese in più dello Sciacallo. L'anziano pastore si mostrò cortese e compiacente quando il visitatore si presentò alla porta della canonica, qualificandosi come studioso di genealogia, impegnato a ricostruire l'albero genealogico dei Duggan, alcuni dei quali, gli era stato detto, si erano stabiliti nel villaggio negli anni passati. Si domandava, con aria non molto convinta, se i registri parrocchiali non avrebbero forse potuto aiutarlo nella sua ricerca. Mentre, insieme col pastore, si avviava verso la chiesa, l'inglese, con un complimento alla bellezza del piccolo edificio normanno e un contributo al fondo per i restauri, riusc¡ a migliorare ulteriormente l'atmosfera. I registri riportavano che ambedue i genitori del piccolo Duggan erano deceduti da oltre sette anni e che il loro unico figlio Alexander, era purtroppo sepolto nel cimitero di quella stessa chiesa da oltre trent'anni. I registri riportavano che Alexander James Quentin Duggan era nato il 3 aprile 1929 nella parrocchia di St. Mark, a Sambourne Fishley. Dopo aver annotato questi particolari, lo Sciacallo ringraziò profusamente il pastore e se ne andò. Tornato a Londra, si presentò al Registro centrale di nascite, matrimoni e morti, dove un solerte giovane impiegato accettò senza far domande sia il suo biglietto da visita, che lo qualificava come socio di uno studio legale, sia la spiegazione che forn¡: stava cercando di rintracciare i nipoti di uno dei clienti del suo studio, recentemente deceduto. Uno dei nipoti era Alexander James Quentin Duggan, nato a Sambourne Fishley il 3 aprile 1929. Da una ricerca negli archivi risultò che la persona in questione era deceduta l'8 novembre 1931, in seguito a un incidente stradale. Per pochi scellini, lo Sciacallo pot‚ procurarsi una copia del certificato di nascita e di morte del bambino. Tornato a casa, lo Sciacallo riemp¡ un modulo per la richiesta del passaporto sotto il nome di Duggan, riportando esattamente la data e il luogo di nascita, ma con la propria descrizione fisica. Furono riportati per esteso anche i nominativi dei genitori di Duggan, ricavati dal certificato di nascita del bambino. Come referenza, diede il nome del reverendo James Elderly, pastore della chiesa di St. Mark a Sambourne Fishley, col quale lo Sciacallo aveva parlato quella stessa mattina e il cui nome, come si conviene, era scritto per esteso su una targhetta sul cancello della chiesa. La firma del pastore fu contraffatta con mano lieve, con inchiostro chiaro e con pennino sottile. Poi, con una serie di caratteri tipografici usati per gioco dai bambini, l'uomo ricavò un timbro con la scritta "Chiesa parrocchiale di St. Mark. Sambourne Fishley", che fu posto con mano ferma accanto alla firma del pastore. La copia del certificato di nascita, il modulo per la richiesta e un vaglia postale con l'importo di una sterlina furono inviati all'ufficio passaporti. Il certificato di morte fu invece distrutto. Quattro giorni dopo, il passaporto nuovo di zecca arrivò per posta al recapito indicato. Più tardi, quella stessa giornata, lo Sciacallo chiuse a chiave la porta del suo appartamento e raggiunse in auto l'aeroporto di Londra, dove sal¡ a bordo dell'aereo per Copenaghen. Nel doppiofondo della sua valigia, c'erano duemila sterline, ritirate quello stesso giorno dalla sua personale cassetta di sicurezza depositata nei sotterranei di uno studio legale a Holborn. La visita a Copenaghen fu rapida e sbrigativa. Lo Sciacallo prenotò una camera all'Hotel d'Angleterre, consumò una cena principesca al ristorante Sette Nazioni, abbordò due bionde danesi durante una passeggiata al Tivoli e all'una di notte andò a letto. Il giorno seguente acquistò un abito grigio leggero, un paio di comuni scarpe nere, un paio di calze, maglieria intima e tre camicie bianche con colletto. Ciascun capo di vestiario portava all'interno l'etichetta col nome del fabbricante danese. Aveva acquistato le tre camicie bianche soltanto per procurarsi le etichette da applicare sulle camicie per clergyman, con collare e pettorale, che aveva comperato a Londra. L'ultimo acquisto fu quello di un libro danese sulle chiese e le cattedrali francesi di maggiore interesse. Dopo aver pranzato ai giardini del Tivoli, s'imbarcò poi sull'aereo delle tre e quindici diretto a Bruxelles. Per quale motivo un uomo dell'indiscusso talento di Paul Goossens si fosse messo sulla cattiva strada una volta giunto alla mezza età, era più o meno un mistero. Dai trenta ai quarant'anni, come dipendente di fiducia della Fabrique Nationale di Liegi, si era procurato una fama di infallibile precisione in un settore della tecnica in cui la precisione É assolutamente indispensabile. Era divenuto anche il maggiore esperto della società in una vastissima gamma di armi, dalle più piccole pistole automatiche per signora alle più pesanti e micidiali pistole mitragliatrici. Durante la guerra aveva dato un contributo di primo piano. Benché avesse continuato a lavorare, anche dopo l'occupazione, nella fabbrica di armi caduta in mano ai Tedeschi, successive indagini sulla sua attività avevano dimostrato, senza ombra di dubbio, la parte di primo piano da lui svolta nella catena di sabotaggi grazie ai quali moltissime armi fornite dalla fabbrica di Liegi non avevano mai sparato con precisione o altrimenti erano esplose uccidendo soldati tedeschi. Quando, agli inizi degli anni cinquanta, una grossa somma di denaro era stata sottratta con la frode a un cliente straniero e i sospetti erano caduti su Goossens, costui era divenuto caporeparto della fabbrica e i suoi stessi superiori avevano proclamato a gran voce che i sospetti della polizia erano semplicemente ridicoli. Il giudice, però, era stato di diverso avviso e Goossens aveva sub¡to una pesante condanna. Uscito dal carcere, aveva dato inizio alla redditizia attività di fornire armi illegali a metà della malavita del mondo occidentale e, agli inizi degli anni sessanta, era già noto col soprannome di L'armurier, l'armaiolo. L'inglese, che egli fece entrare nel suo piccolo ufficio il 21 luglio 1963 a mezzogiorno, gli era stato raccomandato per telefono da uno dei suoi migliori clienti, che aveva prestato servizio come mercenario nel Katanga. “ Le spiacerebbe togliersi gli occhiali?” domandò al visitatore quando questi si fu seduto e, vedendo che lo spilungone esitava, aggiunse: “ Vede, sono del parere che fra di noi debba esserci reciproca fiducia nei limiti del possibile. Qualcosa da bere?” L'uomo che il passaporto qualificava come Alexander Duggan si tolse gli occhiali scuri e scrutò con aria perplessa il piccolo fabbricante d'armi mentre questi versava le due birre. Goossens si mise a sedere dietro la scrivania, sorseggiò la sua birra e domandò con voce pacata: “ In che cosa posso esserle utile, Monsieur?” “ Credo che Louis le abbia telefonato prima del mio arrivo. Sono impegnato, al momento, in un lavoro per il quale avrò bisogno di un fucile con alcuni insoliti accessori.” Goossens sorseggiò ancora la sua birra e annu¡ con aria comprensiva. “ Che tipo di fucile ha in mente?” “ Non É tanto il tipo di fucile che É importante. Si tratta piuttosto di garantire al fucile soddisfacenti prestazioni pur nei limiti imposti dalla natura del lavoro.” Gli occhi di Goossens scintillarono dl piacere. “ É come una sfida per me, mio caro signore. E ora mi dica: quali sono questi limiti?” “ Il principale É quello delle dimensioni. La camera di scoppio e la culatta non devono essere più larghi di cos¡...” Col dito medio e il pollice della mano destra l'inglese formò un cerchio con un diametro inferiore ai sette centimetri. “ Non può essere a ripetizione, dal momento che il meccanismo sarebbe sempre più largo di cos¡. A me sembra che dovrebbe essere un fucile con otturatore.” Goossens annuiva fissando il soffitto, mentre cercava di immaginare mentalmente un fucile cos¡ minuscolo. “ Continui, continui” mormorò. “ Tutto il congegno deve essere infilato dentro una custodia tubolare per il trasporto, e la custodia non deve avere diametro superiore a quello che le ho mostrato, quindi il grilletto dev'essere asportabile. Il fucile deve essere anche leggero e deve avere la canna corta, probabilmente non più lunga di trenta centimetri...” “ A quale distanza deve sparare?” “ Probabilmente non superiore ai centotrenta metri.” “ Mirerà alla testa o al petto?” “ Probabilmente dovrò colpire la testa. Posso anche provare a tirare al petto, ma la testa É più sicura.” “ Per uccidere, s¡, É più sicura” osservò il belga, “ ma il petto É più sicuro come bersaglio. Avrà la possibilità di un secondo colpo?” “ Posso avere una seconda possibilità se uso il silenziatore e se il primo colpo É completamente fuori bersaglio, cos¡ che non venga avvertito da nessuno nelle vicinanze. Tuttavia, anche se riesco a centrare la tempia al primo colpo, avrò sempre bisogno del silenziatore per avere il tempo di fuggire. Dovranno trascorrere parecchi minuti di intervallo prima che qualcuno nelle vicinanze possa individuare, sia pure approssimativamente, la provenienza della pallottola.” “ In questo caso, É meglio usare pallottole esplosive. Gliene fornirò un po' insieme con l'arma. C'É altro?” “ Perché l'arma sia il più possibile sottile, tutta la parte in legno dell'impugnatura sotto la canna dovrebbe essere smontabile. Per sparare, deve avere una montatura simile a quella di uno Sten, e ognuna delle tre parti, quella superiore, quella inferiore e quella che si appoggia alla spalla, devono essere smontabili in tre diversi pezzi. Infine devono esserci un silenziatore molto efficace e un mirino telescopico, anch'essi smontabili per essere riposti e portati a parte.” Il belga meditò a lungo, sorseggiando la sua birra fino all'ultima goccia. L'inglese divenne impaziente. “ E allora, pensa di farcela?” Goossens sembrò svegliarsi dalle sue meditazioni. “ Mi scusi. L'ordinazione É molto complicata, però s¡, posso farcela. In effetti, quella che lei mi ha descritto É una vera battuta di caccia, in cui l'attrezzatura deve superare determinati controlli in modo da non destare sospetti. Una battuta di caccia comporta l'uso di un fucile da caccia, ed É questo che lei avrà. Penso di avere qui un fucile che fa al caso suo. Un fucile molto costoso, molto perfezionato, ottimamente attrezzato e tuttavia sottile e leggero. É usato soprattutto per i camosci e i cervi piuttosto piccoli, però dotato di pallottole esplosive: proprio quel che ci vuole per... una caccia più grossa. L'adattamento della montatura É un fatto puramente meccanico. In quanto all'applicazione del silenziatore all'estremità della canna e alla riduzione di quest'ultima di una ventina di centimetri posso provvedere io stesso. E ora, signore, lei prima ha parlato di una custodia tubolare per il trasporto del fucile. Che cosa intendeva dire?” L'inglese si alzò e si chinò sopra il tavolo, sovrastando il piccolo belga. Infilò la mano nella giacca e per un attimo, negli occhi dell'omino che gli stava di fronte, balenò un lampo di paura. L'inglese, però, estrasse soltanto una penna d'argento a scatto. Voltò verso di sé il blocco d'appunti di Goossens e tracciò rapidamente uno schizzo. “ Lo sa, che cosa É?” domandò, voltando di nuovo il blocco verso il fabbricante d'armi. “ Certamente” rispose il belga, dopo aver dato un'occhiata allo schizzo disegnato con precisione. “ Bene, É questo che voglio da lei. Tutto questo aggeggio É composto da una serie di tubi vuoti di alluminio che si avvitano tra di loro. Questa...” spiegò facendo una tacca con la punta della penna su un certo punto dello schizzo, “... questa contiene una parte del calcio del fucile. Questa contiene l'altra. Tutte e due sono nascoste nei tubi che formano questa sezione. La parte che si appoggia alla spalla É... qui... tutta intiera. É quindi l'unica parte che viene usata per un duplice scopo senza subire modifiche.” “ Qui...” continuò, facendo un'altra tacca sullo schizzo, mentre il belga sgranava gli occhi per la sorpresa, “... nella parte più larga c'É il tubo di maggior diametro, che contiene la culatta e la canna del fucile con l'otturatore incorporato. Le ultime due sezioni contengono il mirino telescopico e il silenziatore. E infine le pallottole. Dovrebbero essere infilate in questo piccolo troncone in fondo. Una volta montata, la cosa deve passare esattamente per quel che sembra. Intesi?” Il piccolo belga continuò a guardare lo schizzo per qualche secondo. Poi, lentamente, si alzò e tese la mano. “ Monsieur” disse con tono del massimo rispetto, “ questa É l'idea di un genio. Irriconoscibile. E tuttavia cos¡ semplice. Sarà fatto.” L'inglese non si mostrò né contrariato né compiaciuto. “ Bene” replicò. “ Dunque, avrò bisogno del fucile entro un paio di settimane: si può fare?” “ S¡, posso procurarmi il fucile entro quattro giorni. Nel giro di altri dieci, bruciando le tappe, le modifiche dovrebbero essere ultimate, però sarebbe preferibile che lei venisse qui con un paio di giorni di anticipo, nell'eventualità che all'ultimo minuto ci sia qualche problemino da risolvere. Se lei può essere qui il primo agosto per discutere gli ultimi particolari, avrà l'arma pronta per il quattro.” “ Sarò di ritorno il primo d'agosto” promise l'inglese. “ E ora parliamo delle sue spese e del suo compenso.” Il belga riflett‚ per un attimo. “ Per un lavoro come questo, che sarà un'opera d'arte, devo chiedere un compenso di mille sterline. A queste si aggiungerà il costo dell'arma, delle pallottole, del mirino telescopico, del materiale grezzo... diciamo un totale di altre duecento sterline.” “ Affare fatto” rispose l'inglese senza discutere. Estrasse un fascio di banconote da cinque sterline dalla tasca interna della giacca. “ Proporrei” soggiunse pacatamente, “ di darle, per assicurarla della mia buona fede, un anticipo di cinquecento sterline. Porterò le restanti settecento al mio ritorno. Lei É d'accordo?” “ Monsieur” rispose il belga intascando le banconote, “ É un piacere fare affari con un professionista e con un gentiluomo.” “ C'É un'altra cosa” prosegu¡ il visitatore. “ Lei non dovrà fare alcun tentativo di informarsi sulla mia identità né sulla persona contro la quale sto operando. Nell'eventualità che lei cerchi di farlo, ne verrei sicuramente a conoscenza. Nel qual caso, lei morirà. Intesi?” Goossens era in preda all'angoscia. Ritto nel corridoio, alzò lo sguardo verso l'inglese, e un brivido di paura gli percorse la schiena. “ Monsieur” replicò quietamente, “ io non voglio sapere niente sul suo conto. Lei capisce, a me, più che raccogliere informazioni sul suo conto, interessa avere la sicurezza che nulla di quanto lei farà possa essere ricollegato a me. Bonjour, Monsieur.” Lo Sciacallo si allontanò nella luminosa giornata di sole e, due strade più avanti, fermò un tass¡ che lo portò in un locale nei pressi di Rue Neuve, dove Louis, il suo intermediario del Katanga, gli aveva combinato un appuntamento con un falsario. Dopo essersi presentato a questo secondo belga, si appartò con lui in un angolo del locale. Lo Sciacallo mostrò la sua patente, intestata al suo vero nome, rilasciata due anni prima e valida ancora per qualche mese. “ Questa patente” spiegò al falsario, “ era di un uomo che É deceduto. Dal momento che mi É stato vietato guidare in Gran Bretagna, avrei bisogno di una nuova pagina intestata a mio nome.” Mise davanti al falsario il passaporto intestato a Duggan. L'uomo che gli stava di fronte diede un'occhiata al passaporto nuovo di zecca, poi guardò furbescamente l'inglese. “ En effet” mormorò, poi apr¡ la piccola patente rossa di guida. Dopo qualche momento, sollevò lo sguardo. “ Nessuna difficoltà, signore. Questo documento...” soggiunse, lisciando il foglietto incollato alla prima pagina della patente, “ potrebbe essere stampato con quei caratteri tipografici che vengono usati per gioco dai bambini. Tutto qui, quello che voleva?” “ No, ci sono altri due documenti.” Lo Sciacallo li descrisse in tutti i particolari. Il falsario socchiuse gli occhi, con aria assorta. Prese un pacchetto di Bastos, lo porse all'inglese, che rifiutò, e si accese una sigaretta. “ Questo non É cos¡ facile. La carta d'identità francese non É una cosa impossibile. Ce n'É in giro una quantità su cui si può lavorare. L'altra, però... É una richiesta veramente insolita.” Si interruppe, poi soggiunse: “ E poi la fotografia. Non sarà una cosa facile. Lei dice che deve esserci differenza di età, di colore dei capelli, di statura. Quasi tutti quelli che vogliono un documento falso, chiedono di avere la propria fotografia sul documento, ma con i dati anagrafici falsificati. Il compito di fare una nuova fotografia che non assomiglia nemmeno a lei, secondo il suo aspetto attuale, complica le cose. Tutto ciò richiederà un certo tempo. Quanto tempo si tratterrà a Bruxelles?” “ Non a lungo” rispose lo Sciacallo. “ Devo ripartire abbastanza presto, però sarò di ritorno il primo d'agosto.” Il belga riflett‚ ancora per un po', fissando la fotografia sul passaporto davanti a sé. Alla fine richiuse il documento e lo restitu¡ all'inglese dopo aver trascritto su un pezzo di carta il nome di Alexander James Quentin Duggan. Intascò il pezzo di carta insieme con la patente. “ E quali sono il nome e l'indirizzo che vuole avere sui due documenti francesi?” “ Può sceglierlo lei stesso il nome, purché sia un nome comune in Francia. Le comunicherò l'indirizzo per telefono prima di agosto.” “ D'accordo, se lei mi telefonerà per tempo, la cosa si può fare, ma ci vorranno dei soldi.” “ Quanti?” tagliò corto l'inglese. “ Ventimila franchi belgi.” Lo Sciacallo riflett‚ per un attimo. “ Circa centocinquanta sterline. D'accordo. Le pagherò cento sterline d'anticipo e il resto glielo darò alla consegna.” Il falsario si alzò. “ Allora sarà meglio andare a fare le fotografie. Ho uno studio privato.” Presero un tass¡ per raggiungere un piccolo appartamento in un seminterrato a quasi due chilometri di distanza. Era un posto piuttosto squallido; un cartello indicava che lo studio era specializzato in fotografie per passaporti con sviluppo immediato. Com'era inevitabile al vetro della finestra erano incollate varie foto di repertorio: due foto di ragazze in pose affettate, una coppia di sposi talmente poco attraente da togliere qualsiasi alone romantico al sacro vincolo del matrimonio e due bambini. Il falsario precedette l'ospite giù per i gradini che portavano alla porta d'ingresso, la apr¡ e fece entrare l'inglese. La seduta nello studio durò due ore, durante le quali il falsario diede prova di un'abilità che mai l'autore delle foto incollate alla finestra avrebbe potuto possedere. Un grosso baule in un angolo rivelò, quando l'uomo lo apr¡, una gamma notevole di costose macchine fotografiche e di attrezzature per le luci, oltre a tutto un armamentario per travestimenti, che comprendeva parrucche, occhiali di ogni tipo e una valigetta di quei cosmetici che vengono usati dagli attori di teatro. Dopo aver lavorato con i cosmetici sulla faccia dello Sciacallo per una mezz'ora, il falsario tirò fuori una parrucca di capelli color grigio-ferro tagliati a spazzola. “ Che cosa ne dice, di questa?” domandò. Lo Sciacallo prese la parrucca e la studiò. “ Possiamo fare una prova e vedere come viene in fotografia” propose. E andò bene. Mezz'ora dopo aver scattato sei fotografie al suo cliente, il falsario emerse dalla camera oscura. Esaminarono insieme il mazzo delle fotografie sviluppate: si trattava della faccia di un uomo anziano, che come minimo doveva essere sulla cinquantina. La pelle aveva un colore grigiastro e sotto gli occhi c'erano scure borse, provocate dalle fatiche o dalle sofferenze. “ Il problema” fece osservare lo Sciacallo, “ É che lei ha dovuto lavorare con i cosmetici sulla mia faccia per mezz'ora prima di raggiungere questo risultato. E poi c'É la parrucca. Io non posso fare tutto questo da solo. E qui eravamo sotto le luci delle lampade, mentre io sarò probabilmente alla luce del sole quando dovrò mostrare i documenti che lei mi preparerà.” “ É proprio questo il punto” replicò il falsario. “ Quel che succederà, non É tanto che lei non sarà una perfetta riproduzione della foto, ma che la foto non sarà una perfetta riproduzione di lei. É in questo modo che funziona la mente di un uomo che esamina i documenti. L'uomo guarda prima la faccia cos¡ com'É, poi chiede i documenti. Ha già in mente l'immagine di un uomo che gli sta di fronte, e questo condiziona il suo giudizio. Nella foto, lui cerca i punti di sosomiglianza con l'uomo, non quelli che possono essere dissimili. In secondo luogo, il formato di questa fotografia É di venticinque centimetri per venti, mentre quella sulla carta di identità sarà di tre per quattro. E infine, non ho fatto niente che lei non possa facilmente imitare. La cosa più importante, naturalmente, sono i capelli. Devono essere tagliati a spazzola e tinti di grigio. Per aumentare l'impressione dell'età avanzata e della decadenza fisica, basterà far crescere per due o tre giorni una barba corta e ispida, poi raderla a mano, in qualche modo, facendosi un paio di taglietti. Succede spesso, agli uomini anziani. La carnagione, questa, É di vitale importanza. Dovrà sembrare grigiastra, avvizzita. Lei può procurarsi qualche pezzo di cordite?” Lo Sciacallo aveva ascoltato, ammirato, la lezione del falsario. Per la seconda volta, in quel giorno, era riuscito ad avvicinare un autentico professionista, che conosceva alla perfezione il suo lavoro. “ Potrei provarci” rispose prudentemente. “ Due o tre pezzetti di cordite, masticati e ingoiati, provocano nel giro di mezz'ora, un senso di nausea, sgradevole, s¡, ma non pericolosa. Fanno anche diventare grigiastra la pelle e provocano traspirazione sulla faccia. Usavamo questo trucco nell'esercito, per marcar visita.” Il falsarlo si interruppe. “ Tenga a mente che É necessario evitare una eccessiva somiglianza con la fotografia. Se il documento É stato rilasciato parecchi anni prima, É impossibile che una persona non sia un po' cambiata. In questa fotografia lei É ripreso con una camicia a righe col collo aperto. Eviti di indossare camicie col collo aperto. Porti la cravatta, la sciarpa o un golf con il collo alto.” “ Grazie per il consiglio. In quanto al resto, lei pensa di riuscire a procurarmi i documenti per tempo?” domandò lo Sciacallo. “ Dal punto di vista tecnico, non ci sono dubbi. L'unico problema ora, É di procurarsi un originale del secondo documento francese, il che può richiedere un viaggetto in Francia.” Si interruppe, poi soggiunse: “ Lei ha parlato di un acconto per pagare le spese”. Lo Sciacallo tirò fuori un fascio di banconote da venticinque sterline che porse al falsario. “ Come faccio a mettermi in contatto con lei?” domandò. Il falsario riflett‚ un attimo. “ Questo studio ha il telefono. Prenda questo biglietto da visita. Sarà meglio che distrugga il biglietto appena avrà imparato a memoria il numero. Io aspetterò qui una sua telefonata, dalle sei alle sette di sera, negli ultimi tre giorni del mese. Se lei non telefona, riterrò l'affare sfumato.” L'inglese si era tolto la parrucca e stava pulendosi la faccia con una pezzuola imbevuta di liquido detergente. Senza parlare, si infilò la giacca e si annodò la cravatta. Quando ebbe finito, si voltò verso il falsarlo e i suoi occhi erano imperscrutabili come la nebbia sulla Manica. “ Ci sono alcune cose che voglio mettere in chiaro” disse con voce pacata. “ Quando lei avrà terminato il lavoro, mi restituirà la nuova patente e la pagina staccata da quella che lei ha ora in mano. E anche le negative e tutte le fotografie che ha appena stampato. Lei dimenticherà i nomi e gli indirizzi di tutti i documenti nuovi, e anche il nome dell'intestatario di quella patente di guida. Inoltre, non parlerà mai con nessuno di questa ordinazione. Se infrangerà una sola di queste condizioni, lei morirà. Siamo intesi?” Il falsario ricambiò per un attimo lo sguardo dell'altro. “ Siamo intesi, Monsieur.” Pochi secondi dopo, l'inglese scompariva nella notte. Percorse a piedi cinque isolati prima di prendere un tass¡ che lo riportò in albergo, ed era mezzanotte quando vi arrivò. Si fece portare in camera pollo freddo e vino della Mosella, si fece un bagno per ripulirsi degli ultimi residui del trucco e infine si addormentò. Il mattino seguente lasciò la sua camera all'albergo e prese il Brabant Express per Parigi. Era il ventidue luglio. Il capo dell'Action della SDECE era seduto alla sua scrivania quella stessa mattina e studiava i due rapporti di routine che aveva davanti a sé. In tempi normali, il colonnello Rolland avrebbe dato una scorsa a ciascuno dei due e poi li avrebbe fatti archiviare sotto diverse intestazioni. Ma c'era una parola, in tutti e due, che gli dava da pensare. Il primo rapporto arrivato era una comunicazione interdipartimentale che conteneva il compendio di un dispaccio giunto da Roma. Era un rapporto sbrigativo, dal quale risultava che Rodin, Montclair e Casson erano ancora rintanati nel loro appartamento all'ultimo piano. Per tenersi in contatto con l'esterno (cfr. rapporto da Roma del trenta giugno) usavano sempre lo stesso sistema: il galoppino era sempre e solo Viktor Kowalski. Fine del messaggio. Il colonnello Rolland apr¡ il raccoglitore marrone sulla destra della sua scrivania e scorse velocemente il rapporto da Roma del trenta giugno finché non incontrò il paragrafo che cercava. Ogni giorno, informava il rapporto, una delle guardie del corpo lasciava l'albergo e si recava a piedi alla posta centrale di Roma, dove una casella fermo-posta era riservata all'OAS, intestata al nome di Poitiers. La guardia del corpo era stata identificata: era Viktor Kowalski, che un tempo faceva parte della compagnia di Rodin in Indocina. Eventuali tentativi di interferire negli scambi epistolari dell'OAS avrebbero comportato un ricorso alla violenza, che già era stato precluso da Parigi. Fine del messaggio. Rolland prese allora il secondo dei due rapporti pervenuti quella mattina. Era un rapporto della polizia giudiziaria di Metz, dal quale risultava che un uomo, interrogato durante una normale perquisizione in un bar, era stato identificato come Sandor Kovacs, disertore della Legione Straniera, rifugiato politico da Budapest dal 1956. Kovacs era un famigerato "gorilla" dell'OAS, ricercato per una serie di omicidi terroristici avvenuti in Algeria nel 1961. A quel tempo operava insieme con un altro gorilla dell'OAS sempre latitante, Viktor Kowalski. Fine del messaggio. Rolland riflett‚ sul collegamento tra i due uomini. Alla fine schiacciò un pulsante davanti a sé e richiese la pratica intestata a Viktor Kowalski. Dieci minuti dopo, ricevette la pratica dagli archivi e trascorse un'ora a leggerla. Parecchie volte si soffermò su un particolare paragrafo. Poi convocò una piccola riunione con il suo segretario particolare e un perito calligrafo del dipartimento di documentazione. “ Signori” annunciò, “ dovremo scrivere e inviare una lettera.” Il treno dello Sciacallo arrivò alla Gare du Nord poco prima dell'ora di pranzo, poi l'uomo prese un tass¡ che lo condusse a un piccolo, ma comodissimo albergo di Rue de SurÉne. Durante il suo soggiorno, si mostrò estremamente cortese con il personale, pronunciò solo poche parole in francese, con la solita atroce pronuncia degli inglesi e sorrise garbatamente quando gli veniva rivolta la parola. “ Monsieur Duggan” osservò un giorno la proprietaria dell'albergo, parlando con l'addetto alla reception, “ est extremement gentil. Un vero gentiluomo.” Trascorreva le sue giornate sugli itinerari tipici dei turisti. Il primo giorno acquistò una cartina topografica di Parigi e, dopo aver consultato un quadernino d'appunti, segnò sulla cartina i luoghi interessanti che intendeva visitare e che visitò con palese zelo e dedizione. Per tre giorni girellò intorno all'Arco di Trionfo oppure se ne rimase seduto sulla terrazza di un caffÉ quasi in fondo agli Champs-‚lysées, a studiare il monumento e i tetti dei grandi edifici che circondano la piazza dell'‚toile. Visitò l'ossario dei martiri della resistenza francese a Mont-Valérien e la Place des Invalides, dominata dal grande Hotel des Invalides, che ospita la tomba di Napoleone. Ma lo interessava soprattutto la parte occidentale dell'enorme piazza e trascorse una mattina seduto a un caffÉ sull'angolo. Certamente nessun osservatore avrebbe potuto immaginare che l'elegante turista, intento a sorseggiare il suo caffÉ e a studiare l'architettura del luogo, stesse riflettendo che un sicario avrebbe potuto dominare gran parte della piazza. Prima di spostarsi alla cattedrale di Notre-Dame, l'inglese era giunto alla conclusione che la Place des Invalides poteva essere un buon posto per opporre un'estrema difesa, ma non per compiere un attentato. La distanza tra le finestre più alte e la base della scalinata, dove si sarebbero disposte le automobili, era superiore ai duecento metri. Una giornata la trascorse nei dintorni della cattedrale. I tetti delle case della piccola piazza Charlemagne erano troppo vicini, e il servizio di sicurezza non avrebbe avuto difficoltà a disseminare tutt'intorno i suoi osservatori. L'ultima visita fu dedicata alla piazza all'estremità meridionale della Rue de Rennes. Un tempo chiamata Place de Rennes, la piazza era stata ribattezzata, quando i gollisti avevano preso il potere, Place du 18-Juin 1940, in ricordo del giorno in cui il solitario e orgoglioso esule di Londra aveva preso il microfono per dire ai Francesi che, se avevano perso una battaglia, non avevano perso la guerra. Senza fretta, il sicario esaminò la piazza, con la gran massa della Gare Montparnasse accovacciata sul lato meridionale e la grande distesa di macadam sulla quale si incrociava ora il flusso turbinoso del traffico. Girò intorno alla piazza e, attraverso l'inferriata, scrutò nello spiazzo antistante la grande stazione. Quell'inverno la stazione sarebbe stata demolita. Nella settimana precedente, lo Sciacallo aveva visitato tutti i luoghi che il Presidente francese avrebbe attraversato nel giorno prestabilito: questo, ne era certo, era quello che offriva le maggiori garanzie di successo. Lo Sciacallo si voltò e fotografò con occhio esperto il panorama che gli stava davanti. Le prime due case, su ciascun lato della Rue de Rennes, nel punto in cui la strada sboccava sul lato opposto della piazza, erano l'alternativa che evidentemente gli si offriva. Più in là, l'angolo di tiro sullo spiazzo antistante la stazione diventava troppo stretto. Tutti gli altri edifici che dominavano lo spiazzo erano troppo lontani, tranne l'edificio stesso della stazione che avrebbe pullulato di uomini del servizio di sicurezza. Lo Sciacallo continuò la sua passeggiata, ordinò un caffÉ, poi studiò più da vicino le due case che aveva scelto come possibili alternative. Erano due caseggiati di appartamenti. Il giorno seguente era di nuovo sul posto, e attraversò la strada per andare a sedere su una panchina sotto gli alberi, fingendo di leggere un giornale mentre studiava gli ultimi piani degli edifici. Sopra il quinto o sesto piano della facciata di pietra c'erano i parapetti, poi i ripidi tetti di tegole nere che ospitavano gli abbaini con le finestre a mansarda, in cui un tempo abitavano i domestici, rimpiazzati ora dagli inquilini più poveri. I tetti, e probabilmente gli stessi abbaini, sarebbero stati sicuramente sorvegliati, quel giorno. Probabilmente gli agenti sarebbero stati disposti anche sui tetti, con i binocoli da campo puntati sulle finestre e sui tetti di fronte. Tuttavia, l'ultimo piano sotto gli abbaini sarebbe stato abbastanza in alto e un uomo, appostato nell'oscurità della stanza, non sarebbe stato visibile dall'altro lato della strada. Dato che lui aveva previsto l'attentato per la metà del pomeriggio, attese fino alle quattro; allora osservò che il sole, nel suo percorso verso occidente, era ancora abbastanza alto nel cielo per illuminare la sommità del tetto della stazione fino alle finestre degli appartamenti sul lato est della strada. Scartò quindi le case su questo lato, riducendo la scelta tra le due sul lato occidentale. Le finestre più in alto ricevevano soltanto di sbieco i raggi del sole. Il giorno successivo notò la portinaia. Lo Sciacallo aveva scelto una panchina a pochi passi dall'ingresso dei due caseggiati che ancora lo interessavano. La portinaia sedeva nell'atrio di una casa e lavorava a maglia. Dal modo in cui la donna cinguettava "Bonjour" alle persone che ogni tanto entravano o uscivano dal caseggiato, e dal cordiale "Bonjour, Madame Berthe" che veniva rivolto in risposta alla donna ogni volta, l'osservatore seduto sulla panchina a pochi passi dedusse che la portinaia doveva essere benvoluta, una buona nonnina, piena di comprensione per tutte le disgrazie di questo mondo. Poco prima delle quattro, la donna ripiegò il suo lavoro a maglia e attraversò ciabattando la strada fino al fornaio. Lo Sciacallo si alzò tranquillamente dalla panchina ed entrò nel caseggiato. Prefer¡ le scale all'ascensore e cominciò silenziosamente e di buon passo la salita. Al sesto piano, c'erano due porte che davano accesso ad appartamenti sulla parte anteriore dell'edificio, le cui finestre si affacciavano su Rue de Rennes oppure di sbieco sulla piazza. Le targhette sulle porte di questi appartamenti portavano il nome di M.lle BÉRANGER e di M. ET M.me CHARRIER. Tese l'orecchio per qualche istante, ma nessun rumore gli giunse dai due appartamenti. Esaminò le serrature: tutte e due erano incassate nella porta di legno, che era solida e massiccia. C'era bisogno delle chiavi, pensò, e sicuramente Madame Berthe teneva quelle di tutti gli appartamenti in qualche angolo della sua portineria. Qualche momento dopo, lo Sciacallo scendeva silenziosamente le scale. A ogni ammezzato c'era una porta che dava su una scala di sicurezza di ferro. Giunto al primo piano, l'uomo apr¡ la porta e guardò in basso. La scala di sicurezza portava a un piccolo cortile interno. Il cortile quadrato racchiuso in mezzo agli edifici aveva, a un'estremità, uno stretto corridoio coperto che portava in strada. Lo Sciacallo aveva trovato il modo per fuggire. Dopo aver richiuso silenziosamente la porta, rimise a posto il catenaccio e scese con passo lieve l'ultimo ammezzato che portava al piano terreno. Quando emerse dal caseggiato, voltò a destra in Rue de Rennes e stava percorrendo a piedi il Boulevard du Montparnasse, quando un poliziotto motociclista sbucò a tutta velocità a un incrocio, fermò bruscamente la sua motocicletta appoggiandola di scatto al predellino, e poi, portatosi al centro del crocicchio, cominciò a bloccare il traffico. In lontananza si udiva l'ululato delle sirene della polizia. Lo Sciacallo, dall'angolo della strada, vide a cinquecento metri di distanza una processione di auto che stava dirigendosi verso di lui. Le automobili erano precedute da due motards in tuta di pelle nera e, dietro di essi, si scorgeva il muso affilato da squalo di due Citroen DS 19, una dietro l'altra. I due motociclisti voltarono a destra in Avenue du Maine, seguiti dalle limousine. Sui sedili posteriori della prima, con lo sguardo fisso davanti a sé, impettita, c'era una figura alta che indossava un doppiopetto color antracite. Lo Sciacallo ebbe una fugace visione di quella testa eretta e di quel naso inconfondibile prima che il corteo delle automobili scomparisse. La prossima volta che ti vedrò in faccia, disse tra sé, rivolto all'immagine che scompariva, sarai a fuoco dentro un mirino telescopico. Poi prese un tass¡ per far ritorno in albergo. Alle sei di quella sera si recò in un piccolo caffÉ dal quale fece una telefonata allo studio di Bruxelles. Più avanti su quella strada, vicino all'uscita della stazione della metropolitana dalla quale era appena sbucata, un'altra persona aveva intravisto il caratteristico profilo sulla parte posteriore della prima Citroen, e i suoi occhi si erano accesi di un'intensa passione. Jacqueline Dumas aveva allora ventisei anni ed era molto bella; la sua bellezza sapeva valorizzarla al massimo perché lavorava come estetista in un costoso istituto dietro gli Champs-‚lysées. Quella sera del trenta luglio stava affrettandosi a casa per prepararsi a un appuntamento. Sapeva che, di l¡ a poche ore, sarebbe stata, nuda, tra le braccia dell'uomo che lei odiava, e voleva apparire quanto più bella possibile. Fino a pochi anni prima, la cosa più importante della sua vita era stata la famiglia, molto unita, composta dal padre, impiegato di banca, dalla madre, tipica casalinga francese del ceto medio, da lei stessa, che stava terminando il corso di estetista e da Jean-Claude, che stava prestando servizio militare. Il telegramma del ministero delle forze armate era giunto un giorno verso la fine del 1959. Informava, con infinito rammarico, il signor Armand Dumas e sua moglie, che il loro figlio Jean-Claude, soldato semplice nel primo corpo dei paracadutisti coloniali, era morto in Algeria. Allora il mondo di Jacqueline era andato in pezzi e lei era stata tutta presa da un unico, ossessionante pensiero: il piccolo Jean-Claude, il suo amato fratello minore, cos¡ sensibile e gentile, cos¡ nemico della guerra e della violenza, era stato colpito a morte da una banda di guerriglieri dell'FLN, in qualche uadi algerino dimenticato da Dio. Jacqueline aveva cominciato a odiare. Poi era arrivato Francois. Improvvisamente, il mattino di una domenica di inverno, Francois si era presentato a casa sua mentre i genitori erano assenti. Aveva domandato di parlare con la signorina Jacqueline. “ C'est moi-meme” gli aveva risposto lei, ma che cosa desiderava? Francois le aveva risposto che comandava il plotone di cui faceva parte Jean-Claude quando era rimasto ucciso. Lei lo aveva invitato a entrare. La lettera era stata scritta qualche settimana prima della morte di Jean-Claude, che la teneva nella tasca interna quando era uscito per la sua ultima missione di pattuglia. Jacqueline l'aveva letta e aveva pianto, Francois, che era duro come la terra della provincia coloniale in cui aveva combattuto per quattro anni, era stato molto gentile con lei. A lei era piaciuto per questo, e aveva accettato il suo invito a cena. A tavola, lo aveva tempestato di domande sull'Algeria, sul gioco che stavano realmente facendo gli uomini politici. Il generale de Gaulle era salito alla presidenza nel gennaio precedente, e proprio da Francois aveva appreso per la prima volta che l'uomo venerato da suo padre era considerato da alcuni un traditore della Francia. Lui le aveva parlato del tradimento perpetrato contro l'esercito francese, dei negoziati segreti del governo di Parigi con Ahmed Ben Bella, il capo prigioniero dell'FLN, dell'imminente resa in Algeria. Avevano trascorso insieme tutto il periodo della licenza di Francois; Jacqueline si incontrava con lui tutte le sere dopo il lavoro. Nella seconda metà di gennaio, Francois era tornato alla guerra; poi, lei, all'insaputa di tutti, era riuscita a prendersi un breve periodo da trascorrere sola con lui quando Francois, in agosto, era tornato in licenza a Marsiglia per una settimana. Nella sua ultima licenza, in quella primavera del 1961, Francois era tornato a Parigi e, quando passeggiavano insieme per i boulevards, lui in uniforme, lei nel suo abito più grazioso, Jacqueline pensava che lui fosse l'uomo più bello, più forte di tutta la città. Francois era eccitato. Si avvertiva qualcosa nell'aria. La notizia delle trattative con l'FLN era divenuta di dominio pubblico. L'esercito non avrebbe sopportato ancora a lungo questa situazione, le aveva promesso Francois. L'Algeria doveva rimanere francese: questo era, per tutti e due, un articolo di fede. Francois era tornato in Algeria e il ventun aprile parecchie unità dell'esercito francese si erano ribellate. Il primo corpo dei paracadutisti aveva partecipato alla rivolta quasi come un sol uomo. Nella settimana successiva erano scoppiati numerosi scontri tra i rivoltosi e i reggimenti rimasti fedeli al Governo. All'inizio di maggio, in una scaramuccia con un'unità dell'esercito schieratosi con de Gaulle, Francois era stato colpito a morte. Jacqueline, senza alcuna apparente esplosione di dolore, aveva preso in affitto un appartamento in uno dei sobborghi più poveri di Parigi e aveva cercato di uccidersi con il gas, ma senza riuscirvi. In dicembre era entrata a far parte attiva dell'organizzazione clandestina dell'OAS, spinta da una motivazione molto semplice: Francois e Jean-Claude dovevano essere vendicati. Oltre a questa passione, Jacqueline non aveva altre aspirazioni al mondo. Il suo unico rammarico era di non poter fare qualcosa di più, oltre a sbrigare commissioni, recapitare messaggi e, di quando in quando, portare un pezzo di esplosivo al plastico nascosto in una pagnotta nella borsa per la spesa. Era convinta di poter fare di più, ma le cose erano andate avanti cos¡ fin quando, all'inizio di luglio, un uomo era venuto a farle visita. Era pronta ad assolvere una missione speciale per l'organizzazione? Naturalmente. Una missione forse pericolosa, sicuramente sgradevole? Non importava: il suo odio le avrebbe fatto superare qualsiasi ostacolo. Tre giorni dopo le veniva mostrato un uomo che usciva da un caseggiato. Le fu detto chi era, quale posizione ricopriva. E quello che lei avrebbe dovuto fare. Verso la metà di luglio, i due si erano incontrati, apparentemente per caso; lei era andata a sedersi accanto a lui in un ristorante e gli aveva sorriso timidamente nel chiedergli in prestito la saliera che l'uomo aveva sul tavolo. Lui le aveva parlato, lei si era mostrata riservata, dimessa. La reazione era stata quella prevista. La riservatezza di Jacqueline aveva attirato l'interesse dell'uomo. La conversazione si era accesa, condotta da lui, la ragazza lo seguiva docilmente. Dopo quindici giorni aveva avuto inizio la loro relazione. Il ventinove luglio la moglie e i due bambini dell'uomo erano partiti alla volta della loro casa di campagna, nella valle della Loira. Pochi minuti dopo la loro partenza, il tizio era al telefono e chiedeva insistentemente a Jacqueline di cenare da sola con lui nel suo appartamento la sera seguente. A casa sua, Jacqueline Dumas continuava a pensare, rassegnata, alla notte che l'aspettava e si sentiva rivoltare lo stomaco. Da un cassetto dietro allo scrittoio, aveva preso la foto di Francois. Si era distesa sul letto e aveva posto Francois sopra di sé, che la guardava, come quando facevano l'amore. “ Francois” ansimò, “ aiutami, ti prego, aiutami questa notte.” L'ultimo giorno del mese, lo Sciacallo fu molto occupato. Trascorse la mattinata al mercato delle pulci, dove acquistò un bisunto basco nero, un paio di scarpe sfondate, calzoni, calze, una camicia e, dopo molte ricerche, un lungo cappotto militare che gli scendeva parecchio sotto il ginocchio, particolare, questo, importantissimo. Mentre stava per andarsene, il suo occhio cadde su un banco pieno di medaglie, in gran parte ormai arrugginite dal tempo. Ne acquistò una serie insieme con un opuscolo che descriveva le medaglie militari francesi. Dopo un leggero pranzo, pagò il conto dell'albergo e fece le valigie. Con la serie delle medaglie acquistate e con l'aiuto dell'opuscolo preparò una striscia di decorazioni, a cominciare dalla medaglia al valor militare per il coraggio mostrato di fronte al nemico, alla quale aggiunse la medaglia della Resistenza e cinque medaglie concesse a coloro che avevano combattuto nelle Forze Francesi Libere durante la seconda guerra mondiale. Le altre medaglie e l'opuscolo furono buttati separatamente in due cestini per i rifiuti attaccati ai lampioni lungo il Boulevard Malesherbes. L'impiegato dell'albergo lo informò che per Bruxelles c'era un ottimo treno espresso, l'‚toile du Nord, in partenza alla Gare du Nord alle diciassette e quindici. Prese quel treno e arrivò a Bruxelles nelle ultime ore di luglio. La lettera indirizzata a Viktor Kowalski arrivò a Roma il mattino seguente. Il gigantesco caporale stava attraversando l'atrio dell'albergo dopo aver ritirato la posta quotidiana all'ufficio postale, quando uno dei fattorini lo chiamò: “ Signore, per favore...” L'uomo si voltò, corrucciato come sempre, e vide un ragazzo che non conosceva, ma in questo non c'era niente di strano. Il fattorino dagli occhi scuri aveva una lettera in mano. “ É una lettera, signore. Per un certo signor Kowalski... non conosco questo signore... É forse un francese...” Il tizio aveva parlato in italiano e Kowalski non aveva capito una parola, ma aveva afferrato il senso della frase e riconosciuto il proprio nome. Strappò la lettera di mano al ragazzo ed esaminò il nome e l'indirizzo scarabocchiati sulla busta. All'albergo era registrato sotto altro nome e, per quanto ne sapeva lui, nessuno avrebbe dovuto essere informato del luogo in cui si trovava. Tuttavia quella lettera lo metteva in imbarazzo. Era riuscito a capire dall'italiano che il personale dell'albergo non aveva mai sentito nominare quell'ospite e nessuno sapeva che cosa fare della lettera. Kowalski abbassò lo sguardo. “ Bon. Je vais demander” disse con aria indifferente. “ Ah, s¡, domandare. Grazie, signore. Tante grazie...” Kowalski sal¡ con l'ascensore fino all'ottavo piano e ne usc¡ per trovarsi di fronte l'uomo di guardia nel corridoio che brandiva una pistola automatica. Per un secondo o due, entrambi restarono fermi, fissandosi. Poi l'altro ripose la pistola in tasca e girò un interruttore sotto il tavolo che neutralizzava tutte le trappole disposte sulle scale che portavano al piano superiore dove abitavano i capi. Dopo aver telefonato al piano superiore, l'uomo seduto al tavolo fece segno a Kowalski di salire. Il caporale aveva già infilato la lettera a lui indirizzata nella tasca interna, mentre la posta per i suoi capi era racchiusa in un astuccio d'acciaio incatenato al suo polso sinistro. Sia la catena sia l'astuccio erano chiusi con serrature a scatto, e soltanto Rodin ne possedeva le chiavi. Pochi minuti dopo il colonnello dell'OAS li apriva tutti e due, e Kowalski ritornava all'ottavo piano, nella sua stanza, dove finalmente pot‚ leggere la sua lettera, a cominciare dalla firma. Fu sorpreso nel vedere che il mittente era Kovacs, che non vedeva da un anno e che quasi non sapeva scrivere. Per prima cosa, Kovacs spiegava di aver letto un articolo sul giornale, nel quale era scritto che Rodin, Montclair e Casson erano nascosti in quell'albergo a Roma. Aveva immaginato che il suo vecchio amico Kowalski fosse con loro e quindi gli scriveva nella speranza di raggiungerlo. Raccontava di aver incontrato Michel qualche settimana prima; che Michel gli aveva detto di aver parlato con JoJo, il quale l'aveva informato che la piccola Sylvie era malata di luce-qualcosa. Kovacs concludeva augurandosi che la bambina guarisse presto e che Viktor non si preoccupasse troppo. In realtà, Kowalski era preoccupatissimo. Non erano molte le cose che avevano fatto breccia nel suo cuore durante trentasei anni di vita violenta. Aveva dodici anni quando i Tedeschi avevano invaso la Polonia e un anno di più quando i suoi genitori erano stati portati via in un buio vagone ferroviario. Abbastanza vecchio per unirsi ai partigiani, aveva quindici anni quando aveva ucciso il suo primo tedesco. Aveva diciassette anni quando erano arrivati i Russi, ma, poiché aveva sentito raccontare cose terribili su quello che i Russi facevano ai Polacchi, si era messo in marcia verso occidente, verso la Cecoslovacchia, come un animale braccato. Poi, in varie tappe, si era diretto a sud, in Italia, e di l¡ in Francia. A Marsiglia, una notte, aveva fatto irruzione in un negozio, ne aveva ucciso il proprietario che aveva opposto resistenza ed era stato di nuovo costretto alla fuga. Un amico polacco gli aveva consigliato di andare nella Legione Straniera, l'unica sua ancora di salvezza. La mattina dopo si arruolava ed era a Sidi-bel-AbbÉs, prima ancora che la polizia investigativa di Marsiglia, dilaniata dalla guerra, fosse sulle sue tracce. Dopo sei anni di Indocina, ogni traccia di normalità era stata completamente cancellata in lui; infine il gigantesco caporale era stato inviato in Algeria. Nel frattempo, però, aveva avuto un incarico di sei mesi come istruttore in un corso di addestramento all'uso delle armi nei dintorni di Marsiglia. L¡ aveva conosciuto Julie, una piccola e perversa lavapiatti di un bar del porto, che stava passando dei guai con il suo macro. Con un solo pugno, Kowalski aveva scaraventato l'uomo a sei metri di distanza nel bar, lasciandolo privo di sensi per dieci ore. A Julie era piaciuto il gigantesco legionario e per parecchi mesi questi era diventato il suo "protettore". C'era stata molta passione, soprattutto da parte di lei, ma pochissimo amore tra i due, e ancor meno quando lei si era accorta di essere incinta. Il bambino, gli aveva detto, era suo e lui, forse, le aveva creduto perché voleva crederle. Gli aveva detto anche che lei non lo voleva, il bambino. Kowalski l'aveva presa a schiaffi e l'aveva minacciata che, se si fosse liberata del bambino, lui l'avrebbe ammazzata. Tre mesi dopo doveva far ritorno in Algeria. Nel frattempo era diventato amico di un altro ex legionario polacco, Josef Grzybowski, noto come JoJo il polacco che, rimasto mutilato in Indocina, si era sistemato con un'allegra vedovella che gestiva una tavola calda alla stazione centrale. Kowalski si era rivolto a JoJo per avere un consiglio sul bambino. E JoJo gli aveva dato ragione: tutti e due erano stati cattolici, un tempo. “ Vuole sbarazzarsi del bambino” aveva detto Viktor, mentre bevevano insieme in un bar. “ Salope” era stato il commento di JoJo. “ Vacca” aveva convenuto Viktor. Avevano continuato a bere, fissando cupamente lo specchio in fondo al locale. “ Mai avuto un bambino, finora” aveva detto Viktor, dopo un po' di riflessione. “ Nemmeno io, anche se sono sposato e tutto” aveva fatto eco JoJo. Da qualche parte, nelle prime ore del mattino, completamente sbronzi, avevano concordato il loro piano. Il mattino dopo, JoJo si era ricordato l'impegno che si era assunto, ma non sapeva come rivelarlo alla moglie. Tre giorni erano passati. Poi, con suo stupore, la donna ne era stata felicissima. E cos¡ erano stati presi gli accordi. Quando era giunto il momento, Viktor aveva fatto ritorno in Algeria. A Marsiglia, JoJo e la moglie, alternando le minacce alle lusinghe, avevano tenuto d'occhio Julie. Alla fine del 1955 la donna era stata portata in ospedale e aveva dato alla luce una bambina dagli occhi azzurri e dai capelli biondi. Poi Julie era tornata alla sua vecchia vita e JoJo e sua moglie avevano adottato la bambina. Avevano informato Viktor con una lettera, e questi ne era stato stranamente felice, ma si era tenuto la cosa per sé. Sempre, nella sua vita, aveva perso tutto ciò di cui aveva parlato. Ciò nonostante, tre anni dopo, prima di una lunga missione di guerra sulle colline algerine, il cappellano gli aveva domandato se non volesse fare testamento. L'idea non gli era mai venuta in mente, ma poi, facendosi abbondantemente aiutare, aveva redatto il testamento, in cui lasciava tutti i suoi beni terreni alla figlia di un certo Josef Grzybowski. Successivamente, una copia di questo documento era stata trasmessa al ministero della difesa a Parigi per essere archiviata. Quando i servizi di sicurezza francesi erano venuti a conoscenza dell'attività terroristica di Kowalski, il documento era passato all'attenzione dell'Action del colonnello Rolland. Dopo una visita ai due Grzybowski, tutta la storia era venuta alla luce. Kowalski, però, non era mai venuto a saperlo. In vita sua, Kowalski aveva visto la figlia due volte, una volta quando la bambina aveva due anni, la seconda quando ne aveva quattro e mezzo. Si erano trovati molto bene insieme, la bimbetta e il suo irsuto zio Viktor. E ora la bambina era malata di luce-qualcosa, e Kowalski era molto preoccupato. Dopo pranzo, sal¡ al piano superiore per farsi assicurare al polso l'astuccio di acciaio per la posta del pomeriggio. “ Che cos'É” domandò all'improvviso, il caporale, tutto d'un fiato, “ la luce-qualcosa?” Rodin, che gli stava assicurando la catena al polso, alzò gli occhi, stupito. “ Mai sentita nominare” rispose. “ É una malattia” spiegò Kowalski. Dall'altro capo della stanza, dove stava leggendo una variopinta rivista, Casson scoppiò a ridere. “ Leucemia, vuoi dire” replicò. “ É il cancro del sangue.” Kowalski rivolse lo sguardo a Rodin che gli stava di fronte. Non si fidava, lui, dei civili. “ Si può curare, mon colonel?” “ No, Kowalski, É una malattia mortale. Non ci sono cure. Perché?” “ Niente, niente” mormorò Kowalski, “É una cosa che ho letto.” Poi se ne andò. Rodin era sorpreso dal fatto che la sua guardia del corpo, un uomo che notoriamente non aveva mai letto niente di più complesso degli ordini della giornata, si fosse imbattuto in quella parola leggendo un libro, tuttavia ben presto cancellò la faccenda dalla sua mente. Con la posta del pomeriggio gli arrivò una lettera dalla quale apprese che i depositi dell'OAS nelle banche svizzere assommavano ora a oltre duecentocinquantamila dollari. Rodin si mise a sedere per redigere le disposizioni alle banche: trasferire la somma sul conto del sicario che l'OAS aveva assunto al suo servizio. Non aveva dubbi che, dopo la morte di de Gaulle, gli industriali e i banchieri dell'estrema destra, che avevano finanziato l'OAS nei suoi primi e più fortunati giorni, avrebbero provveduto a rimettere in parità il bilancio. Casson, però, lo convinse a rallentare i tempi per questo motivo: avevano promesso all'inglese di procurargli un uomo di fiducia in grado di fornire le ultime notizie sui movimenti e sui servizi di sicurezza del Presidente. Anche se il loro principale agente a Parigi era riuscito a mettere un suo emissario molto vicino a uno degli uomini dell'immediata cerchia di de Gaulle, sarebbe stato necessario ancora qualche giorno prima che l'agente fosse in grado di fornire notizie importanti e attendibili. Rodin acconsent¡ ad aspettare ancora qualche giorno prima di comunicare le disposizioni ai banchieri. Nel frattempo Kowalski, seduto al tavolino nel corridoio al piano di sotto, con la Colt 45 nella sua mano esperta, continuava a preoccuparsi per quella bambina che stava in un letto di Marsiglia con la luce-qualcosa nel sangue. Poco prima che arrivasse l'uomo a dargli il cambio, a Kowalski venne un'idea. Ricordò che quando aveva visto JoJo l'ultima volta, nel 1960, l'ex legionario gli aveva detto che aveva intenzione di farsi mettere il telefono nell'appartamento. Alle dieci e un quarto del mattino in cui Kowalski riceveva la lettera, lo Sciacallo lasciava il suo albergo a Bruxelles con una valigetta vuota di fibra e si faceva portare in tass¡ fino a un angolo della strada in cui abitava Goossens. Aveva già telefonato all'armaiolo, fissando un appuntamento per le undici del mattino. Per mezz'ora rimase poi a tenere d'occhio la strada, seduto su una panchina dei piccoli giardini pubblici in fondo alla via, con un giornale ben spiegato davanti a sé. Infine, alle undici in punto, si presentò alla porta. Goossens lo fece entrare, poi chiuse accuratamente a chiave e sprangò la porta dietro di sé. “Ci sono problemi?” domandò lo Sciacallo all'armaiolo. “ No” rispose il belga. “ É tutto pronto, e sinceramente lo considero uno dei miei capolavori. Lasci che glielo mostri.” Sulla scrivania era collocata una valigetta diplomatica piatta, lunga una sessantina di centimetri, larga circa quarantacinque e profonda una decina di centimetri. Goossens apr¡ la valigetta e lo Sciacallo guardò dentro, quando la parte superiore ricadde sul tavolo. Era una specie di vassoio piatto, diviso in compartimenti accuratamente modellati, ognuno dei quali aveva esattamente la forma dei vari pezzi del fucile che conteneva. Nella parte superiore del vassoio, c'erano la canna e la culatta, il tutto non più lungo di quarantacinque centimetri. Lo Sciacallo le sollevò per esaminarle. Fece scattare il congegno dell'otturatore, che dolcemente ritornò a posto. Rovesciò il fucile ed esaminò la parte inferiore. C'era una sottile fessura sotto la culatta, attraverso la quale spuntava il moncherino del grilletto, che era stato segato fino a essere livellato alla superficie della culatta d'acciaio. Un foro filettato era stato praticato dentro il troncone. Senza parlare, Goossens porse allo Sciacallo un frammento ricurvo di acciaio, lungo un paio di centimetri, e con una estremità filettata. Lo Sciacallo infilò la parte filettata nel buco e la avvitò rapidamente, con l'indice e il pollice. Una volta avvitato, il nuovo grilletto spuntò sotto la culatta. Infine applicò il silenziatore e il mirino telescopico. Il belga, sempre a fianco dell'inglese, tese di nuovo la mano verso il vassoio dietro di sé e ne estrasse due strette barre d'acciaio. “ Le parti per montare il calcio” spiegò. Il sicario applicò le estremità delle barre nei buchi in fondo alla culatta e le avvitò saldamente. Goossens gli porse la copertura ricurva del calcio, lungo una quindicina di centimetri e ricoperto di cuoio nero. L'inglese incastrò il calcio al suo posto. Adesso il fucile, visto di profilo, sembrava più normale, col suo grilletto e l'impugnatura che si delineava con la parte superiore, quella inferiore e quella da appoggiare. Lo Sciacallo portò il calcio sulla spalla. Con la mano sinistra che impugnava la canna, col dito della destra sul grilletto con l'occhio sinistro chiuso e quello destro incollato al mirino teiescopico, l'uomo mirò alla parete più lontana e premette il grilletto. Si ud¡ un soffocato scatto metallico proveniente dall'interno della culatta. A prima vista, lo Sciacallo sarebbe potuto passare per un elegante aristocratico britannico che provava un nuovo fucile da caccia in un negoziO d'armi a Piccadilly. Tuttavia, quello che dieci minuti prima sembrava un insieme di disparati elementi, era ora il rapido e silenzioso fucile a lunga gittata di un assassino. Lo Sciacallo depose l'arma. Si voltò verso il belga e annu¡ soddisfatto. “ Benissimo” commentò. “ Avete fatto un magnifico lavoro davvero.” Goossens era raggiante. “ Rimane ancora da mettere a fuoco il mirino telescopico e fare qualche tiro di prova.” Infilò la mano nel cassetto della scrivania e ne estrasse una scatoletta. I sigilli della scatola erano stati rotti e mancavano sei pallottole. “ Queste sono per l'addestramento” spiegò il fabbricante d'armi. “ Ne ho prese sei per trasformarle in pallottole esplosive.” Lo Sciacallo si versò una manciata di proiettili in mano e li esaminò. Notò che erano di lunghezza superiore alla media, e la carica esplosiva supplementare avrebbe conferito alla pallottola una velocità molto elevata, aumentando di conseguenza la sua precisione e potenza. “Dove sono i proiettili veri?” domandò, riponendo gli altri nella scatola. Goossens tornò alla scrivania e prese un pacchetto avvolto nella carta velina, lo disfece e ne rovesciò il contenuto su un foglio di carta assorbente. A prima vista, le pallottole sembravano identiche alle altre, ma l'inglese le sapeva distinguere. Da una piccola zona intorno alla punta della pallottola era stato accuratamente raschiato il cuproalluminio, mettendo a nudo il piombo che stava sotto. La punta aguzza della pallottola era stata lievemente arrotondata e sulla cima era stato praticato un piccolo foro di mezzo centimetro per tutta la lunghezza del cappuccio protettivo. In questo orifizio era stata versata una stilla di mercurio, poi il buco era stato chiuso con una goccia di piombo liquido. Quando il piombo si era indurito, era stato anch'esso modellato e smerigliato finché non era stata ricostruita esattamente la forma appuntita della pallottola originale. Al momento dello sparo, la goccia di mercurio sarebbe stata violentemente ricacciata indietro nella sua cavità dalla spinta in avanti della pallottola, come accade quando un automobilista É spinto indietro sul suo sedile dalla violenta accelerazione della vettura. Non appena la pallottola avesse colpito la carne, la cartilagine o l'osso, il mercurio avrebbe sub¡to una improvvisa decelerazione, che avrebbe provocato di conseguenza la violenta propulsione della goccia di mercurio verso la parte otturata della pallottola. Qui la spinta del mercurio avrebbe staccato la punta della pallottola, disseminando intorno il piombo, come petali di un fiore che sboccia. Se avesse colpito la testa, una pallottola come questa non sarebbe fuoriuscita, ma avrebbe distrutto ogni cosa dentro il cranio. Il sicario depose con cura la pallottola sulla carta velina. “ Mi sembrano perfette” disse mentre l'ometto lo guardava con aria interrogativa. “ Lei É un vero maestro, Monsieur Goossens. E in quanto ai tubi?” “ Fabbricarli É stato più difficile di quanto immaginassi. Dapprima ho usato l'alluminio, come lei aveva suggerito. Tuttavia, per ridurre al minimo lo spessore delle pareti dei tubi, ho acquistato metallo molto sottile, che, però, si piegava alla minima pressione. Ho optato allora per l'acciaio inossidabile, che ha lo stesso aspetto dell'alluminio, ma É più resistente.” Da dietro la sua scrivania, il belga prese parecchi rotoli di iuta e li depose davanti a sé. A mano a mano che li estraeva, Goossens disponeva sul tavolo, l'uno a fianco dell'altro, una serie di sottili e lucidi tubi d'acciaio. Poi smontò il fucile, un pezzo dopo l'altro, e cominciò a infilare le varie parti dentro i tubi. Ogni pezzo si adattava perfettamente. Quando l'ultimo dei cinque pezzi del fucile scomparve alla vista Goossens prese il minuscolo frammento d'acciaio che era il grilletto e le sei pallottole esplosive. “ Queste, come vede, ho dovuto sistemarle altrove” spiegò. Prese il calcio del fucile ricoperto di pelle nera e mostrò al cliente il taglio che era stato praticato nella pelle con un rasoio. Infilò il grilletto nell'imbottitura interna e richiuse il taglio con un nastro adesivo nero. Sembrava tutto perfettamente normale. Dal cassetto della scrivania prese un pezzo rotondo di gomma nera con un diametro di circa tre centimetri e lungo cinque. Dal centro del puntale di gomma fuoriusciva un pezzo d'acciaio, filettato come una vite. “ Questa si incastra sull'estremità dell'ultimo tubo” soggiunse. Tutt'intorno all'acciaio, nella gomma, erano stati praticati sei fori. In ciascuno di essi il belga infilò con cura una pallottola, finché rimasero alla vista soltanto le capsule di ottone per la percussione. “ Quando il puntale di gomma viene applicato, le pallottole diventano assolutamente invisibili, e poi il puntale aumenta la verosimiglianza” spiegò il belga. L'inglese continuava a stare in silenzio. “ Che cosa ne pensa?” domandò l'armaiolo, con una sfumatura di ansietà. Senza dire parola, l'inglese prese i tubi e li esaminò a uno a uno. Poi li agitò, ma non ne usc¡ alcun rumore perché erano stati imbottiti all'interno con due strati di panno. “ Perfetto” dichiarò, annuendo gravemente col capo. “ Esattamente quello che volevo.” Prese i tubi di acciaio, li avvolse con cura nella iuta e ripose ogni pezzo nella valigetta di fibra. Quando i cinque tubi, i1 calcio e il puntale di gomma furono avvolti e disposti nella valigia di fibra, lo Sciacallo la richiuse e restitu¡ la diplomatica con i compartimenti al fabbricante d'armi. “ Di questa non avrò bisogno.” Dalla tasca interna della giacca prese le restanti settecento sterline che doveva al belga e le mise sulla scrivania. “ Penso che tra di noi non ci sia altro da dire, signor Goossens.” Il belga prese il denaro. “ S¡, Monsieur, a meno che lei non abbia bisogno di qualcos'altro in cui io possa esserle d'aiuto.” “ Soltanto una cosa” rispose l'inglese. “ Sarà necessario che io prenda confidenza con il fucile, e questo può avvenire in Belgio come in qualsiasi altro posto. Dove si potrebbe provare un fucile nuovo, in questo Paese, in condizioni di assoluta segretezza?” Goossens riflett‚ per un attimo. “ Nella foresta delle Ardenne” rispose alla fine. “ Può andare e tornare in una sola giornata. Domani ha inizio la fine-settimana e può darsi che i boschi siano pieni di gente che fa scampagnate. Le suggerirei di aspettare fino a luned¡.” L'inglese annu¡ soddisfatto. “ Benissimo” rispose. “ E... signor Goossens, tenga a mente, per favore, la saggia regola del silenzio.” “ Non l'ho dimenticata, Monsieur. É la regola che applico con tutti i miei clienti. E se lei permette, mi aspetto altrettanta discrezione.” L'inglese sorrise. “ Allora ci siamo capiti. Buongiorno, signor Goossens.” Lo Sciacallo fece ritorno al suo albergo appena in tempo per il pranzo, ma, prima, andò a riporre accuratamente le munizioni e la valigetta che conteneva il fucile in fondo all'armadio della sua stanza e lo chiuse a chiave. Poco dopo le sei di quel pomeriggio, lo Sciacallo andò all'appuntamento col falsario nel bar nei pressi di Rue Neuve e, pochi secondi dopo essersi seduto e aver acceso una sigaretta, il falsario lo raggiunse. “Finito?” domandò l'inglese. “ S¡, ed É un ottimo lavoro, modestia a parte.” L'inglese tese la mano. “ Mi faccia vedere” ordinò. Dopo aver acceso una delle sue Bastos, il falsario scosse la testa. “ La prego di capire, signore. Questo É un locale pubblico. E poi ci vuole una buona luce per esaminare il lavoro. Può venire a vederlo nello studio.” Lo Sciacallo squadrò freddamente l'uomo per un attimo, poi annu¡. “ D'accordo. Andremo a vederlo in privato.” Nello studio era buio come se fosse scesa la notte. Il falsario fece strada oltre due tende di velluto e accese la luce centrale. Dalla tasca estrasse un involucro piatto color marrone, lo apr¡ e dispose il contenuto su un tavolino rotondo, che poi spinse avanti, nel mezzo della stanza, fin sotto la luce centrale. “ Prego, signore.” L'uomo gli rivolse un largo sorriso e indicò con un gesto i tre documenti che stavano sul tavolo. L'inglese prese il primo e lo mise sotto la luce. Era la sua patente di guida, intestata ora al nome di Alexander James Quentin Duggan. Per quanto lo Sciacallo poteva giudicare, la falsificazione era perfetta. Il secondo documento era soltanto una carta d'identità francese, intestata a tale André Martin, di cinquantatré anni, nato a Colmar e residente a Parigi. La foto dello Sciacallo, invecchiato di vent'anni, con capelli grigio-ferro tagliati a spazzola, lo guardava da un angolo del documento, macchiato e con le orecchie agli angoli. Era la carta d'identità di un operaio. Il terzo documento era quello che lo interessava maggiormente. La fotografia che vi era applicata era leggermente diversa da quella sulla carta d'identità. Il documento portava un'altra foto dello Sciacallo, ma la camicia sembrava più scura e intorno al mento c'era un'ombra di barba corta e ispida. L'effetto era stato ottenuto con un abile ritocco; sembrava, cos¡, che si trattasse di due diverse fotografie della stessa persona, prese in momenti diversi. In tutti e due i casi, la falsificazione era perfetta. Lo Sciacallo intascò i documenti. “ Molto bene” commentò. “ Mi congratulo con lei. Ci sono cinquanta sterline in sospeso, mi pare.” “ É vero, signore. Merci.” Il falsario aspettava fiducioso il denaro. L'inglese estrasse un fascio di banconote da cinque sterline e gliele porse. Ma prima di mollare i quattrini, domandò: “ Non c'É qualcos'altro?” Il falsario fece finta di non capire, ma non appariva molto convincente. “Come dice?” “ La prima pagina autentica della patente di guida. Quella che ho detto di volere indietro.” Non potevano esserci più dubbi, ora, che il falsario stava facendo la commedia. Inarcò le sopracciglia con aria sorpresa, lasciò il fascio di banconote e si voltò. Fece alcuni passi a testa china, come immerso in profonde riflessioni. Poi si voltò e tornò sui suoi passi. “ Penso che potremmo fare quattro chiacchiere su quel pezzo di carta, signore.” “ Davvero?” il tono di voce dello Sciacallo non lasciava trapelare nulla. Era perfettamente atono. E anche i suoi occhi, il suo volto erano totalmente inespressivi. “ Il fatto, Monsieur, É che la pagina autentica della patente, quella che riporta, immagino, il suo vero nome, non É qui. Oh, la prego, la prego.” fece un gesto affrettato, come per rassicurare qualcuno in preda a un'ansietà di cui l'inglese non dava minimamente segno. “ Si trova in un posto sicurissimo, insieme con le negative delle fotografie. Una cassetta di sicurezza in banca, che può essere aperta soltanto da me. Lei capisce, signore, un uomo che si trova a fare un lavoro precario come il mio deve prendere qualche precauzione.” “Che cosa vuole?” “Mio caro signore, speravo che lei fosse preparato a concludere l'affare sulla base di una somma leggermente superiore a quelle centocinquanta sterline di cui abbiamo parlato in questa stanza.” Lo Sciacallo emise un lieve sospiro, come infastidito dalla capacità di quell'uomo di complicare inutilmente l'esistenza al prossimo. “ La cosa le interessa?” accennò a dire, timidamente, il falsario. “ Ne ho già conosciuti, di ricattatori” replicò l'inglese, con voce priva di inflessioni. Il falsario sembrava sconcertato. “ Signore... la prego. Quello che le propongo non É un ricatto, ma una semplice transazione. Tutto il malloppo per una certa somma di denaro.” “ Quanto?” “ Mille sterline, signore.” L'inglese riflette sulla proposta. “ Una somma che varrebbe la pena di spendere per rientrare in possesso di quelle cose” ammise. Il falsario sorrise con aria trionfante. “ Mi fa molto piacere sentirglielo dire, Monsieur.” “ Tuttavia la risposta É no” soggiunse l'inglese. Il falsario socchiuse gli occhi. “ Non capisco.” “ Ci sono due motivi” spiegò l'altro pacatamente. “ In primo luogo, non ho la minima garanzia che le negative originali non siano state duplicate, e quindi che la prima richiesta non sia seguita da altre.” Il falsario apparve sollevato. “ Se É soltanto questo che la preoccupa, devo dirle che i suoi timori sono infondati. Se io dovessi avanzare nuove richieste di denaro, allora per lei varrebbe la pena di buttare via questi documenti e di cercarsi un altro falsario per farsene fare dei nuovi.” “ E allora perché non potrei farlo già adesso?” domandò l'inglese. Il falsario allargò le braccia, con le palme delle mani rivolte in alto. “ Io faccio conto sul fatto che la convenienza e il fattore tempo per lei valgano questi soldi. Farsi fare un'altra serie di documenti comporterebbe molto altro tempo, e poi non sarebbero cos¡ perfetti. Quindi lei ha bisogno dei documenti e del mio silenzio, e tutti e due subito. I documenti li ha già. Il mio silenzio costa mille sterline.” L'inglese annu¡ parecchie volte, con aria, suo malgrado, convinta. Improvvisamente sollevò il capo e sorrise affabilmente al falsario. “ E va bene” disse, “ ha vinto lei. Posso portarle qui mille sterline per domani a mezzogiorno.” Il sollievo del falsario era evidente. Sorrise e stava ancora sorridendo quando un treno espresso, cos¡ almeno gli sembrò, lo colp¡ in pieno nelle sue parti più intime. Quasi privo di sensi, in preda a conati di vomito, si afflosciò sulle ginocchia, poi cercò di rotolare su se stesso per alleviare il dolore. Lo Sciacallo si avvicinò all'uomo chino, poi la sua mano destra scivolò intorno al collo del falsario. Lo schianto secco della colonna vertebrale spezzata risuonò come lo sparo di una piccola rivoltella. Dopo un ultimo sussulto, il corpo del falsario si afflosciò come una bambola di pezza. L'inglese si diresse in fretta verso le finestre, per assicurarsi che le tendine fossero tirate completamente, poi tornò vicino al cadavere. Lo rivoltò, tastò le tasche dei suoi abiti e infine trovò le chiavi nella tasca sinistra dei calzoni. In fondo, in un angolo dello studio, stava il grosso baule dei travestimenti. Con la quarta chiave che provò, lo Sciacallo apr¡ il coperchio del baule, poi impiegò dieci minuti per toglierne il contenuto. Quando il baule fu completamente vuoto, l'uomo vi depose il cadavere, poi cominciò a rimettere al loro posto gli oggetti che aveva tolto. Le parrucche, e tutti gli altri oggetti morbidi furono ammassati negli spazi tra un arto e l'altro, poi tutta la massa degli altri fu ammucchiata sopra il cadavere. Ci volle un po' di pressione per chiudere il coperchio, ma alla fine la serratura scattò e il lucchetto fu chiuso a chiave. Per tutta la durata dell'operazione, l'inglese aveva maneggiato vasetti e recipienti di cosmetici con la mano fasciata da un pezzo di stoffa preso dal baule. Col suo fazzoletto, ripul¡ poi la serratura e tutta la superficie esterna del baule, intascò il fascio di banconote da cinque sterline che stavano ancora sul tavolo, ripul¡ anche quello con il fazzoletto e lo rimise al suo posto contro la parete. Alla fine spense la luce e usc¡ tranquillamente dallo studio, chiudendo a chiave la porta esterna dietro di sé. Non incontrò nessuno mentre raggiungeva la strada. Non si faceva molte illusioni sulla possibilità che la scomparsa del falsarlo restasse per sempre un mistero. Tuttavia, un uomo come il falsario doveva sicuramente prendere il largo periodicamente e, se qualche suo amico si fosse accorto della sua assenza nei consueti ritrovi, avrebbe probabilmente attribuito il fatto a questa eventualità. Dopo un po' di tempo, sarebbero cominciate le ricerche, innanzi tutto tra le persone collegate con il traffico di documenti falsificati e di fotografie pornografiche. Ma la vista della porta dello studio chiusa a chiave avrebbe scoraggiato la maggior parte, e chiunque fosse riuscito a penetrare nello studio avrebbe dovuto metterlo a soqquadro prima di trovare il cadavere. Anche in questa eventualità, chi l'avesse scoperto non sarebbe probabilmente andato a riferire la cosa alla polizia, pensando che il falsario fosse caduto vittima di qualche boss della malavita. Alla fine, tuttavia, la polizia ne sarebbe venuta a conoscenza, e sarebbe stata avviata un'indagine formale per scoprire l'assassino. La possibilità che la polizia esaminasse la cassetta di sicurezza del defunto nei mesi a venire, era tuttavia estremamente remota. Lo Sciacallo trascorse il giorno successivo a far compere in uno dei sobborghi operai di Bruxelles. Tra le altre cose, acquistò una borsa a rete per la spesa, un coltello da caccia, due pennelli, un barattolo di vernice rosa e un altro di vernice marrone. Tornato in albergo, si serv¡ della sua nuova patente per prenotare un'auto a noleggio per il mattino successivo e riusc¡ a farsi prenotare dall'addetto alla reception una stanza per la fine-settimana in una delle località turistiche sulla costa. Mentre lo Sciacallo stava facendo i suoi acquisti a Bruxelles, Viktor Kowalski si trovava alle prese con complicate ricerche telefoniche internazionali alla posta centrale di Roma. Dopo qualche difficoltà, riusc¡ ad avere il numero di telefono di JoJo e mezz'ora dopo era già in comunicazione. All'altro capo della linea, la voce dell'ex legionario suonava confusa per le interferenze, e sembrava esitante nel confermare le cattive notizie contenute nella sua inaspettata lettera. S¡, purtroppo era vera la notizia della malattia della piccola Sylvie. Si trovava nella camera da letto accanto, nell'appartamento dal quale JoJo stava parlando. No, non era lo stesso appartamento, ne avevano preso uno più grande. JoJo gli dettò lentamente l'indirizzo, mentre Kowalski lo trascriveva laboriosamente. “Quanto tempo le hanno dato da vivere, quei beccamorti?” rugg¡ Kowalski dall'altro capo della linea. Solo al quarto tentativo riusc¡ a far capire la sua domanda a JoJo. In risposta ci fu un lungo silenzio. “Allo? Allo?” continuava a gridare Kowalski, ma senza risposta. Alla fine la voce di JoJo ritornò. “Potrebbe essere una settimana, forse due o tre” rispose JoJo. Incredulo, Kowalski rimase a guardare fisso il ricevitore, poi lo ripose sulla forcella e usc¡ con passo strascicato dalla cabina. Nel suo appartamento a Marsiglia, anche JoJo depose il ricevitore. Si voltò per guardare i due uomini dell'Action, che non si erano spostati di un centimetro, ciascuno con la sua Colt 45 in mano. Uno teneva d'occhio JoJo l'altro sua moglie, che sedeva sul divano, terrea in volto. “ Bastardi” sibilò JoJo con voce carica d'odio. “Viene?” domandò uno degli uomini. “ Non l'ha detto. Ha buttato giù la cornetta” rispose il polacco. Gli occhi neri, inespressivi del corso lo fissarono a loro volta. “Sarebbe meglio che venisse, per il tuo bene, JoJo.” “ Verrà, verrà” rispose JoJo rassegnato. “ Per il bene della bambina, verrà non appena potrà.” “ Bene, la tua parte É finita.” “ E allora uscite di qui” gridò JoJo. “ Lasciateci soli.” Il corso si alzò, sempre con la rivoltella in pugno. “ Voi due verrete con noi. Non possiamo mica correre il rischio che tu ritelefoni a Roma, non ti pare, JoJo?” “ Dove ci volete portare?” “ Una piccola vacanza. Un grazioso e comodo alberghetto tra le montagne.” “ Per quanto tempo?” domandò ancora il polacco, con voce fievole. “ Per tutto il tempo necessario.” Il polacco guardò fuori della finestra. “ Siamo in piena stagione. I treni sono affollati di turisti, in questi giorni. In agosto facciamo di più che in tutto l'inverno. Ci manderà in rovina per parecchi anni.” Il corso scoppiò a ridere, come se l'idea lo divertisse un mondo. “ Raccogli i tuoi stracci. Prima tu, poi tua moglie.” “ É Sylvie? É fuori che gioca con i suoi amici.” “ La prenderemo con noi quando scendiamo. E ora sbrigati.” Un'ora più tardi, tutta la famiglia era in una grossa Citroen che si dirigeva a tutta velocità verso un riservatissimo albergo sui monti del Vercors. Luned¡ mattina, tornato a Bruxelles dopo la fine-settimana trascorsa al mare, lo Sciacallo si alzò e consumò un'ottima colazione nella sua stanza d'albergo. Poi prese la valigia che conteneva il fucile e la borsa a rete con la vernice, il pennello e il coltello da caccia e mise il tutto nel bagagliaio dell'auto presa a noleggio. Alle nove era già uscito da Bruxelles e, prima che il sole raggiungesse lo zenit, l'auto aveva superato Namur e Bastogne e percorreva la strada tortuosa che si snoda attraverso la foresta delle Ardenne. Sette od otto chilometri dopo Bastogne, lo Sciacallo trovò un sentiero che si inoltrava in mezzo agli alberi. Infilò il sentiero con la sua Simca e dopo un paio di chilometri trovò un secondo sentiero che portava direttamente dentro la foresta. Dopo qualche metro, mise al riparo l'auto dietro una macchia di boscaglia. Per un po' di tempo rimase a fumare una sigaretta, ascoltando il rumore cadenzato del motore che si raffreddava e il lontano lamento di un piccione che tubava. Lentamente, usc¡ dall'auto, apr¡ il bagagliaio e depose la valigia sul cofano. Dopo aver montato il fucile pezzo per pezzo, tornò al bagagliaio, prese la rete con il suo contenuto e un acquisto che aveva fatto quella stessa mattina alla bancarella di un mercato a Bruxelles: una grossa zucca. Poi chiuse a chiave la vettura e si inoltrò tra i boschi. Era da poco passato mezzogiorno. Dopo una decina di minuti trovò uno spiazzo lungo e stretto. Appoggiato il fucile a un albero, rovesciò il contenuto della rete per terra, apr¡ i due barattoli di vernice facendo leva sul coperchio e si accinse a lavorare sulla zucca. La parte superiore e quella inferiore di essa furono dipinte in marrone, la parte centrale in rosa. Con l'indice abbozzò sommariamente un paio d'occhi, il naso, i baffi e la bocca. Conficcato il pugnale perpendicolarmente alla cima della zucca per evitare di toccare la vernice, lo Sciacallo la depose cautamente dentro la rete. Infine estrasse il pugnale e lo conficcò in profondità nel tronco dell'albero, a un paio di metri da terra, e appese all'impugnatura del pugnale i manici della borsa. Sulla corteccia verdastra dell'albero, la zucca rosea e marrone rlmase appesa come una grottesca testa d'uomo. Poi lo Sciacallo scagliò lontano, tra gli alberi, i pennelli e i barattoli di vernice, e infine, dopo aver preso il fucile, si allontanò, misurando a passi la distanza di centotrenta metri. Fece scivolare indietro, dolcemente, l'otturatore e inser¡ una pallottola in canna. Dopo aver applicato l'occhio al mirino, si meravigliò delle dimensioni e della chiarezza con cui gli appariva il bersaglio: poteva distinguere le maglie della rete che conteneva la zucca. Soddisfatto, prese accuratamente la mira sul centro della zucca e fece fuoco. Il soffocato "fu" del silenziatore non poteva essere avvertito nemmeno in una strada senza traffico. Tornò vicino all'albero ed esaminò la zucca. Vicino al bordo superiore destro, la pallottola si era aperta la strada attraverso la corteccia. L'uomo tornò indietro e fece fuoco ancora. Il risultato fu uguale, con la differenza di un centimetro. Provò a sparare altri due colpi, finché si convinse che la sua mira era giusta, ma che il fucile sparava verso l'alto e leggermente sulla destra. Allora rettificò l'inquadratura del mirino telescopico. Il colpo successivo fu basso, sulla sinistra. Provò a sparare altri tre colpi, con il mirino sulla nuova posizione. Alla fine spostò impercettibilmente il mirino verso la posizione precedente. Il nono colpo passò esattamente in mezzo alla fronte, dove l'uomo aveva mirato. Colp¡ successivamente gli occhi, il dorso del naso, il labbro superiore e il mento. Soddisfatto delle prestazioni del fucile, prese dalla tasca un tubetto di mastice e lo spalmò sulle teste delle viti che fissavano il mirino telescopico. Il mirino, in questo modo, era adattato alla sua vista per mettere a fuoco esattamente il bersaglio alla distanza di centotrenta metri. Dal puntale di gomma prese poi una delle pallottole esplosive, la infilò in canna, prese accuratamente la mira e fece fuoco. Quando l'ultima voluta di fumo azzurrognolo scomparve davanti all'estremità del silenziatore, lo Sciacallo appoggiò il fucile contro un albero e si diresse verso l'altra estremità dello spiazzo dove la rete per la spesa pendeva afflosciata e quasi vuota contro il tronco sforacchiato dell'albero. La zucca, che prima aveva assorbito quattordici pallottole di piombo senza andare in pezzi, ora si era disintegrata. In parte era schizzata fuori delle maglie della rete e si era sparsa sull'erba. I semi e il succo della zucca gocciolavano giù per la corteccia. L'uomo prese la rete e la gettò in un cespuglio l¡ vicino. Il bersaglio contenuto dalla rete era ora irriconoscibile; non restava che una massa informe di polpa. Estrasse il pugnale dal tronco e lo rimise nel fodero. Si allontanò dall'albero, riprese il suo fucile e, con passo lento, si diresse verso l'auto. Al suo ritorno a Bruxelles, lo Sciacallo si diresse subito alla stazione centrale e lasciò la sua valigetta al deposito bagagli. Si concesse un buon pranzo per celebrare degnamente la fine della fase preparatoria in Francia e in Belgio, poi, a piedi, fece ritorno in albergo per preparare le valigie. Quando prese l'aeroplano delle sedici per Londra, si trovava alleggerito delle milleseicento sterline che aveva al suo arrivo in Belgio, ma in compenso il suo fucile era al sicuro nella valigia depositata alla stazione, e tre documenti di identità ben contraffatti erano infilati in una tasca interna della sua giacca. Quello stesso luned¡, il cinque d'agosto, Viktor Kowalski era ancora al telefono della posta centrale a Roma, per domandare all'ufficio informazioni dell'Alitalia gli orari dei voli da Roma a Marsiglia e ritorno. Durante la fine-settimana, aveva dormito poco, nei suoi periodi di libertà. Solitamente, Kowalski aveva bisogno d'un certo tempo per prendere una decisione, ma questa volta l'aveva presa subito. Non si sarebbe assentato per molto tempo, e in seguito avrebbe dato una spiegazione al suo colonnello. Gli era venuto in mente di parlargli del problema e di chiedergli un permesso di quarantott'ore, ma era sicuro che questi gli avrebbe proibito di partire. Non l'avrebbe capito. il colonnello, il problema di Sylvie, e Kowalski sapeva che non sarebbe mai riuscito a spiegarglielo. Al telefono apprese di aver perso il volo di luned¡ e che il prossimo volo diretto era previsto per le undici e quindici di mercoled¡. Andata e ritorno? Certamente. Il nome? Kowalski diede l'identità dei documenti che aveva in tasca. Quando abbassò il ricevitore era turbato al pensiero che, per la prima volta in vita sua, si sarebbe assentato senza permesso. Mercoled¡ mattina, come tutti i giorni, Kowalski prelevò il pacco di corrispondenza alla posta centrale e si affrettò a far ritorno in albergo. Dalle nove e mezzo in poi sarebbe stato fuori servizio. Andò in camera sua, dove prese la sua Colt 45 (Rodin non gli avrebbe mai permesso di portarla per strada), e la infilò nella fondina sotto l'ascella. Poi si mise in tasca il rotolo di banconote che rappresentavano i risparmi degli ultimi sei mesi e chiuse la porta dietro di sé. Al tavolino sul pianerottolo, la guardia di servizio alzò lo sguardo. “Adesso vogliono che vada a fare una telefonata” disse Kowalski accennando col pollice al piano superiore. Davanti al caffÉ, sull'altro lato della strada, un uomo con una copia di Oggi in mano, abbassò la rivista e osservò Kowalski che si infilava in un tass¡. Poi il tizio sal¡ a bordo di un'utilitaria Fiat che lo aspettava accostata alla cordonatura del marciapiede. All'aeroporto, l'uomo segu¡ Kowalski finché non fu annunciato il volo per Marsiglia e il polacco non superò la porta a vetri per percorrere i cento metri di bollente asfalto bianco che portavano all'aeroplano. L'uomo allora entrò in una cabina pubblica e compose un numero telefonico di Roma. Dopo essersi identificato, disse lentamente al suo interlocutore: “ É partito. Alitalia quattro-cinque-uno. Atterra a Marignane alle dodici e dieci, ciao”. Dieci minuti dopo, il messaggio arrivava al quartier generale della SDECE a Parigi e, dopo altri dieci minuti, veniva trasmesso a Marsiglia. Il Viscount dell'Alitalia atterrò in perfetto orario all'aeroporto di Marignane e i passeggeri si diressero verso la dogana. Mentre sfilavano attraverso le porte di vetro, un ometto calvo che stava a fianco di un poliziotto addetto ai passaporti, mollò a quest'ultimo un leggero calcio alla caviglia. “ Tipo grosso, con berretto nero” mormorò. Poi si allontanò senza fretta e trasmise al secondo poliziotto lo stesso messaggio. I passeggeri si divisero in due file per passare oltre le transenne. I due poliziotti sedevano dietro le transenne, uno di fronte all'altro a tre metri di distanza, con i passeggeri che sfilavano davanti a loro. Quando si presentò Kowalski, l'agente in divisa azzurra dietro la transenna lo guardò appena. Timbrò la carta gialla di sbarco, diede una rapida occhiata alla carta d'identità che gli era stata presentata e annu¡. Sollevato, Kowalski si diresse verso i banchi della dogana. Numerosi funzionari della dogana erano già stati informati dall'ometto calvo. Il funzionario della dogana fece cenno a Kowalski di passare oltre. Kowalski usc¡ alla luce del sole. Non abituato com'era ad agire in libertà, si guardò a lungo intorno prima di avvistare l'autobus dell'aeroporto, poi sal¡ a bordo. Era l'ora di pranzo quando scese dall'autobus davanti agli uffici dell'Air France, nel cuore della città. La calura si stendeva sulle strade come un sudario e Kowalski impiegò una mezz'ora per trovare un tass¡: quasi tutti gli autisti si erano cercati un posto all'ombra nel parco per fare un sonnellino. L'indirizzo che JoJo aveva dato a Kowalski si trovava sulla strada principale che dalla città portava a Cassis. Era un caseggiato d'appartamenti abbastanza nuovo e Kowalski pensò che JoJo e sua moglie dovevano cavarsela piuttosto bene, col loro chiosco di viveri e bevande alla stazione. Per Sylvie sarebbe stato meglio crescere in quel quartiere piuttosto che nei dintorni del porto. Al pensiero della figlia e di quell'assurdità che gli era appena venuta in mente, Kowalski si fermò ai piedi della scala che portava agli appartamenti. Che cosa aveva detto JoJo al telefono? Una settimana? Forse quindici giorni? Non era possibile. Sal¡ di corsa le scale, e si fermò davanti al casellario della posta disposto su due file su un lato dell'atrio. GRZYBOWSKI era scritto su una casella. APPARTAMENTO 23 L'appartamento 23 era al secondo piano. La porta era in fondo al corridoio ed era affiancata dalle porte degli appartamenti 22 e 24 Kowalski premette il campanello. La porta davanti a lui si apr¡ e un manico di piccone, si abbatt‚ sulla sua fronte Il colpo scalf¡ la pelle, ma rimbalzò sopra l'osso con un tonfo sordo. Le porte degli appartamenti 22 e 24 si aprirono dall'interno e uscirono altri uomini. Accadde tutto in meno di mezzo secondo. Nello stesso lasso di tempo Kowalski diventò una furia. Una sola tecnica il polacco conosceva perfettamente, quella della lotta. Attraverso il velo di sangue che gli zampillava di sopra gli occhi Kowalski riusc¡ a distinguere due uomini che gli stavano di fronte e altri due ai lati. Aveva bisogno di spazio per muoversi e quindi si infilò a testa bassa dentro l'appartamento 23. L'uomo che gli stava di fronte barcollò per l'urto, quelli che aveva dietro gli chiusero la strada. Entrato nell'appartamento, Kowalski estrasse la rivoltella che aveva sotto l'ascella, si voltò e fece fuoco dietro di sé, verso la porta. Contemporaneamente, un altro manganello gli si abbatteva sul polso, deviando il colpo verso il basso. La pallottola colp¡ alla rotula uno degli assalitori, che si afflosciò al suolo con un flebile lamento. Poi la rivoltella gli cadde di mano, mentre le dita perdevano forza per un altro colpo al polso. Cinque uomini gli si avventarono addosso. La lotta durò tre minuti. Un medico diagnosticò in seguito che l'uomo doveva aver ricevuto una ventina di colpi in testa prima di perdere i sensi. Una delle orecchie era stata lacerata da un pugno sferrato di sbieco, il naso era rotto, la faccia era ridotta a una maschera sanguinolenta. Quando finalmente cadde con la faccia per terra, soltanto tre degli aggressori erano rimasti in piedi per calcare lo stivale sulla belva abbattuta. Dodici ore più tardi, dopo una velocissima corsa in autoambulanza attraverso tutta la Francia, Kowalski giaceva sulla brandina di una cella, in una prigione-fortezza alle porte di Parigi. Era ancora privo di sensi. Quando il medico della prigione ebbe terminato la visita, si voltò e annu¡, rivolto all'uomo dietro di lui, che stava battendo un colpetto contro la porta della cella. La porta si apr¡ e tutti e due uscirono. Poi la porta si richiuse sbarrata, da due pesanti chiavistelli d'acciaio. “ Con che cosa l'avete colpito, con un treno direttissimo?” domandò il dottore mentre percorreva il corridoio. “ Ci sono voluti sei uomini” rispose il colonnello Rolland. “ Be', hanno fatto un buon lavoro. C'É mancato un pelo che lo ammazzassero. Quella che mi preoccupa É la testa. Non ci sono fratture craniche, ha un cranio solido come l'avorio, ma la commozione cerebrale potrebbe peggiorare se l'uomo non viene lasciato in pace.” “ Ho bisogno di fargli alcune domande” replicò il colonnello, osservando la punta accesa della sua sigaretta. Il medico lanciò un'occhiata di disapprovazione al capo dell'Action. “ Mi É stato spiegato con la massima chiarezza che quanto avviene in fondo a quel corridoio non É di mia competenza” osservò il dottore, facendo un cenno con la testa in direzione del luogo da cui provenivano. “Tuttavia, le dirò questo: se comincerete a interrogarlo con i vostri metodi, prima che si sia ripreso, quell'uomo ci lascerà la pelle oppure diventerà pazzo furioso.” Il colonnello Rolland ascoltò la cupa previsione del medico senza muovere un muscolo della faccia, “ Quanto tempo?” domandò. Il dottore si strinse nelle spalle. “ Impossibile a dirsi. Può riprendere conoscenza domani, o magari tra parecchi giorni. Anche se ritorna in sé, non sarà pronto clinicamente per l'interrogatorio prima di quindici giorni.” “ Ci sono certi narcotici” insinuò il colonnello a mezza voce. “ S¡, É vero. E io non ho nessuna intenzione di prescriverli. In ogni caso, qualsiasi cosa possa dirvi, adesso, non avrebbe il minimo valore. Può darsi che il suo cervello riacquisti la lucidità, come può darsi il contrario. Ma anche nel primo caso, bisognerà che tutto avvenga a suo tempo. I narcotici per curare le lesioni cerebrali in questo momento potrebbero produrre soltanto un idiota. Passerà probabilmente una settimana prima che sia in grado di sollevare una palpebra.” Detto ciò, voltò i tacchi e fece ritorno alla sua clinica. Il medico, però, si sbagliava. Kowalski apr¡ gli occhi tre giorni dopo, il dieci agosto, e sub¡ il suo primo e unico interrogatorio. Lo Sciacallo trascorse i primi tre giorni a Londra, dopo il suo ritorno da Bruxelles, mettendo a punto gli ultimi particolari dei preparativi per la sua prossima missione in Francia. Si recò alla sede dell'Automobile Club e si fece rilasciare una patente internazionale intestata ad Alexander James Quentin Duggan. Acquistò una serie di valigie di pelle in un negozio che vendeva merce di seconda mano. In una mise gli abiti e gli effetti personali che in caso di necessità, gli sarebbero serviti per assumere l'identità del pastore, per Jensen di Copenaghen oppure quella dello studente americano Marty Schulberg. Praticò un taglio nel rivestimento interno della valigia e infilò il passaporto dei due stranieri tra la stoffa e la pelle. Nella seconda valigia finirono le scarpe, le calze, la camicia e i calzoni francesi che aveva acquistato al mercato delle pulci a Parigi, insieme col soprabito lungo fino alle caviglie e il basco nero. Dietro il rivestimento di tela di questa valigia infilò i documenti falsi del francese di mezza età che rispondeva al nome di André Martin. La terza valigia, leggermente più piccola, fu riempita con gli effetti personali di Alexander Duggan. Sotto il rivestimento interno di questa valigia furono nascoste mille sterline in fasci sottili di banconote da dieci. Tutte e tre le valigie furono accuratamente chiuse a chiave. L'abito color grigio-tortora fu lavato e stirato, e nella tasca interna della giacca furono riposti il passaporto, la patente di guida, quella internazionale e un portafogli contenente cento sterline in contanti. Nell'ultimo collo del bagaglio - una borsa da viaggio - furono collocati il nécessaire da barba, i pigiama, una borsa di spugna, asciugamani e i suoi ultimi acquisti: una borsa con mezzo chilo di gesso, parecchi rotoli di garza, alcuni di cerotto adesivo, pacchetti di cotone idrofilo e un paio di robuste cesoie con le punte arrotondate. La borsa l'avrebbe portata come bagaglio a mano perché l'esperienza gli insegnava che, al controllo della dogana, il bagaglio portato a mano solitamente non era prescelto per controlli arbitrari Era arrivato alla fine della fase preparatoria e si mise allora in attesa delle due lettere che gli avrebbero dato il segnale della partenza. La prima arrivò il mattino del nove agosto. La busta portava il timbro postale di Roma e recava il seguente messaggio: "L'amico può essere contattato a MOLITOR 5901. Si presenti con le parole Ici Chacal. La risposta sarà Ici Valmy. Buona fortuna". Fu soltanto alla mattina dell'undici che arrivò la lettera della sua banca di Zurigo. Il volto gli si illuminò in un sorriso quando lesse la conferma che, qualunque cosa accadesse e purché, naturalmente, la scampasse, sarebbe stato ricco per tutta la sua vita. Trascorse il resto della mattinata al telefono, prenotando voli aerei; fissò la sua partenza per il mattino seguente, il dodici agosto. La cella era immersa nel silenzio, rotto soltanto dal respiro, pesante ma regolare, dei cinque uomini seduti dietro al tavolo e dal rantolo rauco dell'uomo legato alla pesante sedia di quercia davanti a esso. Il caldo era opprimente. Nella stanza c'era soltanto una macchia di luce, puntata sulla sedia di quercia e sul prigioniero. Proveniva da una lampada sul tavolo. La luce era cos¡ accecante che il prigioniero non poteva vedere nulla delle persone che lo interrogavano, se non, di quando in quando, una mano, un polso, una sigaretta da cui saliva un filo azzurrognolo di fumo. Cinghie imbottite inchiodavano le caviglie del prigioniero alle gambe della sedia, imbullonate al suolo. I polsi del prigioniero erano assicurati ai braccioli della sedia. Una cinghia gli stringeva la vita e un'altra il possente petto villoso. E tutte le imbottiture delle cinghie erano intrise di sudore. Sul tavolo non vi era che una fessura con i bordi d'ottone, segnata su un lato con alcune cifre. Dalla fessura usciva una sottile asta d'ottone, con un piccolo pomo di bachelite in cima, che poteva essere spostato avanti e indietro, in alto e in basso, dentro la fessura. La mano destra dell'uomo più lontano dalla lampada era posata, con negligenza, vicino ad alcuni controlli, tra i quali un interruttore. In un angolo in fondo alla cella, un uomo era seduto a un tavolo di legno, di fronte alla parete. Un debole riverbero verde proveniva dalla luce di accensione del registratore davanti a lui. Improvvisamente, l'uomo al centro della tavola ruppe il silenzio. La sua voce era garbata, gentile, cattivante. “ Ascoltami, mon petit Viktor. Tu sei un tipo coraggioso, ma finiscono tutti col parlare, prima o poi. E allora, perché non subito, hein?” L'uomo inchiodato alla sedia alzò il volto pesto, madido di sudore, apr¡ la bocca e cercò di dire qualcosa. Poi la testa ricadde di nuovo e ciondolò da una parte e dall'altra, in segno di risposta. La voce dall'altra parte del tavolo ricominciò a parlare. “ Viktor, ‚coute-moi. Nemmeno tu puoi resistere. Noi s¡, invece, Viktor. Se ci costringi a farlo, possiamo tenerti sveglio per giorni, settimane. Le pinzette continueranno a mordere, a mordere... Allora, non vuoi dircelo, Viktor? Che cosa stanno facendo in quell'albergo a Roma? Che cosa stanno aspettando?” La grossa testa dell'uomo, che ciondolava sul petto, continuava a spostarsi lentamente da una parte e dall'altra. Sembrava quasi che i suoi occhi chiusi fissassero prima l'una e poi l'altra delle due pinzette di rame che gli stringevano i capezzoli. L'uomo che aveva parlato teneva le mani di fronte a sé in una macchia di luce, sottili, bianche, calme. L'uomo attese ancora qualche minuto. Poi una delle mani bianche si staccò dall'altra, il pollice affondò nel palmo della mano, l'indice si tese verso il basso. All'estremità del tavolo, la mano dell'uomo addetto ai controlli spostò la leva dal numero due al quattro, poi premette il pulsante dell'interruttore. Le pinzette metalliche applicate sull'uomo legato alla sedia sembrarono prendere vita con un leggero ronzio. Silenziosamente il massiccio corpo sulla sedia si sollevò come per levitazione. Le gambe e i polsi strariparono fuori delle cinghie, finché sembrò che il cuoio nonostante l'imbottitura, dovesse tagliare la pelle e le ossa. La bocca era spalancata, come per la sorpresa, e trascorse mezzo secondo prima che il terrificante grido uscisse dai polmoni. Viktor Kowalski cedette alle quattro e dieci del pomeriggio. Quando cominciò a parlare, o meglio a balbettare parole incoerenti, la voce calma dell'uomo al centro della tavola interruppe quel borbottio privo di senso. “ Perché sono l¡, Viktor... in quell'albergo... Rodin, Montclair e Casson... di che cosa hanno paura... dove sono stati, Viktor... chi hanno visto... diccelo, Viktor... perché a Roma...” Cinquanta minuti dopo, Kowalski cessò di parlare e le sue ultime farneticazioni furono registrate sul nastro finché fu chiaro che l'uomo era ricaduto nell'incoscienza. Un'auto velocissima trasportò in tutta fretta i nastri registrati al quartier generale dell'Action. Per tutto il tardo pomeriggio e la mattina seguente, tre uomini restarono seduti intorno al registratore, cercando di decifrare un significato in mezzo alla matassa di suoni che erano state le risposte di Kowalski. Era quasi mezzanotte quando telefonarono al colonnello Rolland. Dieci minuti più tardi, il colonnello Rolland guidava a tutta velocità la sua automobile verso la Porte des Lilas. Arrivò nel suo ufficio quando era appena passata l'una di notte. La trascrizione della deposizione di Kowalski arrivò insieme col caffÉ. La prima volta il colonnello scorse rapidamente le ventisei pagine dell'incartamento, cercando di afferrare il nocciolo di quello che aveva detto il legionario ormai fuori di senno. La seconda volta si armò di un pennarello nero e cancellò con un pesante segno tutti i punti relativi a Sylvie, a luce-qualcosa, a JoJo, a Kovacs, ai corsi bastardi, alla Legione. Tutte queste cose non lo interessavano. Poi cercò di dare un senso alle frasi che restavano. I suoi tre capi erano a Roma. Be', questo lo sapeva già. Ma perché? La domanda gli era stata fatta otto volte. La risposta era stata press'a poco la stessa tutte le volte. Non volevano essere rapiti com'era capitato ad Argoud. Abbastanza naturale, pensò Rolland, tuttavia Rodin non poteva certo continuare a scappare perché era spaventato... C'era una parola che il legionario aveva mormorato due volte, nel rispondere a queste otto identiche domande. La parola era "segreto". Non volevano essere rapiti perché erano a conoscenza di un segreto? Rolland arrivò alla fine del documento per la decima volta, poi ricominciò ancora dall'inizio. Sembrava che tutto avesse avuto origine da qualcosa accaduto a Vienna. Tre volte saltava fuori la parola Vienna. I tre uomini dell'OAS avevano avuto un incontro a Vienna. Poi erano partiti per Roma, dove si erano rifugiati per paura di essere rapiti e interrogati fino a rivelare il loro segreto. Le ore passavano e intanto si accumulavano innumerevoli tazzine di caffÉ. Prima che una sottile striscia di un grigio più pallido cominciasse a delinearsi sopra gli squallidi quartieri industriali, il colonnello Rolland cap¡ di essere arrivato a qualcosa. C'erano dei pezzi mancanti. Erano veramente mancanti, scomparsi per sempre, dal momento che una telefonata alle tre del mattino l'aveva informato che Kowalski era morto? O erano invece nascosti da qualche parte tra le confuse parole che erano uscite da quella mente sconvolta? Rolland cominciò a elencare i pezzi del mosaico che non riusciva a sistemare. Un uomo di nome Kleist. O magari era qualche posto? Fece suonare l'interfono e chiese di cercare sulla guida telefonica di Vienna una persona o un luogo di nome Kleist. La risposta arrivò dopo dieci minuti. Sulla guida telefonica di Vienna c'erano due colonne di Kleist tutti cittadini privati, e due località che rispondevano a quel nome: la scuola elementare Ewald Kleist e la pensione Kleist in Brucknerallee. Rolland annotò tutti e due gli indirizzi, ma sottolineò la pensione Kleist. Poi prosegu¡ la lettura. Numerosi erano i riferimenti a uno straniero per il quale Kowalski sembrava nutrire confusi sentimenti. Certe volte, nel descrivere quell'uomo, usava l'aggettivo bon, nel significato di buono, altre volte lo definiva facheux, un tipo noioso e irritante. Poco dopo le cinque il colonnello Rolland si fece portare il nastro e il registratore e trascorse l'ora successiva in ascolto. Quando spense finalmente l'interruttore, si lasciò sfuggire un'imprecazione. Prese una penna più sottile e apporto parecchie modifiche al testo trascritto. Kowalski non l'aveva definito bon, lo straniero, ma blond, biondo. E la parola uscita da quelle labbra tumefatte, che era stata interpretata come facheux, in realtà era raucheur, cioÉ sicario. Da quel momento, il compito di connettere il significato nebuloso delle parole di Kowalski diventò semplice. La parola "Sciacallo", che era stata cancellata ogni volta che compariva perché Rolland l'aveva interpretata come un insulto rivolto da Kowalski agli uomini che lo assillavano e lo torturavano, acquistò un nuovo significato. Diventò il nome di codice del sicario biondo, che era straniero e che i tre capi dell'OAS avevano incontrato nella pensione Kleist a Vienna prima di andare a rifugiarsi a Roma. Rolland poteva ora spiegarseli da solo, i motivi dell'ondata di rapine a banche e gioiellerie che aveva investito la Francia nelle otto settimane precedenti. L'uomo biondo voleva denaro per fare un lavoro per conto dell'OAS. E c'era un solo lavoro al mondo che avrebbe potuto richiedere una simile somma di denaro. Alle sette della mattina, Rolland chiamò la sala comunicazioni e ordinò all'operatore del turno di notte di inviare una richiesta della massima urgenza all'ufficio della SDECE a Vienna. Poi si fece portare tutte le copie del testo trascritto di Kowalski e le chiuse a chiave nella sua cassaforte. Infine si sedetle per scrivere un rapporto che aveva un solo destinatario ed era preceduto dalle parole RISERVATO SOLTANTO ALLA SUA LETTURA. Dattiloscrisse personalmente il testo, descrivendo sommariamente l'operazione da lui condotta per catturare Kowalski. Il resto del rapporto trattava della trascrizione del testo e dell'interpretazione che Rolland ne dava. Scrisse con estrema attenzione l'ultimo paragrafo: "Indagini al fine di conseguire prove irrefutabili di questo complotto sono tuttora in corso. Tuttavia, nell'eventualità che tali indagini dovessero indicare che quanto detto sopra corrisponde a verità, tale complotto rappresenta il più pericoloso progetto che i terroristi possano aver concepito per mettere in pericolo la vita del Presidente. Se un sicario straniero, noto soltanto col nome di codice Sciacallo, sta fin d'ora preparando il suo piano per realizzare il delitto, É mio dovere informarla che a mio avviso ci troviamo davanti a un caso di emergenza nazionale". Sigillò, poi, l'importante documento, e chiamò un agente motociclista perché andasse a consegnarlo. Più tardi, quella stessa mattina, il ministro degli interni, seduto alla sua scrivania, guardava con aria cupa fuori della finestra il cortile circolare illuminato dal sole. In fondo al cortile c'erano i bellissimi cancelli di ferro battuto, decorati su ciascun battente con lo stemma della Repubblica francese, e oltre a essi si apriva la Place Beauvau, dove le correnti del traffico sciamavano rumorosamente intorno al poliziotto che lo dirigeva. Il ministro ud¡ un fruscio di carta alle sue spalle e fece voltare la poltrona girevole verso la scrivania. L'uomo dall'altra parte della scrivania chiuse la cartella con aria deferente e la restitu¡ al ministro. I due uomini si scambiarono un'occhiata: il silenzio era rotto soltanto dal ticchettio dell'orologio dorato sul caminetto e dal sommesso rumore del traffico. “ Ebbene, che cosa ne pensa?” Il commissario Jean Ducret, capo dei servizi di sicurezza del Presidente de Gaulle, occupava questa carica perché era uno dei maggiori esperti di tutta la Francia nelle questioni di sicurezza. “ Rolland ha ragione” rispose. La sua voce era fredda, priva di inflessioni. “ Se quello che dice É vero, il complotto rappresenta realmente un pericolo gravissimo. L'intero sistema di schedatura di tutti i servizi di sicurezza francesi e tutta la rete di agenti infiltrati dentro l'OAS sono ridotti all'impotenza.” Roger Frey fece scorrere le dita tra i corti capelli grigio-ferro, e fece girare di nuovo la poltrona verso la finestra. Non era uomo facile a impressionarsi, ma quella mattina era davvero angustiato. Per diciott'anni, i gollisti avevano dovuto combattere per la sopravvivenza. In un modo o nell'altro, lui e gli altri fedelissimi della causa l'avevano spuntata. Fino a pochi minuti prima, il ministro era convinto che la loro ultima battaglia, quella contro l'OAS, fosse ormai alla fine. Ora sapeva che non era vero. A Roma, un magro, fanatico colonnello aveva congegnato un piano che poteva ancora far crollare tutto l'edificio. Alcuni Paesi dispongono di istituzioni tali da consentire sufficiente stabilità per sopravvivere alla morte di un Presidente o all'abdicazione di un sovrano, ma Frey conosceva le istituzioni francesi nel 1963 abbastanza bene per non farsi illusioni: la morte del Presidente poteva essere soltanto il prologo della guerra civile. “ Bene” disse alla fine. “ Cercherò di avere un colloquio per questo pomeriggio e di informare il Presidente.” Il tono della voce era secco e deciso. “ É superfluo chiederle di mantenere il più assoluto silenzio sulla faccenda finché lui non deciderà come vuole che sia trattata.” Al palazzo dell'Eliseo, l'aiutante di campo del Presidente per quel giorno era il colonnello Tesseire. Il colonnello si alzò dietro la sua scrivania quando il ministro fu introdotto nel Salon des Ordonnances. “ Monsieur le Ministre...” “ Colonnello...” Il ministro Frey fece un gesto verso la doppia porta con le maniglie dorate, chiusa sul lato sinistro della sala. “ Sono atteso?” “ Certamente, Monsieur le Ministre.” Tesseire attraversò la stanza, bussò lievemente alla porta, apr¡ un battente e rimase fermo sulla soglia. “ Il ministro degli interni, Monsieur le Président.” Si ud¡ un sommesso assenso e Roger Frey fu introdotto nello studio privato di Charles de Gaulle. Non c'era niente in quella stanza, aveva sempre pensato Frey, che non recasse l'impronta dell'uomo che ne aveva ordinato le decorazioni e l'arredamento. Sulla sinistra, contro la parete su cui era disposta la libreria a vetri, c'era un tavolo Luigi 15esimo sul quale era posato un orologio Luigi 14esimo. Il pavimento era coperto da un tappeto di Savonnerie uscito dalla reale fabbrica di tappeti di Chaillot nel 1615. Non c'era nulla che non fosse carico di dignità, di buon gusto, e soprattutto nulla che non rappresentasse la grandezza della Francia. E ciò, secondo, il metro di giudizio di Frey, valeva anche per l'uomo seduto dietro la scrivania, che ora stava alzandosi per accoglierlo con la consueta cortesia. “ Mon cher Frey.” L'alta figura vestita in grigio-antracite aveva aggirato l'angolo della grande scrivania con la mano tesa per stringere quella del visitatore. “ Monsieur le Président, mes respects.” Poi strinse la mano che gli veniva tesa. Per lo meno Le Vieux sembrava essere di buon umore. Il ministro fu invitato a sedere su una delle due sedie dall'alto schienale, foderate con tappezzeria di Beauvais del primo impero, davanti alla scrivania. Charles de Gaulle fece ritorno al suo posto e si mise a sedere. Si appoggiò all'indietro, ponendo le punte delle dita di tutte e due le mani sul lustro piano di legno davanti a sé. “ Mi É stato detto, mio caro Frey, che lei desidera vedermi per una questione urgente. Ebbene, che cosa ha da dirmi?” Per un attimo, Roger Frey, esitò. Charles de Gaulle e lui non si erano mai parlati direttamente sulla questione dei provvedimenti necessari per la protezione del Presidente: era un argomento, questo, che poteva indurre quel vecchio, solitamente cos¡ compassato, a usare un linguaggio da caserma di tale violenta crudezza, da lasciare l'interlocutore sbalordito e senza parole. Quando Frey pensò alla richiesta che avrebbe dovuto avanzare, si sent¡ venire i brividi. Tirò tuttavia un profondo respiro e cominciò a parlare. Spiegò brevemente e per sommi capi i motivi della sua visita. Mentre parlava, si accorse che l'uomo dall'altra parte della scrivania si irrigidiva visibilmente. Appoggiandosi sempre più all'indietro sulla sedia, il Presidente abbassava lo sguardo corrucciato lungo l'imponente promontorio del suo naso verso il ministro, come se qualche sostanza sgradevole fosse stata introdotta nel suo studio Nel terminare il suo monologo, che era durato poco più di un minuto, Roger Frey estrasse il rapporto di Rolland dalla borsa e lo fece scivolare dall'altra parte della scrivania. Dal taschino della giacca, Charles de Gaulle estrasse gli occhiali li inforcò, apr¡ la cartelletta sulla scrivania e si accinse alla lettura. Un piccione, fuori della finestra, cessò di tubare, quasi si rendesse conto che quello non era il momento adatto. Il Presidente era un lettore rapidissimo. In tre minuti fin¡ di leggere il rapporto di Rolland, intrecciò le mani sopra di esso e domandò: “Ebbene, mio caro Frey, che cosa vuole da me?” Per la seconda volta, Frey tirò un profondo respiro e si lanciò a enunciare le misure che avrebbe voluto adottare. Per due volte pronunciò la frase: “A mio avviso, Monsieur le Président, sarà necessario, se vogliamo scongiurare questa minaccia...” Nel trentatreesimo secondo del suo discorso pronunciò la frase: “ L'interesse della Francia...” Non riusc¡ ad andare oltre. Il Presidente lo interruppe con la sua voce tonante che elevava la parola "Francia" a quella di una divinità in un modo che nessun francese, prima e dopo di lui, seppe mai uguagliare. “ L'interesse della Francia, mio caro Frey É che il Presidente della Francia non si faccia veder tremare davanti aila minaccia di un miserabile mercenario e...” si interruppe, mentre il suo disprezzo per l'ignoto aggressOre gravava su tutta la stanza, “ ... di uno straniero.” Roger Frey cap¡ di aver perduto la partita. Il Presidente cominciò a parlare con chiarezza e precisione di linguaggio, come chi non vuole che i suoi desideri possano in alcun modo essere fraintesi dal suo interlocutore. “ La France ne saurait accepter... Ia dignit‚ et la grandeur assujetties aux misérables menaces d'un... d'un CHACAL...” Due minuti dopo Roger Frey lasciava lo studio del Presidente. “ L'¡dentità dell'assassino deve essere scoperta attraverso un'inchiesta segreta, egli deve essere rintracciato ovunque sia e poi eliminato senza esitazione. Questa, signori, É l'unica via che ci É rimasta aperta.” Il ministro scrutò gli uomini seduti intorno al tavolo in modo che le sue parole andassero a segno. Erano in quattordici, tra i quali il generale Guibaud, capo della SDECE, il colonnello Rolland, il commissario Ducret e il colonnello Raoul Saint-Clair de Villauban, un colonnello dell'aviazione, fanatico gollista ma noto anche per essere altrettanto fanatico per quanto riguardava le sue personali ambizioni. Alla sinistra del ministro c'erano il prefetto di polizia e i suoi assistenti. “ Questa É dunque la nostra situazione” ricapitolò il ministro. “ Ora avete tutti letto il rapporto del colonnello Rolland che vi É stato distribuito. E avete sentito da me quali sono le gravi limitazioni che il Presidente si É sentito in dovere di imporre ai nostri sforzi rivolti a scongiurare questa minaccia. Ripeto le sue istruzioni... anzi i suoi ordini tassativi e formali. Non dev'esserci alcuna pubblicità, nessuna ricerca su scala nazionale, non deve trapelare alcun sospetto, da questa ristretta cerchia, che ci sia qualcosa di grave nell'aria. Il Presidente non muterà di un'ora né di un minuto il suo programma pubblico. Egli ha la sensazione che, se il segreto dovesse trapelare, la stampa imbastirebbe una campagna, le nazioni straniere si prenderebbero beffa di noi e qualsiasi ulteriore misura di sicurezza da noi adottata sarebbe interpretata come una dimostrazione del fatto che il Presidente di Francia vuole sfuggire a un uomo solo, uno straniero, per di più. “ Questo non lo tollererebbe. Anzi, ha messo bene in chiaro che se il nostro modo di trattare questa faccenda diventasse di pubblico dominio, molte teste cadrebbero. Ribadisco dunque che tutti voi siete votati al più assoluto silenzio e che non dovrete parlare della cosa con nessun altro che non sia presente in questa stanza. “Ora penso di potervi domandare quali sono le vostre idee in proposito. Colonnello Rolland, ha raggiunto qualche risultato con le sue indagini a Vienna?” “ S¡” rispose il colonnello. “ I nostri agenti, a Vienna, hanno fatto indagini alla pensione Kleist. Hanno portato con sé fotografie di Marc Rodin, di René Montclair e di André Casson. “ L'addetto alla reception dell'albergo ricordava la faccia di Rodin: É stato lui a prenotare una stanza sotto il nome di Schulze. Ha ricordato anche che Schulze aveva un compagno, un uomo grande e grosso dai modi bruschi. Secondo i registri dell'albergo, Schulze ha preso alloggio per le notti del quindici e del sedici giugno. L'impiegato ha detto che la seconda sera si sono uniti a lui e al suo compagno due uomini che potrebbero essere Casson e Montclair.” “ Hanno mai ricevuto la visita di un quinto uomo?” domandò il commissario Ducret, impaziente. “ In quella stessa sera, un altro uomo ha fatto loro visita per una mezz'ora. L'impiegato dice di ricordarselo perché il tizio era salito direttamente su per le scale. In un primo tempo aveva pensato che potesse essere uno degli ospiti che aveva tenuto con sé la chiave della camera. Qualche secondo dopo, l'uomo era disceso e aveva chiesto di essere messo in contatto con la stanza di Schulze sulla linea interna. Aveva pronunciato due frasi in corretto francese, aveva deposto il telefono ed era risalito. Dopo una mezz'ora, se n'era andato. L'unica descrizione che l'addetto alla reception può fornirci del visitatore É questa: alto età incerta, lineamenti apparentemente regolari, portava un paio di occhiali scuri dalla montatura ricurva, e aveva capelli biondi piuttosto lunghi e spazzolati indietro sulla fronte.” “ Dobbiamo procurarci una descrizione più accurata” protestò il capo degli archivi della polizia. “ Non É stato fatto alcun nome?” “ No” rispose Rolland. “ Quello che avete ora ascoltato É l'esito di tre ore di interrogatorio dell'impiegato. Non c'É altro che egli riesca a ricordare.” “ E cos¡, ora che Kowalski É morto, ci sono soltanto quattro uomini al mondo che conoscono l'identità di questo Sciacallo” concluse il commissario Ducret. “ Uno É l'uomo in questione, gli altri tre sono in un albergo a Roma. Non si potrebbe cercare di far venire qui uno di loro?” Ancora una volta il ministro scosse la testa. “ Le istruzioni da me ricevute al riguardo sono tassative. I rapimenti sono assolutamente esclusi. Siamo ancora ai ferri corti col governo tedesco a causa del rapimento di Argoud, e non vogliamo attirarci anche le ire del governo italiano. Inoltre, come potrà confermarvi il generale Guibaud, bisognerebbe inevitabilmente ricorrere a un'operazione militare tipo guerriglia.” Il generale Guibaud sollevò una palpebra e assent¡, rivolto all'assemblea. Il silenzio discese sulla stanza. “ Ebbene, signori” riprese il ministro, “ ci sono altri suggerimenti?” “ Questo Sciacallo dev'essere scoperto. Non ci sono dubbi al riguardo” affermò il colonnello Saint-Clair. Parecchie delle persone riunite intorno al tavolo si scambiarono un'occhiata, e un paio di sopracciglia si inarcarono. “ Naturalmente, su questo non ci sono dubbi” mormorò il ministro. “Il problema É un altro: come riuscirvi, coi limiti che ci sono stati imposti. Su questa base possiamo forse decidere quale dei dipartimenti qui rappresentati É il più indicato per assolvere il compito.” “ La protezione del Presidente della Repubblica” dichiarò con enfasi il colonnello Saint-Clair, “deve dipendere in ultima istanza dai servizi di sicurezza del Presidente e dal personale addetto alla persona del Presidente. Dal canto nostro, posso assicurarle, signor ministro, che faremo tutto il nostro dovere.” Alcuni di quei professionisti incalliti socchiusero gli occhi in segno di manifesta stanchezza. Roger Frey girò lo sguardo intorno alla tavola finché i suoi occhi si posarono su un uomo grosso e flemmatico che, col fumo della sua pipa, evidentemente infastidiva il molesto colonnello Saint-Clair. Era il commissario Maurice Bouvier, capo della squadra investigativa della polizia giudiziaria. “ Che cosa ne pensa, Bouvier? Non ha ancora aperto bocca.” L'investigatore si tolse la pipa di bocca e parlò con voce calma, come una persona che enuncia alcuni semplici fatti che gli sono appena venuti in mente. “ A me sembra, signor ministro, che la SDECE non possa smascherare quest'uomo per mezzo dei suoi agenti infiltrati nell'OAS dal momento che nemmeno l'OAS sa chi É quest'uomo; che l'Action non può distruggerlo perché non sa chi deve distruggere, e che la polizia non può arrestarlo perché non sa chi deve arrestare. L'intera struttura dei servizi di sicurezza francesi É impotente, perché non sappiamo chi sia questo individuo. A mio parere, quindi, la prima cosa da fare, senza la quale tutte le altre proposte sono prive di senso, É dare un nome a quest'uomo. Con il nome possiamo avere una faccia, con la faccia un passaporto, con un passaporto una persona da arrestare. Quello di scoprire il nome, però, e di scoprirlo in segreto, É semplicemente compito degli investigatori.” Ripiombò nel silenzio e si infilò tra i denti il bocchino della pipa. Tutti gli uomini seduti intorno al tavolo capirono immediatamente il succo del discorso. Nessuno poteva fare obiezioni. “ E chi É, commissario, il miglior investigatore di Francia?” domandò, calmo, il ministro. Bouvier riflett‚ un attimo, prima di togliersi di nuovo la pipa di bocca. “ Il miglior investigatore di Francia, signori, É il mio assistente, il commissario Claude Lebel.” “ Mandatelo a chiamare” concluse il ministro degli interni. Anatomia di una caccia all'uomo Un'ora più tardi Claude Lebel usciva dalla sala della riunione ancora frastornato e sconcertato. Quando vi era entrato, era stato invitato a sedere all'estremità della tavola. Circondato dal silenzio degli altri quattordici uomini, aveva letto il rapporto di Rolland consapevole degli occhi curiosi che lo soppesavano da tutte le parti. Quando aveva deposto sul tavolo il rapporto, la preoccupazione aveva cominciato a farsi sentire dentro di lui. Perché lo avevano chiamato? Poi il ministro aveva cominciato a parlare. Non si trattava di una consulenza né di una richiesta. Era un ordine, seguito da copiose e particolareggiate istruzioni. Sarebbe spettato a lui decidere come organizzare le operazioni e avrebbe avuto accesso illimitato a tutte le informazioni necessarie; tutte le risorse delle organizzazioni che facevano capo agli uomini seduti intorno al tavolo sarebbero state a sua disposizione. Più volte, però, era stata ribadita la necessità della più assoluta segretezza. Mentre stava ascoltando, Lebel si sentiva sprofondare. Gli stavano chiedendo l'impossibile. Non aveva niente in mano su cui lavorare. Soltanto un nome in codice, e il mondo intero in cui cercare. Dopo la riunione, tutte le copie del rapporto Rolland erano state riunite per essere archiviate nella cassaforte del ministro. A Lebel tuttavia, fu consentita di tenere la copia di Bouvier. L'unica sua richiesta era stata quella di essere autorizzato a cercare la cooperazione dei capi delle squadre investigative dei principali Paesi che potessero avere nei loro archivi l'identità di un sicario di professione. Senza questa cooperazione, aveva fatto rilevare Lebel, sarebbe stato impossibile perfino iniziare le ricerche e, dopo averci pensato, il ministro aveva accolto la richiesta. Ora Lebel stava nell'anticamera, in attesa di Bouvier, e osservava i capi dei vari dipartimenti che sfilavano davanti a lui verso l'uscita. Alcuni accennavano un saluto e passavano oltre, altri azzardavano un sorriso di simpatia nell'augurargli la buona notte. Tra gli ultimi a uscire fu l'aristocratico colonnello dell'Eliseo. Si fermò davanti al piccolo e modesto commissario e lo squadrò con malcelato disgusto. “ Mi auguro, commissario, che le sue indagini abbiano successo, e in fretta” dichiarò. “ Seguiremo molto da vicino i suoi progressi. Nel caso che lei fallisca, posso assicurarle che ci saranno... ripercussioni.” Voltò sui tacchi e discese impettito le scale che portavano all'atrio. Lebel non apr¡ bocca, ma sbatt‚ le ciglia parecchie volte. Fisicamente, Claude Lebel era piccolo, vestito dimessamente e ricordava sotto molti aspetti l'immagine caricaturale del marito tiranneggiato dalla moglie, come in effetti egli era. Tuttavia, quell'aria mite nascondeva una intelligenza acuta e la caparbia volontà di non farsi intimidire da nessuno nell'esercizio delle proprie funzioni. Era, e lui stesso lo sapeva, un buon poliziotto, lento, metodico, tenace. Aveva anche, di quando in quando, quel lampo di illuminazione che É necessario per trasformare un buon poliziotto in un investigatore coi fiocchi. Non aveva mai dimenticato, tuttavia, che il suo lavoro, per il novanta per cento, era costituito da indagini non clamorose, dalla meticolosa composizione in un mosaico di tanti frammenti, finché questi frammenti non diventavano un tutto e il tutto diventava una rete, che finalmente incastrava inesorabilmente il colpevole con prove in grado di reggere in tribunale. Ultimo a lasciare la sala della riunione, Maurice Bouvier lo raggiunse, somministrandogli sulla spalla una manata che sembrava un colpo di maglio. “ Eh bien! mon petit Claude. Vieni, parleremo in macchina.” In auto, Bouvier gli disse: “ Dovrai lasciar perdere qualsiasi altra cosa tu stia facendo. Incarichero Favier e Malcoste di occuparsi dei casi che hai in corso. Vuoi un nuovo ufficio per questo lavoro?” “ No, preferisco restare in quello che ho adesso.” “ Da questo momento diventa il quartier generale dell'operazione "Trovare-lo-Sciacallo". Nient'altro. C'É qualcuno che vuoi con te per farti dare una mano?” “ S¡, Caron” rispose Lebel, alludendo a uno dei più giovani ispettori che aveva portato con sé quando era stato trasferito al suo nuovo incarico di vicecapo della squadra investigativa. “D'accordo. Nessun altro?” “ No, grazie. Però Caron dovrà essere informato.” Bouvier riflett‚ per un attimo. “ Non dovrebbero esserci problemi. Appena arrivo in ufficio telefonerò a Frey per chiedere l'autorizzazione formale. C'É un'ultima cosa. Prima che io lasciassi la riunione, Ducret ha proposto che tutto il gruppo di persone che vi ha partecipato venga tenuto periodicamente informato degli sviluppi della situazione. Frey É stato d'accordo. Devi fare rapporto al ministero tutte le sere alle dieci in punto.” “ Oh, buon Dio!” esclamò Lebel. “ In teoria” prosegu¡ Bouvier con pesante ironia, “ tutti noi dovremmo essere disposti a darti i nostri migliori consigli. Non ti preoccupare, Claude, ci sarò anch'io, nel caso che i lupi comincino a mostrare i denti.” L'auto voltò nel Quai des OrfÉvres e passò oltre i cancelli della polizia giudiziaria. Dieci minuti dopo, Claude Lebel era di nuovo nel suo ufficio. Se fosse stato un tipo d'uomo diverso, Lebel avrebbe pensato che i poteri conferitigli negli ultimi novanta minuti avevano fatto di lui, almeno per un breve lasso di tempo, il poliziotto più potente d'Europa e che, in caso di successo, avrebbe potuto coronare con tutti gli onori la sua carriera. Ma siccome era quello che era, non pensava a niente di tutto ciò. Si domandava, imbarazzato, come avrebbe fatto a spiegare ad Amélie per telefono che non sarebbe tornato a casa fino a nuovo ordine. Pochi minuti dopo arrivarono gli ispettori Malcoste e Favier per prendere gli incartamenti dei quattro casi sui quali Lebel era impegnato. Impiegò mezz'ora per dar loro tutti i ragguagli. Quando furono usciti, si ud¡ bussare alla porta. Era Lucien Caron. “ Il commissario Bouvier mi ha detto di presentarmi a rapporto da lei” spiegò. “ Esattamente. Fino a nuovo ordine sono stato sollevato da tutto il lavoro di normale amministrazione per occuparmi di un incarico piuttosto particolare. Tu sei stato designato come mio assistente.” Squillò il telefono sulla scrivania, Lebel sollevò il ricevitore e restò in ascolto per breve tempo. “ Benissimo” rifer¡. “ Era Bouvier, per comunicarmi che sei considerato persona sicura e quindi puoi essere informato su tutto quello che É in ballo. Tanto per cominciare, faresti bene a leggere questo.” Mentre Caron leggeva il rapporto di Rolland, Lebel continuò a sbarazzare il suo tavolo da tutti gli incartamenti rimasti, che ammucchiò sui polverosi scaffali alle sue spalle. Nessuno avrebbe immaginato che il suo ufficio era diventato la centrale operativa della più massiccia caccia all'uomo mai avvenuta in Francia. Era tre metri per quattro, non di più, con due finestre a meridione che guardavano sul fiume, verso l'animato alveare del Quartiere Latino. Da una delle finestre entravano nella stanza i rumori della notte e la calda brezza estiva. L'ufficio ospitava due scrivanie con due sedie, una poltroncina e sei grossi schedari verdi. Tra i ricordi di casa, c'erano soltanto, sulla scrivania di Lebel, la foto incorniciata di una massiccia signora dall'aria decisa e di due bambini, una ragazzina semplice, con occhiali cerchiati di acciaio e le trecce, e un ragazzo con l'aria dimessa e mite di suo padre. Caron terminò la lettura e sollevò lo sguardo. “ Merde” commentò. “ Per dirla con te, une ‚norme merde” fece eco Lebel, che raramente si concedeva l'uso di un linguaggio scurrile. “ Comunque, ora sta' a sentire: ti metto al corrente dei particolari.” Per trenta minuti informò Caron degli avvenimenti del pomeriggio. Caron ascoltava in silenzio. “ Mon Dieu” esclamò Caron alla fine, quando Lebel ebbe terminato di parlare. “ Da dove diavolo cominciamo?” “ Cominciamo col renderci conto che disponiamo dei più ampi poteri mai concessi a due poliziotti in Francia” replicò Lebel tutto allegro, “ e quindi facciamone uso. Prendi un blocco di appunti e annota quanto segue. Fai trasferire la mia attuale segretaria. Nessun altro può essere messo a parte del segreto. Tu diventi il mio assistente e segretario contemporaneamente. Fai portare qui un lettino da campo, l'occorrente per lavarsi e per radersi. “ Ordina al centralino di tenere sempre a disposizione di questo ufficio dieci linee esterne e un operatore. Prepara un memorandum per tutti i capi di dipartimento presenti alla riunione di questa sera, pronto per la mia firma, per informarli che da questo momento sei il mio unico assistente, autorizzato a richiedere loro qualsiasi cosa in mia vece, nel caso che io sia impegnato.” Caron fin¡ di scrivere e alzò lo sguardo. “ C'É altro, capo?” “ S¡, voglio avere anche un diretto contatto personale con i capi della squadra investigativa della polizia criminale di sette Paesi. Per fortuna, li ho conosciuti quasi tutti personalmente in occasione di precedenti riunioni dell'Interpol. I Paesi in questione sono: Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Italia, Germania occidentale, Sud-Africa. Rintraccia questi uomini a casa o in ufficio. “ Quando riuscirai a metterti in contatto con ciascuno di essi, combinami una serie di telefonate attraverso la sala comunicazioni dell'Interpol, tra le sette e le dieci del mattino. Le conversazioni dovranno avvenire personalmente, su onde radio ad altissima frequenza in modo da escludere possibilità di interferenza. “ Nel frattempo, io scendo alla nostra squadra omicidi per vedere se c'É una vaga possibilità che in Francia abbia operato qualche sicario straniero ancora a piede libero. E adesso, lo sai quello che c'É da fare?” Caron, con aria leggermente frastornata, alzò lo sguardo dai suoi appunti. “ S¡, capo, lo so. Farei meglio a mettermi al lavoro.” Allungò la mano verso il ricevitore. Claude Lebel si diresse verso le scale. Proprio in quel momento l'orologio di Notre-Dame batteva la mezzanotte: cos¡ si passava al giorno successivo, il dodici agosto. Il colonnello Raoul Saint-Clair de Villauban arrivò a casa poco prima di mezzanotte. Durante le tre ore precedenti, aveva ricopiato meticolosamente con la macchina per scrivere il suo rapporto sulla riunione di quella sera al ministero degli interni. Era irritante doversi sobbarcare quell'ingrata fatica manuale, tuttavia c'era il vantaggio di poter avere il documento già pronto per la mattina successiva, il che, sperava, non sarebbe passato inosservato agli occhi del segretario generale dell'Eliseo. Aveva usato una particolare cura nella scelta del vocabolario per far intendere, con la necessaria discrezione, la sua disapprovazione per la decisione di affidare una faccenda cos¡ importante come la sicurezza del capo dello Stato nelle mani di un uomo che passava il suo tempo a scoprire banditelli di mezza tacca. Non provava certamente molta simpatia per Lebel: un ometto qualsiasi, era stato il suo giudizio. Ma aveva concluso che la tattica migliore da adottare non era quella di opporsi esplicitamente alla promozione di questo comune poliziotto, ma quella di seguire da vicino tutta l'operazione per essere il primo a rilevarne le manchevolezze, appena si fossero verificate. In effetti non credeva che il sicario avesse molte probabilità di successo. Lo schermo protettivo del Presidente era il più efficiente del mondo. Riteneva abbastanza improbabile che potesse essere violato da un qualsiasi sicario straniero, per quanto abile e pericoloso fosse. Entrò dalla porta principale del suo appartamento e ud¡ la nuova amichetta da poco installata in casa che lo chiamava dalla camera da letto. “ Sei tu, tesoro?” “ S¡, chérie, certo che sono io. Ti sei sentita sola?” Lei gli corse incontro dalla camera da letto, con indosso un baby-doll nero trasparentissimo. La luce soffusa della lampada sul comodino metteva in rilievo le curve del suo corpo di giovane donna. Come sempre, quando vedeva la sua amante, Raoul Saint-Clair de Villauban sentiva il desiderio di congratularsi con se stesso perché quella ragazza era tutta sua, e cos¡ innamorata di lui. Lei gli gettò le braccia nude intorno al collo e gli diede un lungo bacio. “ Su” le disse il colonnello, “ vai a letto e ti raggiungo subito.” Le somministrò una affettuosa pacca sul sedere per sollecitarla. La ragazza ubbid¡, si gettò sul letto, distese le gambe e incrociò le mani dietro la testa, mettendo in rilievo il seno prosperoso. Nei quindici giorni trascorsi insieme, Jacqueline aveva imparato che soltanto gli atteggiamenti più vistosamente seducenti potevano risvegliare un po' di sensualità in quel cortigiano di carriera. In privato, Jacqueline lo detestava come il primo giorno che l'aveva visto, tuttavia aveva capito che, se in fatto di virilità lasciava molto a desiderare, era notevolmente loquace, soprattutto per quanto riguardava il suo ruolo nella cerchia dell'Eliseo. Entrato nella camera da letto, Saint-Clair si tolse le scarpe e le depose ordinatamente per terra. Poi si liberò della giacca, dopo aver svuotato accuratamente le tasche, il cui contenuto fu posato sul tavolino da notte. Infine si tolse i calzoni, che ripiegò meticolosamente prima di appoggiarli sullo schienale di una sedia. Le lunghe gambe sottili dell'uomo spuntarono sotto le code della camicia come pelosi aghi bianchi per lavorare a maglia. “ Che cosa ti ha trattenuto cos¡ a lungo?” domandò Jacqueline. Saint-Clair scosse la testa cupo. “ Niente che possa interessare la tua testolina, mia cara.” “ Oh, sei proprio cattivo!” La ragazza gli voltò bruscamente le spalle, fingendosi imbronciata. Mentre trafficava per sciogliere il nodo della cravatta, il colonnello guardava i capelli castani di lei che ricadevano sulle spalle e i fianchi ben torniti, non più coperti dalla cortissima camicia da notte. Cinque minuti dopo, Villauban si accingeva a coricarsi, abbottonandosi il pigiama di seta con tanto di monogramma. Si distese in tutta la sua lunghezza sul letto accanto a lei e fece scorrere la mano lungo la vita della ragazza, fino all'anca, mentre le dita scivolavano in basso, intorno alla curva della natica. “ Che cosa c'É, allora?” “ Niente.” “ Pensavo che volessi fare l'amore.” “ Non mi dai mai nessuna spiegazione. Non posso telefonarti in ufficio, sono stata qui per ore a preoccuparmi.” La ragazza si rigirò e alzò lo sguardo verso l'uomo. Appoggiato su un gomito, questi fece scivolare l'altra mano sotto la camicia da notte di lei e cominciò ad accarezzarle il seno. “ Senti, cara, sono stato molto occupato. Siamo in un momento critico. Avrei telefonato qui, ma c'era gente che andava e veniva nell'ufficio per tutto il tempo. Parecchi lo sanno che mia moglie É via.” “ Non può essere accaduto niente di cos¡ grave da impedirti di informarmi del tuo ritardo, tesoro.” Cercò di baciarlo ancora. “ Sembra che l'OAS sia ancora a caccia del Presidente” spiegò lui, sfiorandole le labbra. “ Il complotto É stato scoperto questo pomeriggio. É per questo motivo che sono stato trattenuto.” Lei scoppiò a ridere e gli mordicchiò il lobo dell'orecchio. “ Non dire sciocchezze, caro. L'hanno finita da un pezzo.” “ E invece no. Hanno preso a servizio un sicario per ucciderlo.” Mezz'ora dopo, il colonnello Raoul Saint-Clair de Villauban era già addormentato e russava sommessamente, dopo le sue fatiche. La sua amante, accanto a lui, era distesa con lo sguardo fisso nel buio, rivolto al soffitto. Quello che aveva appreso l'aveva lasciata atterrita. Anche se non era mai stata messa al corrente di questo complotto, aveva capito perfettamente l'importanza della confessione di Kowalski. Rimase in attesa finché l'orologio accanto al letto non segnò le due di notte, poi, adagio, scivolò a terra ed estrasse la spina dell'apparecchio telefonico installato nella camera. Uscita dalla stanza, chiuse silenziosamente la porta dietro di sé, attraversò il soggiorno ed entrò nell'anticamera, dopo aver chiuso anche quella porta. Dal telefono su un tavolino in anticamera compose un numero di Molitor. Una voce assonnata le rispose. Parlò in fretta per due minuti, ebbe in risposta un grugnito di assenso, poi riappese. Un minuto dopo era di nuovo a letto e cercava di prendere sonno. In un piccolo squallido appartamento da scapolo a Parigi, un maestro di scuola di mezza età percorreva su e giù a grandi passi l'ingombra stanza da letto che usava anche come soggiorno. Intorno a lui c'era un caos indescrivibile: libri, giornali, fogli di carta erano sparsi ovunque. A ossessionarlo, in quella passeggiata notturna, non era certo la confusione e la sporcizia della sua casa, perché, da quando aveva perduto il suo posto di preside al liceo di Sidi-bel-AbbÉs, e la bella casa e i domestici che quel posto comportava, si era ormai adattato alla sua nuova vita. Il suo problema era di decidere il da farsi, in seguito alla telefonata che aveva appena ricevuto. Quando cominciò ad albeggiare sui quartieri orientali, l'uomo prese una decisione, si buttò sulle spalle un leggero impermeabile e usc¡ dall'appartamento. Prese un tass¡ che passava nelle vicinanze e ordinò all'autista di portarlo all'ufficio postale vicino alla Gare du Nord, che era aperto tutta la notte. All'ufficio postale, chiese di parlare col numero telefonico di Roma che gli era stato dato per i casi di emergenza, e trascorse venti minuti di ansiosa attesa prima di essere messo in contatto. “ Vorrei parlare col signor Poitiers” disse alla voce italiana che gli aveva risposto. Si ud¡ una serie di scatti telefonici, poi una voce stanca gli rispose in francese: “ Oui...” “ Stai a sentire” disse con voce concitata l'uomo di Parigi, “ non ho molto tempo a disposizione. Prendi una penna e segna quello che ti dico. Inizio: "Valmy a Poitiers. Lo Sciacallo É bruciato. Ripeto: lo Sciacallo É bruciato. Kowalski É stato preso. Ha cantato prima di morire". Fine. Hai scritto?” “ Oui” rispose la voce. “ Comunicherò.” Valmy abbassò il ricevitore, si affrettò a pagare e usc¡ precipitosamente dall'edificio. Un minuto dopo era scomparso in mezzo alla folla dei "pendolari" che sciamavano fuori della stazione. Due minuti dopo, un'auto si fermava davanti all'ufficio postale e due uomini in borghese ne uscirono precipitosamente. L'uomo addetto al centralino forn¡ loro una descrizione dell'uomo, ma poteva essere la descrizione di chiunque. A Roma, Marc Rodin fu svegliato alle sette e cinquantacinque. “ Una comunicazione, mon colonel. Qualcuno ha telefonato poco fa, sembrava di fretta.” Una delle guardie del corpo gli stava porgendo un foglio strappato da un blocco, sul quale erano scarabocchiate le frasi incongrue di Valmy. Rodin diede una scorsa al messaggio, poi saltò giù dal letto. “ Va bene. Puoi andare.” La guardia del corpo usc¡ dalla stanza. Rodin imprecò tra sé, furibondo, per qualche minuto. Maledetto, maledetto Kowalski. Nei primi due giorni successivi alla scomparsa di Kowalski, Rodin aveva pensato che l'uomo avesse semplicemente disertato. Adesso aveva sotto gli occhi la prova che il gorilla, per qualche inesplicabile motivo, aveva fatto ritorno in Francia. Dovevano averlo costretto a parlare, perché adesso era morto, ed era sinceramente dispiaciuto per Kowalski. La cosa importante, però, era cercare di ricostruire quello che Kowalski poteva aver detto. L'incontro di Vienna, il nome dell'albergo. I tre uomini che avevano partecipato alla riunione. Queste non erano novità per la SDECE. Che cosa poteva aver detto invece dello Sciacallo? Poteva aver parlato di uno straniero alto e biondo che aveva fatto visita a loro tre. La quale cosa, in sé, non significava niente. Poteva trattarsi di un fornitore di armi o di un finanziatore. Nomi, non erano stati fatti. Il messaggio di Valmy, però, parlava dello Sciacallo, menzionandolo col suo nome in codice. Come poteva aver detto una cosa come questa, Kowalski? Con un lieve senso di angoscia, Rodin ricordò la scena avvenuta quando si erano accomiatati. Lui stava sulla soglia, con l'inglese; Viktor era a qualche metro, nel corridoio, irritato perché l'inglese l'aveva scoperto nascosto nella nicchia: un professionista smascherato da un altro professionista. Ma che cosa aveva detto lui, Rodin? "Bonsoir, signor Sciacallo." Proprio cos¡, maledizione. Rodin si rese conto che Kowalski doveva aver capito che l'uomo biondo doveva essere un sicario, e senza dubbio la SDECE aveva dedotto che Kowalski doveva aver visto giusto. Da quel momento, i servizi di sicurezza dovevano essere in stato di allarme e il Presidente avrebbe disdetto tutti gli impegni pubblici, tutte le occasioni che potessero permettere all'assassino di arrivare fino a lui. La situazione era troppo compromessa per poter essere salvata. Rodin avrebbe dovuto richiamare lo Sciacallo, insistere per farsi restituire il denaro, tranne le spese e un tanto per il tempo perduto e il fastidio. E doveva agire in fretta, prima che lo Sciacallo partisse da Londra. Una volta che fosse partito, non c'era più modo di fermarlo. S¡, poteva anche telefonare a Valmy e l'agente dell'OAS poteva avvertirlo, ma solo questo. Valmy non aveva l'autorità per fermarlo, e Rodin non aveva la possibilità di conferire questa autorità a Valmy per telefono. C'era il rischio di bruciare Valmy. Rodin chiamò una delle guardie del corpo e gli diede istruzioni particolareggiate. Alle nove, l'uomo era all'ufficio postale e chiese di parlare con un numero telefonico di Londra. Aspettò venti minuti prima che il telefono all'altro capo del filo cominciasse a squillare e lui rimase l¡, in attesa, dentro la cabina. Lo Sciacallo aveva consumato una rapida colazione, quella mattina. Aveva poi vuotato nell'acquaio il latte che restava, rotto le due ultime uova e aveva buttato anch'esse nell'acquaio. Non voleva lasciare niente, nel suo appartamento, che potesse deteriorarsi in sua assenza. Poi si vest¡: scelse una maglietta sportiva di seta e un abito color grigio-tortora. Nella tasca interna della giacca c'erano i documenti di Alexander Duggan e un centinaio di sterline in contanti. L'insieme era completato dagli immancabili occhiali neri. Alle nove e un quarto scese le scale con le tre valigie e la borsa da viaggio. C'erano pochi passi da Adam Mews fino a South Audley Street e all'angolo sal¡ a bordo di un tass¡. “ All'aeroporto, pista numero due” disse al conducente. Mentre il tass¡ si allontanava, in casa squillò il telefono. Quando il commissario Claude Lebel fece ritorno nel suo ufficio poco prima delle sei del mattino, scopr¡ che in un angolo della stanza era stata sistemata una brandina a una piazza. L'ispettore Caron, con l'aria stanca e tesa, stava parlando al telefono. Lebel attese la fine della comunicazione, poi si diresse alla sua scrivania. Erano trascorse ventiquattr'ore da quando era stato svegliato dal suo ultimo sonno, e anche il commissario aveva l'aria affaticata. “Niente” dichiarò. “ Ho passato in rassegna tutto lo schedario da oltre dieci anni a questa parte. L'unico sicario politico straniero che abbia mai cercato di operare in Francia É stato Degueldre, ed É morto. E le tue telefonate?” Caron prese un foglio di carta, mostrando un elenco di nomi a fianco dei quali, in una colonna a sinistra, era elencata una serie di orari. “ Le sette telefonate sono state tutte fissate” rispose. “ La prima sarà con il capo della squadra omicidi dell'FBI alle sette e dieci e l'ultima con Roma, alle nove e mezzo.” “ I capi delle squadre omicidi, in ciascun caso?” si informò Lebel. “ O l'equivalente. Per Scotland Yard parlerà con Anthony Mallinson, commissario assistente della polizia criminale. Sembra che non abbiano una squadra omicidi alla polizia metropolitana.” Lebel riflett‚ per un attimo. “ C'É anche la questione della lingua. Tre di loro parlano inglese, immagino che soltanto il belga parli francese. Gli altri saranno quasi sicuramente in grado di parlare inglese, se necessario...” “ Dietrich, il tedesco, parla francese” interloqu¡ Caron. “ Bene, allora parlerò personalmente in francese a questi due. Per gli altri cinque, tu dovrai fare da interprete sulla linea collegata.” Mancavano dieci minuti alle sette quando l'auto della polizia con i due investigatori a bordo si fermava davanti alla porta verde di una casa qualunque nella piccola Rue Paul Valéry che ospitava il quartier generale dell'Interpol. Nelle tre ore successive, Lebel e Caron rimasero incollati al telefono nello scantinato adibito a sala per le comunicazioni. Dal tetto dell'edificio, irto di antenne come un porcospino, i segnali dell'alta frequenza, che non potevano essere intercettati, mandavano le loro onde attraverso tre continenti. In ognuna di queste conversazioni telefoniche, l'appello rivolto da Lebel era quasi sempre lo stesso. “ Mi spiace, non posso rivolgervi una richiesta di assistenza a livello ufficiale. Si tratta di un normale sondaggio, per il momento... Stiamo cercando un uomo del quale sappiamo estremamente poco...” Tutte le volte, dava la descrizione più particolareggiata che poteva. Il vero problema si presentava alla fine, quando i suoi colleghi stranieri chiedevano spiegazione di quell'appello e quali erano gli indizi da seguire per procedere nelle indagini. “ Soltanto questo: chiunque sia quest'uomo, dovrebbe avere una reputazione che lo contraddistingue dagli altri... dovrebbe essere uno dei più esperti sicari di professione di tutto il mondo. Quel che ci interessa sapere É se voi avete nei vostri archivi qualcuno che corrisponde a questa descrizione. O qualsiasi altra persona possa venirvi in mente.” Inevitabilmente, all'altro capo del telefono c'era un lungo silenzio prima che la voce riprendesse a parlare, in tono più pacato e solenne. Senza eccezioni, la risposta era press'a poco la stessa: “ S¡, certo. Passeremo in rivista tutti i nostri schedari. Proverò, ti ritelefono prima di domani. E... buona fortuna, Claude”. Quando depose il radiotelefono per l'ultima volta, Lebel rimase a fissare per un attimo il quadro trasmittente, finalmente silenzioso. Caron lo osservava tranquillo. “ Vieni” disse il piccolo commissario. “ Andiamo a pranzo e poi cercheremo di dormire un po'. Per il momento, non possiamo fare molto di più.” Il commissario assistente Anthony Mallinson depose il ricevitore con aria corrucciata e pensierosa. Era ancora corrucciato mentre saliva le scale che portavano al suo spazioso ufficio che dominava il Tamigi. Non aveva dubbi sul tipo di indagine che Lebel stava conducendo. C'era un solo obiettivo, in Francia, che potesse interessare un sicario di prima categoria. Si mise a sedere dietro la scrivania e schiacciò il pulsante dell'interfono. “ Signore?” La voce del suo assistente arrivò dall'ufficio adiacente. “ John, devi andare agli archivi centrali e chiedere di controllare gli incartamenti di tutti i sicari di professione che conosciamo in questo Paese...” “ Sicari, signore?” Dal tono di voce dell'assistente si sarebbe detto che Mallinson gli avesse chiesto di controllare tutti i marziani conosciuti. “ S¡, sicari. Non i comuni gorilla delle bande della malavita, non quelli, ripeto. Sicari politici, capaci di assassinare per denaro un uomo politico o un uomo di Stato ben protetto.” “ Ma un tipo simile non dovrebbe essere un cliente della sezione speciale, signore ?” “ S¡, lo so. Intendo infatti passare tutta la faccenda a loro. Sarebbe meglio, però, fare prima un'operazione di controllo.” Poco prima di mezzogiorno, l'assistente bussò all'ufficio di Mallinson ed entrò. “ Non c'É nessuno negli archivi criminali che possa corrispondere a quella descrizione, signore” annunciò. “ Diciassette sicari già noti nel mondo della malavita: dieci in galera e sette latitanti. Ma lavoravano tutti per le grosse bande. Nessuno di loro sarebbe indicato per un lavoro del genere contro un personaggio politico in vista.” “ Va bene, John” disse. “ Non ho bisogno d'altro.” Prese il telefono e, quando rispose il centralino, chiese di parlare con il commissario assistente Dixon, capo della sezione speciale. “ Pronto, Alec? Qui Tony Mallinson. Mi puoi concedere un minuto? Bene, allora vengo subito.” Mallinson trascorse venti minuti con Dixon e in effetti riusc¡ a rovinargli il breve, imminente spuntino di mezzogiorno. Si alzò per andarsene, poi, giunto alla porta si fermò: “ Mi spiace, Alec, ma la faccenda riguarda di più la tua parrocchia. Se vuoi sapere il mio parere, non c'É nessuno di quel calibro in questo Paese, probabilmente, e quindi, dopo un buon controllo negli archivi, potresti fare un telex a Lebel per dirgli che non possiamo essergli d'aiuto”. Quando Mallinson se ne fu andato, Dixon chiamò il proprio assistente. “ La prego, dica al sovrintendente Thomas che vorrei vederlo qui alle...” diede un'occhiata all'orologio e, calcolato il tempo che avrebbe impiegato per un affrettato spuntino, soggiunse: “ alle due in punto”. Lo Sciacallo atterrò a Bruxelles poco dopo mezzogiorno. Lasciò i tre colli più grossi del bagaglio in un armadietto a chiusura automatica nell'edificio principale del terminal e portò con sé soltanto la borsa da viaggio contenente i suoi effetti personali, il gesso, i pacchi di cotone e le bende. Prese un tass¡ per la stazione centrale e si recò al deposito bagagli. La valigetta di fibra che conteneva il fucile era ancora sul ripiano sul quale l'aveva vista depositare una settimana prima. Presentò il tagliando della ricevuta ed ebbe in cambio la valigetta. Non lontano dalla stazione, trovò uno squallido alberghetto, dove prese una stanza singola per la notte, pagò in anticipo e portò personalmente in camera il bagaglio. Dopo aver chiuso a chiave la porta dietro di sé, riemp¡ di acqua fredda una bacinella e si accinse a lavorare con il gesso e le bende. Il gesso impiegò più di due ore per asciugarsi e, in quel lasso di tempo, lo Sciacallo rimase con la gamba e il piede ingessati appoggiati a uno sgabello, fumando le sue sigarette col filtro. Di quando in quando provava a tastare il gesso col pollice. La valigia di fibra che conteneva il fucile era vuota, adesso. Le bende avanzate furono impacchettate di nuovo dentro la borsa, insieme col poco gesso rimasto, nell'eventualità di qualche riparazione d'emergenza. Quando finalmente fu tutto pronto, lo Sciacallo fece scivolare la valigetta sotto il letto e si preparò a uscire. Giunto in fondo alle scale, si accorse con sollievo che l'impiegato dell'albergo, dall'aria assonnata, si era ritirato nella stanza retrostante. Data un'occhiata all'ingresso principale per accertarsi che non arrivasse nessuno, lo Sciacallo si strinse contro il petto la borsa da viaggio, si mise carponi e rapidamente, senza fare rumore, attraversò l'atrio dell'albergo. Poi faticosamente, zoppicando, scese la scala e percorse la strada fino all'angolo. Nel giro di un minuto riusc¡ a trovare un tass¡ e si fece riaccompagnare all'aeroporto. Si presentò allo sportello dell'Alitalia, passaporto alla mano, e la ragazza al banco lo accolse con un sorriso. “ Credo che ci sia un biglietto per Milano prenotato due giorni fa a nome Duggan” le disse. La ragazza controllò le prenotazioni e gli rivolse un sorriso. “ Mi...ster Duggan. Il biglietto É stato prenotato ma non ancora pagato. Vuole pagarlo ?” Lo Sciacallo pagò in contanti e fu informato che il volo sarebbe stato annunciato entro un'ora. Con l'aiuto di un premuroso portabagagli, pieno di compassione per quel povero forestiero con la gamba ingessata, lo Sciacallo ritirò le tre valigie depositate nell'armadietto, le consegnò all'Alitalia, passò il controllo della dogana e trascorse l'ora che restava godendosi un appetitoso pranzo. A causa della sua gamba ingessata, tutto il personale dell'aereo si mostrò estremamente comprensivo e premuroso nei suoi confronti. La graziosa hostess italiana lo gratificò di un ulteriore sorriso di benvenuto e lo fece accomodare in una poltrona delle due file nella parte centrale dell'aereo, disposte l'una di fronte all'altra. C'era più spazio per la gamba, gli fece notare la ragazza. Alle quattro e un quarto del pomeriggio l'aereo di linea decollò e, meno di due ore dopo, atterrava all'aeroporto di Linate, a Milano. Al controllo della dogana, i complicati preparativi dello Sciacallo, che aveva tolto dalla valigetta di fibra i vari pezzi del fucile per trasformarli in un mezzo dl trasporto meno sospetto, furono sottoposti alla prova del fuoco. Il controllo del passaporto fu una formalità, ma quando le valigie prelevate dal bagagliaio arrivarono sballottate sul nastro trasportatore e furono depositate sul banco della dogana, i rischi cominciarono ad aumentare. Lo Sciacallo chiamò un portabagagli, il quale dispose le tre valigie più grosse una a fianco dell'altra. Poi lo Sciacallo depose la borsa da viaggio accanto alle valigie. Quando lo vide zoppicare verso il banco uno dei doganieri gli andò incontro. “ Signore, É tutto qui il suo bagaglio?” “ Eh, s¡, queste tre valigie e questa borsa.” “ Niente da dichiarare?” “ No, niente.” “ É qui per affari, signore?” “ No, sono venuto in vacanza, ma dovrà essere anche un periodo di convalescenza.” Il doganiere non apparve per niente commosso. “ Prego, apra questa valigia.” Indicò con un gesto una delle valigie più grandi. Lo Sciacallo estrasse un mazzo di chiavi e apr¡ la valigia. Per fortuna era quella che conteneva gli abiti del presunto pastore danese e dello studente americano. Mentre frugava tra gli indumenti, il doganiere non diede alcuna importanza all'abito grigio scuro, alla maglieria intima, alla camicia bianca, ai mocassini, alle scarpe nere, alla giacca a vento e ai calzini. E nemmeno fece caso al taglio, accuratamente ricucito, nel rivestimento interno della valigia. Le parti che componevano un fucile completo da franco tiratore erano a pochi passi da lui, ma il doganiere non sospettò nulla. Chiuse la valigia e fece cenno allo Sciacallo che poteva richiuderia a chiave. Poi segnò col gesso tutti e quattro i colli in rapida successione. Terminato il lavoro, il volto dell'italiano si apr¡ in un sorriso. “ Grazie, signore, e buone vacanze.” Il portabagagli gli trovò un tass¡, ricevette una lauta mancia, dopo di che lo Sciacallo part¡ per la Stazione Centrale di Milano. Qui chiamò un altro facchino che segu¡ zoppicando verso il deposito bagagli. Durante il tragitto in tass¡ si era fatto scivolare nella tasca dei calzoni le cesoie d'acciaio che aveva nella borsa. Depositò al bagagliaio la borsa da viaggio e due valigie, tenendo con sé quella che conteneva il lungo soprabito militare francese e nella quale c'era molto spazio libero. Congedato il portabagagli, l'inglese zoppicò verso i gabinetti degli uomini e si chiuse a chiave dentro uno degli stanzini. Con il piede appoggiato all'asse del gabinetto, tagliò silenziosamente per una decina di minuti il gesso finché questo non cominciò a cadere a terra. Quando ebbe il piede finalmente libero, lo Sciacallo si infilò ii calzino di seta e il leggero mocassino di pelle che aveva nascosto sotto l'ingessatura, all'altezza del polpaccio. Poi fece sparire il tutto giù per il gabinetto. Deposta la valigia sopra il lavandino, dispose i vari tubi cilindrici che contenevano il fucile tra le pieghe dell'abito, poi chiuse la valigia e diede un'occhiata fuori della porta. C'erano soltanto due persone, davanti alle latrine. Uscito dallo stanzino, saliva già i gradini della scala principale della stazione prima che uno dei due potesse notarlo. Non poteva tornare al deposito bagagli vispo e arzillo dopo essersi appena fatto vedere con la gamba ingessata; quindi chiamò un portabagagli, gli mise in mano lo scontrino insieme con una banconota da mille lire, indicando all'uomo il deposito bagagli. Poi gli fece capire che si sarebbero trovati al bureau de change, dove lui si recava per farsi cambiare le sterline inglesi in lire italiane. L'italiano annu¡ tutto contento e andò a ritirare il bagaglio. Lo Sciacallo cambiò le ultime venti sterline che gli restavano in moneta italiana e aveva appena concluso l'operazione, quando il portabagagli lo raggiunse con le altre tre valigie. Due minuti dopo lo Sciacallo era su un tass¡ diretto all'Hotel Continental. Davanti a sé aveva la prospettiva di bere un aperitivo, consumare la cena e coricarsi presto perché il giorno successivo, il tredici agosto, aveva molte cose da fare. “Niente.” Il secondo dei due ispettori nell'ufficio del sovrintendente Bryn Thomas chiuse l'ultima delle pratiche che era stato incaricato di leggere e lanciò un'occhiata al suo superiore. Il suo collega aveva già terminato la lettura e la sua conclusione era stata la stessa. Lo stesso Thomas aveva finito di leggere gli incartamenti cinque minuti prima e poi era andato alla finestra per guardare con la schiena voltata all'ufficio, il traffico che scorreva nel crepuscolo. Tre ore prima, uscito dall'ufficio del commissario Dixon, aveva immediatamente convocato i due ispettori per farsi aiutare a passare in rivista gli archivi della sezione speciale. Le istruzioni che aveva dato loro erano state molto più succinte di quelle che Dixon gli aveva fornito. Si era limitato a spiegare quello che dovevano cercare, senza accennare al motivo. “ Va bene, allora” replicò con voce ferma, voltando la schiena alla finestra. “ Rimettete a posto le pratiche. Comunicherò che dopo un'accurata ricerca, non É risultato esserci alcun personaggio di questo tipo a noi noto. Non possiamo fare altro.” I due uomini più giovani si diressero verso la porta. Tutti e due avevano a casa la famiglia che li aspettava e uno, poi, era in attesa di diventare padre per la prima volta da un giorno all'altro. Questi fu il primo a raggiungere la porta. L'altro invece si voltò. “ Capo, c'É una cosa che mi É venuta in mente mentre stavo controllando. Se un uomo come questo esiste, ed É di nazionalità britannica, può darsi benissimo che non operi qui da noi. Voglio dire, anche un tipo del genere deve avere una casa a cui far ritorno e non É escluso che, nel suo Paese, sia considerato un rispettabile cittadino.” “ A che cosa stai pensando, una specie di Jekyll e Hyde?” “ Be', una cosa del genere. Pensavo semplicemente che, se davvero opera soltanto fuori dell'Inghilterra, l'Intelligence Service potrebbe averci avuto a che fare, qualche volta...” Thomas riflett‚ sull'idea, poi scosse lentamente la testa. “ Lascia perdere, ragazzo mio, va' a casa. Scriverò io il rapporto.” Tuttavia, quando l'ispettore se ne fu andato, I'idea che aveva lanciato rimase nella mente di Thomas. Adesso poteva mettersi a sedere per scrivere il rapporto. Completamente negativo. Nessuno poteva fargli contestazioni, dato che erano state condotte ricerche accurate negli archivi. Ma se poi saltava fuori che l'uomo era effettivamente inglese? Thomas era orgogliosissimo degli archivi di Scotland Yard, e in particolare di quelli della sezione speciale. Non gli erano mai capitati problemi di questo genere. Mai avuti incidenti con dignitari stranieri in visita, mai sentito il più lontano odore di scandalo. Thomas aveva davanti a sé due anni, prima di andare in pensione e di ritirarsi nella casetta che aveva acquistato con Meg, circondata dai verdi prati vicini al Canale di Bristol. Meglio essere sicuri, controllare tutto. In gioventù, Thomas era stato un ottimo giocatore di rugby e ancora adesso nutriva una forte simpatia per la squadra dei Welsh di Londra. Conosceva bene tutti i giocatori, passava il suo tempo libero nella sede del club a Richmond, chiacchierando con loro dopo le partite. Uno dei giocatori lavorava al ministero degli esteri, cos¡ almeno credevano tutti gli altri. Ma Thomas sapeva che era qualcosa di più: il dipartimento per il quale lavorava Barrie Lloyd era l'lntelligence Service, chiamato talvolta semplicemente "The Service". Thomas prese il telefono sulla sua scrivania e chiese di parlare con un certo numero... I due uomini si incontrarono per bere qualcosa insieme in un tranquillo pub lungo il fiume. Per un po' parlarono di rugby. Poi Thomas accennò con la testa in direzione del portico che portava giù alla banchina, dove vi era meno rumore e si poteva parlare tranquillamente. “ Ho un piccolo problema, ragazzo mio” cominciò. “ Speravo che tu potessi essermi d'aiuto.” “ Be', se posso...” rispose Lloyd. Thomas gli rifer¡ la richiesta informale che gli era giunta da Parigi e le ricerche infruttuose condotte negli archivi della polizia criminale e della sezione speciale. “ Mi É venuto in mente che, se esiste davvero un uomo come questo e per di più É cittadino britannico, potrebbe essere uno che non si sporcherebbe mai le mani nel suo Paese, capisci? Se per caso ha lasciato qualche traccia, non potrebbe darsi che la cosa sia giunta all'attenzione dell'lntelligence Service?” “ Intelligence Service?” ripet‚ Lloyd, tranquillo. “ Andiamo, Barrie. Noi veniamo a sapere un sacco di cose, di quando in quando.” La voce di Thomas era poco più di un susurro. Visti da dietro sembravano due uomini vestiti in grigio che guardavano il fiume cupo, alle luci della banchina, parlando degli affari del giorno alla City. “ Abbiamo dovuto prendere in esame una quantità di incartamenti durante le indagini per il caso Blake. La posizione di molti funzionari del ministero degli esteri É stata controllata con discrezione, e la tua era fra queste. É per questo che so in quale dipartimento lavori.” “ Capisco” fece Lloyd. “ E questa É un'inchiesta informale?” “ S¡, come ti ho detto la richiesta É stata avanzata attraverso la rete del vecchio.” Lloyd continuava a fissare il fiume. “ A cosa stai pensando?” domandò Thomas dopo un po'. “ A un certo omicidio” rispose Lloyd. “ Ti ricordi il gennaio di due anni fa, quando Trujillo, il dittatore della Repubblica dominicana É stato assassinato in una strada solitaria, fuori da Ciudad Trujillo?” “ Certo.” “ Secondo il rapporto ufficiale, É stato ucciso dai guerriglieri. Il nostro agente in quel Paese É poi tornato a Londra e, per un certo tempo, siamo stati nello stesso ufficio. Parlava di voci che correvano, laggiù, secondo le quali l'automobile di Trujillo sarebbe stata fermata, per permettere agli attentatori di spalancarla e uccidere l'uomo che stava dentro con un colpo solo, che É stato sparato da un franco tiratore con un fucile. Dev'essere stato un colpo eccezionale, sparato da centotrenta metri di distanza contro un'automobile in corsa. Ha trapassato il finestrino laterale di fianco al sedile del guidatore, l'unico che non fosse a prova di proiettile, colpendo l'uomo alla gola. Fu allora che si avvicinarono i partigiani. La cosa interessante É che, secondo queste voci, a sparare sarebbe stato un inglese.” Segu¡ un lungo silenzio, mentre i due uomini, con i loro boccali di birra vuoti in mano, guardavano le acque del Tamigi, ormai completamente buie. “ Quell'uomo... quello delle voci... aveva un nome?” “ Non lo so. Erano soltanto chiacchiere d'ufficio, a quel tempo.” “ Il tuo collega non ha steso rapporto?” “ Deve averlo fatto. Ma erano soltanto voci, capisci? Noi ci occupiamo soltanto di informazioni concrete.” “ Ma tu non potresti dare ancora un'occhiata all'incartamento? Vedere se l'uomo col fucile non ha un nome?” Lloyd si allontanò dalla balaustrata. “ Va' pure a casa” disse a Thomas. “ Ti do un colpo di telefono se c'É qualcosa che può essere utile.” “ Te ne sarei grato” si congedò il sovrintendente, mentre si stringevano la mano. “ Probabilmente quell'uomo non c'entra per niente. Ma tanto per vedere tutte le possibilità.” Mentre Thomas e Lloyd parlavano davanti alle acque del Tamigi e lo Sciacallo raccoglieva col cucchiaino le ultime gocce di zabaione nella coppa sulla terrazza di un ristorante a Milano, il commissario Claude Lebel prendeva parte alla prima riunione sulle indagini in corso, al ministero degli interni a Parigi. I partecipanti alla riunione erano gli stessi di ventiquattr'ore prima. Il ministro prese la parola per primo. Nella giornata e nella notte precedente, disse, tutti i funzionari di dogana a ogni posto di frontiera francese avevano ricevuto istruzione di controllare il bagaglio di tutti gli stranieri di sesso maschile, alti e biondi, che entravano in Francia In particolare dovevano essere controllati i passaporti per scoprire eventuali contraffazioni. Il generale Guibaud, della SDECE, comunicò che, da un attento controllo dei suoi archivi, non era risultato nessun sicario politico di professione, fuori dei ranghi dell'OAS, di cui non si conoscesse vita, morte e miracoli. Il capo dei Renseignements GÉnéraux, gli archivi centrali, rifer¡ che la ricerca negli archivi della polizia aveva dato gli stessi risultati, non solo tra i cittadini francesi, ma anche tra gli stranieri che avevano cercato di operare in Francia. Dopo di che prese la parola il capo del DST, il controspionaggio francese. Alle sette e trenta di quel mattino era stata intercettata una telefonata da un ufficio postale vicino alla Gare du Nord diretta al numero telefonico dell'albergo romano in cui risiedevano i tre capi dell'OAS. Fin dall'insediamento dei tre nell'albergo, avvenuto otto settimane prima, gli addetti ai centralini internazionali avevano ricevuto ordine di riferire tutte le telefonate dirette a quel numero. Il messaggio era stato il seguente: "Valmy a Poitiers. Lo Sciacallo É bruciato. Ripeto: lo Sciacallo É bruciato. Kowalski É stato preso. Ha cantato prima di morire. Fine". Per parecchi secondi nella stanza regnò il silenzio. “ Come hanno fatto a saperlo?” domandò Lebel con voce pacata, dall'altro capo del tavolo. Tutti gli occhi si volsero verso di lui, tranne quelli del colonnello Rolland, che fissava la parete opposta immerso nei suoi pensieri. “ Maledizione” esclamò a voce alta, con lo sguardo sempre fisso alla parete. Gli occhi di tutti si rivolsero allora al capo dell'Action. Il colonnello interruppe bruscamente le sue meditazioni. “ Marsiglia” disse in fretta. “ Per far venire qui Kowalski da Roma abbiamo usato un'esca. Un suo vecchio amico che si chiama JoJo Grzybowski. L'uomo É sposato e ha una figlia. Li abbiamo tenuti tutti in custodia protettiva finché Kowalski É stato in mano nostra. Poi li abbiamo lasciati tornare a casa. L'unica cosa che si riesce a immaginare É che uno dei miei ragazzi si sia lasciato scappare di bocca che Kowalski aveva parlato prima di morire. Naturalmente né uno dei miei ragazzi né Grzybowski possono aver saputo quello che Kowalski aveva confessato in realtà, ma ciò non avrebbe comunque impedito a Grzybowski di informare Valmy sulla sorte toccata al suo amico. Dev'essere stato l'agente stesso a tirarne le conclusioni. Mi dispiace.” “ Il controspionaggio non É riuscito a bloccare Valmy all'ufficio postale?” domandò Lebel. “ No, l'abbiamo perduto per un paio di minuti, grazie al centralinista che É stato lento a capire” rispose l'uomo del controspionaggio. “ Un bel campionario di inefficienza” commentò il colonnello Saint-Clair. Molti tra i presenti gli lanciarono un'occhiataccia. “ In un certo senso” osservò il ministro con aria pensosa, “ se sanno che il loro sicario É bruciato, ciò potrebbe giocare a nostro favore. Sicuramente, adesso dovranno revocare l'operazione, non vi pare?” “ Precisamente” osservò Raoul Saint-Clair de Villauban. “ Il ministro ha ragione. Sarebbero pazzi ad andare avanti, adesso.” “ Il loro uomo non É proprio bruciato” osservò pacatamente Lebel. “ Noi non conosciamo ancora il suo nome. Questo preavviso potrebbe semplicemente indurlo a prendere ulteriori precauzioni. Documenti falsi, camuffamenti...” Roger Frey lanciò un'occhiata piena di rispetto al piccolo commissario. “ Io credo” disse, “ che faremo bene a sentire la relazione del commissario Lebel.” Su invito del ministro, Lebel ricapitolò le misure che aveva adottate sin dalla sera precedente. Rifer¡ accuratamente tutte le telefonate personali intercorse attraverso l'Interpol. “ Le risposte sono pervenute nel corso della giornata” concluse. “ Eccole: Olanda, niente. Italia, numerosi sicari a pagamento, ma tutta gente al servizio della mafia, che non si farà mai immischiare nell'uccisione di un uomo di Stato straniero. Gran Bretagna: niente, ma le ricerche sono state in seguito affidate a un altro dipartimento, la sezione speciale, per ulteriori controlli. America: ci sono due possibilità. Una É rappresentata da Charles "Chuck" Arnold, braccio destro di un grosso trafficante internazionale di armi che ha la sua base a Miami, Florida. La seconda da Marco Vitellino, che É stato guardia del corpo di un capo della malavita newyorchese, attualmente disoccupato. L'FBI sta controllando i movimenti di tutti e due. Belgio: una possibilità. Un omicida psicopatico, già al servizio di CiombÉ, in Katanga. Non può ritornare in Belgio a causa di due accuse pendenti per omicidio. Si chiama Jules BÉrenger. Si crede che sia emigrato nell'America centrale, ma la polizia belga sta indagando. Germania: un indiziato. Hans-Dieter Kassel, già maggiore delle SS, ricercato da due Paesi per crimini di guerra. Dopo la guerra É stato assoldato come sicario dall'ODESSA, l'organizzazione segreta dei superstiti delle SS. Si sospetta che sia implicato nell'uccisione di due uomini politici di sinistra. Si crede che attualmente si sia ritirato a Madrid... Infine il Sud-Africa. Una possibilità: un mercenario di professione, tiratore provetto. Si chiama Piet Schuyper. Niente di ufficiale contro di lui, in Sud-Africa, tuttavia É considerato elemento indesiderabile. L'ultima notizia che si ha di lui É l'espulsione dal Congo, all'inizio di quest'anno. La sezione speciale sud-africana sta svolgendo ulteriori indagini.” Si interruppe e alzò lo sguardo. I quattordici uomini riuniti intorno al tavolo stavano guardandolo con occhi inespressivi. “ Naturalmente” soggiunse con aria dispiaciuta, “ É tutto molto vago, temo. Per prima cosa, ho fatto tentativi soltanto nelle sette Nazioni più probabili. Lo Sciacallo potrebbe essere svizzero, austriaco o di qualche altro Paese ancora. Dovete rendervi conto che stiamo brancolando nel buio, nella speranza di trovare uno spiraglio...” “ La semplice speranza non ci porterà molto avanti” lo interruppe bruscamente Saint-Clair. “ Forse, il colonnello ha qualche suggerimento da fare?” domandò educatamente Lebel. “ Personalmente, ho la sensazione che l'uomo sia stato sicuramente avvertito” replicò Saint-Clair gelidamente. “ Non potrebbe mai avvicinarsi al Presidente, ora che i suoi piani sono stati scoperti.” “ Lei ha la sensazione che l'uomo sia stato avvertito” interloqu¡ Lebel con aria melliflua, “ ma le sensazioni non sono molto diverse dalle speranze. Preferirei proseguire le indagini, per il momento.” “ Qual É la situazione di queste indagini, attualmente, commissario?” domandò il ministro. “ Le polizie che hanno avanzato queste ipotesi stanno cominciando a inviare gli incartamenti completi per telescrivente. Seguiranno le telefoto. É tutto, per il momento, oltre all'invito rivolto a tutti i dipartimenti di continuare a prestarmi la loro collaborazione, come hanno fatto finora.” “Allora a domani, signori” concluse bruscamente il ministro, alzandosi. La riunione si sciolse. In fondo alla scala, Lebel respirò con piacere una profonda boccata della tenera aria notturna di Parigi. Gli orologi suonarono la mezzanotte: cos¡ cominciava il venerd¡ tredici agosto. Era da poco passata la mezzanotte, quando Barrie Lloyd telefonò al sovrintendente Thomas a casa sua, a Chiswick. Thomas si accingeva già a spegnere la luce, pensando che Lloyd avrebbe telefonato il mattino seguente. “ Ho trovato la velina del rapporto di cui parlavamo” lo informò Lloyd. “ Avevo ragione, in un certo senso. Si tratta soltanto di una delle solite relazioni in merito alle voci che correvano nell'isola a quel tempo. É stata registrata con la scritta "Nessuna azione da intraprendere", quasi contemporaneamente al momento dell'archiviazione. Come sai, eravamo piuttosto occupati con altre cose, a quel tempo.” “ Si fa qualche nome?” domandò Thomas a bassa voce, per non disturbare sua moglie che era già addormentata. “ S¡, quello di un uomo d'affari britannico nell'isola, che É scomparso press'a poco in quel periodo. Può darsi che lui non c'entrasse per niente, tuttavia il suo nome era saltato fuori, tra queste voci. É un certo Charles Calthrop.” “ Grazie, Barrie. Seguirò la traccia, domani mattina.” Thomas depose il ricevitore e si addormentò. Lo Sciacallo si svegliò alla solita ora, alle sette e mezzo, bevve il tÉ posato sul comodino, poi si rase la barba e fece la doccia. Una volta vestito, prese il portafogli contenente le mille sterline che aveva nascosto nel rivestimento interno della valigia, lo infilò nella tasca interna della giacca e scese per fare colazione. Alle nove usciva dall'albergo e si metteva alla ricerca di una banca. Per due ore passò da una banca all'altra, cambiando le sterline inglesi in lire italiane e in franchi francesi. Terminata questa operazione, si accinse alla seconda. Dopo molte ricerche, si trovò in una zona popolare nei dintorni di Porta Garibaldi. Qui trovò quello che stava cercando: una fila di box per automobili e ne prese uno in affitto. In un vicino negozio di ferramenta acquistò una tuta da lavoro, un paio di cesoie metalliche, parecchi metri di sottile filo di ferro, un saldatore e una trentina di centimetri di lega per saldature. Depositò il tutto nel garage poi, intascata la chiave, se ne andò a pranzo. Nel primo pomeriggio prese a noleggio un'Alfa Romeo sportiva del 1962, a due posti. Al noleggiatore disse che, nelle due settimane successive, aveva intenzione di fare un giro turistico per l'ltalia. Portò l'Alfa Romeo fino all'albergo, sal¡ in camera sua a prendere la valigetta contenente i diversi pezzi del fucile e poi, poco dopo le quattro, si recò di nuovo al garage con l'auto. Dopo aver chiuso accuratamente la porta dietro di sé, indossò la tuta. Poi, infilata la spina del saldatore nel portalampada appeso al soffitto e deposta una potente torcia elettrica sul pavimento accanto a sé per illuminare il fondo della vettura, si accinse al lavoro. Per prima cosa avvolse ogni tubo d'acciaio che conteneva le parti del fucile in un sottile telo di iuta, poi accuratamente li saldò dentro una profonda flangia sulla parte interna del telaio dell'Alfa. Proprio questa flangia era stata uno dei motivi che l'avevano indotto a scegliere l'Alfa. Quando ebbe finito il lavoro, le mani gli dolevano per lo sforzo. Il lavoro, però, era fatto. Per trovare i tubi, bisognava infilarsi sotto l'auto e fare un'accurata ricerca, e presto sarebbero stati coperti dalle incrostazioni di polvere e fango. Indossò di nuovo il suo abito, mise le cesoie nello scomparto interno dell'auto e con essa fece ritorno in albergo, chiedendo la sveglia per le cinque e trenta del mattino. Sir Jasper Quigley stava con le spalle rivolte al suo ufficio, le mani dietro la schiena, e guardava fuori della finestra del ministero degli esteri, sulla distesa perfettamente uniforme del campo di parata delle guardie a cavallo. Una colonna della reale cavalleria, in ordine impeccabile, trotterellava sulla ghiaia in direzione di Buckingham Palace. Sir Jasper Quigley era il responsabile della sezione Francia. Responsabile, cioÉ, di quella sezione del ministero degli esteri incaricata di studiare gli avvenimenti di quello strano Paese e di riferirli al segretario di stato di Sua Maestà per gli affari esteri. Aveva tutti i requisiti per occupare quella carica, altrimenti essa non gli sarebbe mai stata affidata: un lungo e onorato curriculum di servizio in diplomazia, prestato in tutti i Paesi tranne la Francia, e una congenita antipatia per quel Paese e per tutto quello che, con esso, aveva a che vedere. Si ud¡ bussare alla porta. Sir Jasper voltò le spalle alla finestra. Tirò fuori dal sottomano un foglio di carta velina azzurra. “ Avanti.” Un uomo più giovane entrò nell'ufficio, chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò alla scrivania. Sir Jasper lo squadrò sopra gli occhiali a mezza luna. “ Ah, Lloyd. Stavo giusto leggendo questa relazione da lei scritta questa notte. Interessante, interessante. Una richiesta informale, avanzata da un funzionario della polizia investigativa francese a un funzionario della polizia britannica. Trasmessa a un sovrintendente della sezione speciale, il quale ritiene opportuno consultare, in via non ufficiale, naturalmente, un funzionario di rango inferiore dell'lntelligence Service. Eh?” “ S¡, sir Jasper.” Lloyd osservava l'allampanata figura del diplomatico. Dove diavolo voleva arrivare quel vecchio uccellaccio? Doveva scoprirlo ben presto. “ Quello che mi lascia perplesso, mio caro Lloyd, É che la richiesta, non ufficiale, beninteso, avanzata ieri mattina, venga portata soltanto ventiquattr'ore dopo a conoscenza del capo di dipartimento del ministero che É più direttamente interessato a ciò che avviene in Francia. Una situazione piuttosto strana, non le pare?” Lloyd cap¡ l'antifona. Una bega tra dipartimenti. Sapeva bene, però, che sir JasPer era un uomo potente. “ Lei ha il mio rapporto in mano, sir Jasper” fece osservare con discrezione. “ Un po' tardi, signore. Un po' tardi.” “ Lei vuole sapere, sir Jasper, per quale motivo non É stato consultato prima?” Sir Jasper era rosso in volto. “ S¡, signore, voglio saperlo. É proprio quello che voglio sapere.” “ Sir Jasper, con la massima deferenza, sento di dover richiamare la sua attenzione sul fatto che io faccio parte del personale dell'lntelligence Service. Se lei disapprova la mia condotta, ritengo che sarebbe più opportuno rivolgere le sue lamentele al mio diretto superiore, anziché a me personalmente.” Opportuno? Quel giovane arrogante stava forse cercando di dire a un responsabile della sezione di Francia quello che era o non era consentito fare. “ Il danno comunque É fatto, ormai” disse al suo ospite, durante il pranzo al suo club, poco dopo l'una. “ Immagino che andranno avanti cos¡, a collaborare con i Francesi. Alle quattro e dieci squillava il telefono nell'ufficio del sovrintendente Thomas. Thomas aveva trascorso la mattinata e gran parte del pomeriggio nel tentativo di rintracciare un uomo del quale non conosceva altro che il nome. Solitamente, per le indagini sul conto di persone di cui si sapeva con sicurezza che erano state all'estero, il punto di partenza era l'ufficio passaporti. Una visita personale all'ufficio gli aveva procurato le copie fotostatiche delle richieste di passaporto di sei diversi Charles Calthrop, e con esse le relative fotografie allegate. Uno dei passaporti era stato richiesto dopo il gennaio 1961 e quel particolare Charles Calthrop non aveva mai avanzato una simile richiesta prima di allora. Degli altri cinque, uno sembrava essere troppo vecchio, aveva sessantacinque anni. Sui rimanenti quattro era il caso di condurre indagini. Tutte le richieste di passaporto portavano l'indirizzo: due risultavano a Londra, gli altri due in provincia. Nella mattinata, la polizia di contea e di municipio aveva rintracciato i due Calthrop abitanti in provincia. Le indagini rivelarono che uno di essi nel gennaio 1961 lavorava negli uffici contabili di una fabbrica di cibi precotti. L'altro, di professione riparatore di macchine per scrivere, non aveva lasciato il suo posto di lavoro nel 1961, tranne che per le vacanze estive. Dei due Calthrop residenti a Londra uno faceva l'erbivendolo a Catford e dal suo passaporto, al pari di quello degli altri, non risultava che l'intestatario si fosse mai recato nella Repubblica Dominicana. Il quarto e ultimo Calthrop era il più misterioso. L'indirizzo indicato nella richiesta del passaporto, avanzata quattro anni prima, era quello di un caseggiato d'appartamenti a Highgate. L'uomo aveva lasciato quell'indirizzo nel gennaio del 1960. Nessuno era a conoscenza di successivi recapiti. Ma se non altro, ora, Thomas conosceva il suo nome. Una ricerca nella guida telefonica si rivelò infruttuosa, ma grazie all'autorità della sezione speciale, Thomas apprese dall'ufficio centrale delle poste che un tale C. H. Calthrop aveva avuto un numero telefonico nel quartiere occidentale di Londra. Le iniziali si adattavano al nome del Calthrop mancante: Charles Harold. Fu fatta una visita al suo appartamento. Era chiuso a chiave e non ci fu risposta ai reiterati squilli del campanello. Nessun altro inquilino del caseggiato sembrava sapere dove si trovasse il signor Calthrop. Fu a quel punto che squillò il telefono. Thomas sollevò il ricevitore, disse il suo nome, ascoltò per qualche secondo, poi sgranò gli occhi. “ Io?” domandò. “ Personalmente? S¡, s¡, certamente, vengo subito. Mi concede cinque minuti? Bene, arrivederci.” Usc¡ dall'edificio, attraversò la piazza del parlamento e poi risal¡ Whitehall. Voltò a sinistra in Downing Street. Come il solito, la strada era buia e tetra, il sole infatti non penetrava mai in quel budello dall'aria cos¡ comune che ospitava la residenza del primo ministro di Gran Bretagna. Thomas lasciò la strada e tagliò a destra, attraversò un piccolo cortile che aveva nel mezzo un praticello. Cos¡ arrivò davanti all'ingresso di servizio del numero dieci, dove Thomas premette il campanello accanto alla porta. Questa si apr¡ immediatamente e apparve un massiccio sergente di polizia in uniforme, che lo riconobbe e lo salutò. Thomas fu accompagnato lungo un corridoio, fino a una porta coperta di panno verde, si ritrovò in una stanza molto tranquilla, elegantemente arredata con pannelli di legno alle pareti, zeppa di fogli e di libri, permeata dal profumo del tabacco da pipa: una stanza che ricordava più lo studio di un docente universitario che l'ufficio di un primo ministro. La figura davanti alla finestra si voltò. “ Buongiorno, sovrintendente. Prego, si sieda.” “ Buongiorno, signor primo ministro.” Thomas scelse una sedia dall'alto schienale, davanti alla scrivania, e si mise a sedere sull'orlo di essa. Non aveva mai avuto occasione di vedere cos¡ da vicino il primo ministro, nemmeno in privato. Riportò l'impressione di un paio di occhi tristi, quasi pesti, come quelli di un cane da caccia che ha fatto una lunga corsa e non ne ha ricavato molto piacere. C'era silenzio nella stanza, mentre il primo ministro si dirigeva verso la sua scrivania e si metteva a sedere. “ Sovrintendente Thomas, mi É giunta notizia che lei sta conducendo un'indagine in seguito a una richiesta telefonica di collaborazione avanzata ieri mattina da Parigi da parte di un funzionario della polizia giudiziaria francese. É esatto?” “ La richiesta, signor primo ministro, É stata avanzata per avere indicazioni in merito all'identità di qualsiasi sicario di professione possa esserci noto. Non ci É stata data nessuna spiegazione.” “ Ciò nondimeno, che deduzione lei ha tratto da questo tipo di richiesta, sovrintendente?” “ Le stesse che ne ha tratto lei, signor primo ministro. A mio parere essi temono che sia stato ingaggiato un sicario di professione per attentare alla vita del Presidente.” “ Precisamente. Non sarebbe la prima volta che un attentato del genere avrebbe luogo, vero?” “ No, signore. Ce ne sono già stati sei.” Il primo ministro osservò i documenti che aveva davanti a sé. “ Si rende conto, sovrintendente, che a quanto pare in questo Paese esistono alcune persone, persone che occupano posizioni di non scarsa autorità, le quali non sarebbero dispiaciute se le sue indagini fossero il meno approfondite possibile?” Thomas era sinceramente sorpreso. “ No, signore.” Da dove diavolo era arrivata al primo ministro quella favolosa indiscrezione? “Vuole farmi, per favore, un riassunto del corso delle sue indagini fino a questo momento?” Thomas cominciò fin dall'inizio, spiegando con chiarezza e concisione le indagini che erano state svolte fino a quel momento. Quando ebbe finito, il primo ministro si alzò e si diresse alla finestra. Per parecchi minuti rimase a guardare fissamente il cortile. Stava pensando a una spiaggia alle porte di Algeri, dove aveva un tempo passeggiato e chiacchierato con un certo altezzoso francese. Avevano tutti e due vent'anni di meno, a quell'epoca, e molte cose che il futuro teneva in serbo non si erano ancora frapposte fra di loro. Il vecchio si voltò. “ Sovrintendente Thomas, voglio che lei sappia che il generale de Gaulle É mio amico. Se esiste la più lontana minaccia alla sua persona, e se tale minaccia viene da un cittadino di queste isole, allora quel cittadino deve essere fermato. Nel giro di un'ora, i suoi superiori saranno autorizzati da me personalmente a concederle qualsiasi agevolazione sia in loro potere concedere. Lei non sarà sottoposto ad alcuna limitazione, né nelle spese né nell'impiego di uomini. Nell'eventualità che Calthrop, o chiunque altro abbia passaporto britannico, possa essere ragionevolmente sospettato di essere l'uomo che i Francesi stanno cercando, lei lo farà arrestare. Chiunque egli sia, dev'essere fermato. Mi sono spiegato bene?” “Non si sarebbe potuto spiegare meglio.” Dopo il suo ritorno in ufficio, la situazione cambiò rapidamente per Thomas. Raccolse intorno a sé un gruppo di sei fra i migliori investigatori della sezione speciale. Poi fu chiesto al fisco di controllare i registri in merito agli accertamenti dei redditi di tale Charles Harold Calthrop, del quale fu indicato l'indirizzo privato; in particolare interessava sapere presso chi era impiegato attualmente e presso chi era stato impiegato negli ultimi tre anni. Erano appena passate le sei del pomeriggio quando gli uffici amministrativi trovarono gli accertamenti dei redditi. Da essi risultava che, nell'ultimo anno, Calthrop era stato disoccupato e che precedentemente era stato all'estero per un anno. Per gran parte dell'anno finanziario 1960-61, però, era stato impiegato presso una ditta ben nota a Thomas: si trattava infatti di una delle principali produttrici ed esportatrici di armi di piccolo calibro in Gran Bretagna. Un'ora dopo aveva già fissato un appuntamento con il direttore della fabbrica. Mentre il crepuscolo scendeva sul Tamigi, una Jaguar della polizia, con Thomas a bordo, viaggiava rombando lungo il fiume in direzione del villaggio di Virginia Water, dove risiedeva Patrick Monson. L'uomo non aveva per nulla l'aria di un trafficante d'armi ma, riflett‚ poi Thomas, É sempre cos¡. Da Monson, Thomas apprese che la fabbrica di armi aveva assunto Calthrop al suo servizio per poco meno di un anno. Particolare ancora più importante, nel dicembre del 1960 e nel gennaio del 1961, l'uomo era stato inviato dalla ditta a Ciudad Trujillo per cercare di vendere una partita eccedente di fucili mitragliatori dell'esercito britannico al capo della polizia di Trujillo. Era dovuto poi ripartire in tutta fretta. Thomas scrutò attentamente Monson. Perché questa fretta? Monson sembrò sorpreso dalla domanda. Be', perché Trujillo era stato ammazzato, É naturale. Tutto il suo regime era caduto nel giro di un'ora. Che cosa poteva aspettarsi dal nuovo regime un uomo che era giunto nell'isola per vendere a quello vecchio una partita di armi e di munizioni? Era naturale che dovesse squagliarsela. Poche ore dopo gli insorti infuriavano già nelle strade, alla ricerca dei sostenitori del vecchio regime e Calthrop aveva dovuto prezzolare un pescatore per farsi portare fuori dell'isola. Thomas rifletteva. S¡, certo, era naturale. Perché, domandò alla fine, Calthrop aveva lasciato la ditta? Era stato licenziato, fu la risposta. Perché? Monson riflett‚ attentamente per qualche attimo, poi alla fine rispose: “ Sovrintendente, il commercio delle armi di seconda mano É fortemente competitivo. Diciamo soltanto che non eravamo del tutto soddisfatti dell'onestà di Calthrop nei confronti della società”. Nell'automobile che lo riconduceva in città, Thomas ripensava a quello che gli aveva detto Monson. Il motivo per cui Calthrop aveva lasciato cos¡ in fretta la Repubblica Dominicana era logico, e tendeva a smentire le voci successivamente riferite, che collegavano il suo nome all'assassinio. D'altro canto, secondo Monson, Calthrop non era tipo alieno dal fare il doppio gioco. Era possibile che fosse arrivato come rappresentante accreditato di una fabbrica di armi per trattare la vendita di una partita e che nello stesso tempo fosse entrato al servizio dei rivoluzionari? Tra le cose che Monson gli aveva detto, ce n'era una che lasciava perplesso Thomas: l'uomo aveva detto che Calthrop non si intendeva molto di fucili quando era stato assunto dalla ditta. Era possibile che un provetto tiratore non fosse un esperto? Perché i guerriglieri l'avevano preso al loro servizio per fermare con un solo colpo di fucile l'auto del generale lanciata a tutta velocità, se Calthrop era stato appena iniziato all'uso delle armi? Oppure non era vero che l'avevano preso al loro servizio? Thomas si strinse nelle spalle. Quel particolare non provava niente e non smentiva niente. Siamo ancora al punto di partenza, pensò amaramente. Tornato nel suo ufficio, trovò tuttavia alcune notizie che gli fecero cambiare idea. L'ispettore che svolgeva le indagini nella casa di Calthrop aveva fatto rapporto. Aveva interrogato una vicina di casa la quale aveva riferito che il tizio era partito qualche giorno prima, dopo averle accennato al progetto di fare un giro turistico della Scozia. Sul retro della vettura di Calthrop parcheggiata in strada, la donna aveva visto qualcosa che assomigliava a una serie di canne per la pesca. Canne da pesca? Il sovrintendente Thomas si sent¡ passare un brivido lungo la schiena. Quando l'investigatore terminò la sua relazione, entrò uno degli altri ispettori. “ Capo, mi É venuta in mente una cosa.” “ Parla.” “Il nome di codice del sicario É Sciacallo, vero?” “E allora?” “ Be', in francese Sciacallo si dice Chacal. C-H-A-C-A-L, capisce? Potrebbe essere una coincidenza, ma la parola É composta dalle prime tre lettere del nome e dalle prime tre del...” “ Che mi venga un colpo!” esclamò Thomas e allungò la mano verso il telefono, senza nascondere la propria emozione. La terza riunione al ministero degli interni, a Parigi, ebbe inizio poco dopo le dieci, subito dopo l'arrivo del ministro, col rapporto del commissario Lebel. L'atmosfera era tetra. Dall'America era giunta notizia che "Chuck" Arnold si trovava in Colombia per cercare di concludere un traffico d'armi. Vitellino, l'ex pistolero di New York, non era stato ancora rintracciato, tuttavia era alto un metro e sessanta e cos¡ radicalmente diverso, nell'aspetto, dallo Sciacallo, che poteva essere senz'altro scartato. In Sud-Africa avevano scoperto che Piet Schuyper era ora a capo dell'esercito mercenario di una compagnia di miniere di diamanti in un Paese del Commonwealth britannico nell'Africa occidentale. La sua presenza nel Paese era confermata dai suoi sottoposti. La polizia belga aveva fatto controlli sull'ex mercenario Jules BÉrenger. Era rimasto ucciso in una rissa in Guatemala tre mesi prima. I Tedeschi avevano confermato che Kassel, il sicario nazista, viveva tranquillamente a riposo in un attico a Madrid. Lebel terminò di leggere l'ultimo rapporto. Quando alzò lo sguardo, trovò puntati su di sé gli occhi di quattordici persone, in gran parte freddi e bellicosi. “ Alors, rien?” La domanda del colonnello Rolland era quella di tutti i presenti. “ Nessun indizio, temo” convenne Lebel. “ Sembrerebbe, signori” osservò pacatamente il ministro, “ che siamo ancora al punto di partenza. Punto a capo, come si dice?” Bouvier prese allora le parti di Lebel. “ Il mio collega sta indagando, praticamente senza alcun indizio, alla ricerca di uno dei personaggi più elusivi di questo mondo.” “ Di questo ci rendiamo conto, mio caro commissario” replicò freddamente il ministro, “ la questione É...” Fu interrotto da qualcuno che bussava alla porta. Il ministro aggrottò la fronte: aveva dato istruzione di non essere disturbato se non in caso di emergenza. “ Avanti.” Uno dei commessi del ministero stava sulla soglia, con aria dimessa e confusa. “ Mes excuses, Monsieur le Ministre. Una telefonata per il commissario Lebel. Da Londra. Dicono che É urgente...” Lebel si alzò quasi di scatto. “ Vogliate scusarmi, signori.” Ritornò dopo cinque minuti e, con la sua comparsa, interruppe un'aspra requisitoria del colonnello Saint-Clair, che si spense quando Lebel prese posto alla sua sedia. Il piccolo commissario aveva in mano una busta, sul cui dorso erano scarabocchiate alcune frasi. “ Ritengo, signori, che abbiamo il nome dell'uomo che stiamo cercando” esord¡. La riunione si concluse trenta minuti dopo, in un clima quasi spensierato. Ognuno sapeva che, se non altro, era possibile fare qualcosa. In quella mezz'ora avevano convenuto che, senza pubblicizzare minimamente l'avvenimento, sarebbe stato possibile setacciare la Francia alla ricerca di un uomo di nome Charles Calthrop, scovarlo e, se necessario eliminarlo. Tutti i particolari conosciuti sul conto di Calthrop sarebbero stati resi noti soltanto il mattino seguente, ma nel frattempo i Renseignements GÉnéraux potevano controllare i loro chilometri di scaffali alla ricerca di una carta da sbarco compilata da quest'uomo, di eventuali sue registrazioni in qualsiasi albergo di Francia. Il nome e i connotati dell'uomo potevano essere comunicati a tutti i posti di frontiera, nei porti e negli aeroporti di Francia, insieme con l'istruzione che il tipo, appena avesse toccato il territorio francese, doveva essere immediatamente trattenuto. Se non era ancora arrivato, poco male: appena fosse arrivato l'avrebbero avuto in mano. “ Questa mostruosa creatura, l'uomo che chiamano Calthrop, l'abbiamo già nel sacco” annunciò quella sera alla sua amichetta il colonnello Raoul Saint-Clair de Villauban, mentre stavano insieme a letto. Quando il colonnello si addormentò, l'orologio sul caminetto batt‚ le dodici e cos¡ iniziò il quattordici agosto. Il sovrintendente Thomas sedeva ancora nel suo ufficio e scrutava gli ispettori che aveva convocato subito dopo la telefonata a Parigi. Fuori, nell'immobile e silenziosa notte estiva, il Big Ben rintoccava la mezzanotte. La sua relazione durò un'ora. Quattro ispettori furono quindi incaricati di indagare sul passato di Calthrop, in particolare sulle sue attività da quando aveva lasciato l'ultimo posto di lavoro, nell'ottobre del 1961. Thomas voleva inoltre avere tutte le fotografie disponibili dell'uomo. Gli altri due ispettori dovevano cercare di ricostruire i movimenti di Calthrop in quel momento; perquisire interamente l'appartamento in cerca di impronte digitali, controllare i registri delle patenti di guida, rintracciare la sua automobile, il tipo, il colore, il numero di targa. Controllare le prenotazioni di tutte le compagnie aeree e di navigazione qualsiasi fosse la destinazione. Nel corridoio, gli ultimi due ispettori che lasciarono la riunione si scambiarono occhiate perplesse. “ Pulitura a secco e rammendo” fece uno dei due. “ Il lavoro completo.” “ E la cosa strana” fece osservare l'altro, “ É che il vecchio non vuole dirci che cosa dovrebbe aver fatto, o dovrebbe fare, questo tipo. A giudicare dall'azione intrapresa, si direbbe che abbia progettato di sparare al re del Siam.” Ci volle un po' di tempo per svegliare un magistrato e convincerlo a firmare un mandato di perquisizione. Nelle ore piccole della notte, mentre Thomas, ormai sfinito, sonnecchiava nel suo ufficio e Lebel, ancora più stanco, sorseggiava un forte caffÉ nero nel proprio, due uomini della sezione speciale penetrarono nell'appartamento di Calthrop servendosi di un pettine robusto e appuntito. Tutti e due erano esperti del mestiere. Cominciarono dai cassetti: li rovesciarono uno alla volta, sistematicamente, su un lenzuolo e ne esaminarono il contenuto. Quando tutti i cassetti furono passati al setaccio, i due cominciarono a controllare i mobili di legno in cerca di eventuali doppi fondi. Poi passarono ai mobili imbottiti. Quando anche questi furono controllati, l'appartamento sembrava un allevamento di tacchini dopo Capodanno. Alle sei del mattino, tuttavia, l'appartamento era di nuovo lindo come uno specchio. I due ispettori allora uscirono, e uno di essi aveva in mano una valigetta piena di documenti ed effetti personali di Calthrop. Thomas impiegò parecchi minuti a passare in rassegna tutta la raccolta sparsa sul pavimento del suo ufficio. Lontano da quel guazzabuglio, uno degli investigatori afferrò un libretto azzurro e cominciò a sfogliarlo. “ Capo, dia un'occhiata qui” il suo dito era puntato su una pagina del passaporto che aveva davanti a sé. “ Guardi... "Republica de Dominica, Aeropuerto Ciudad Trujillo, Diciembre 1960, Entrada"... Era proprio andato là, allora. É il nostro uomo.” Thomas gli prese di mano il passaporto e lo osservò attentamente. “ S¡, certo, É il nostro uomo, ragazzo mio. Ma non ti viene in mente che l'abbiamo in mano noi, il suo passaporto?” “ Ah, porco mondo!” imprecò tutto d'un fiato l'ispettore. “ Proprio cos¡” convenne il sovrintendente. “ Se non viaggia col suo passaporto, allora con che cosa viaggia? Dammi Parigi al telefono.” Press'a poco alla stessa ora, lo Sciacallo era già in viaggio da quasi un'ora e Milano era ormai lontana. Il tetto dell'Alfa era abbassato, sotto il sole che inondava l'autostrada, mentre l'uomo lanciava l'auto a oltre centotrenta chilometri l'ora. Il traffico sulle strade si era fatto piuttosto intenso, quando, alle otto meno dieci, lo Sciacallo arrivò a Ventimiglia, il più tra1lquillo dei posti di frontiera francesi. Dopo una coda di mezz'ora, l'uomo fu chiamato al controllo della dogana. Il poliziotto che prese il suo passaporto, lo esaminò attentamente, mormorò un breve “ Un moment, Monsieur” poi scomparve nell'edificio della dogana. Ne usc¡ qualche minuto dopo, insieme con un funzionario in borghese che aveva in mano il passaporto. “Bonjour, Monsieur. Qual É lo scopo della sua visita in Francia?” “ Turismo. Non ho mai visto la Costa Azzurra.” “ Capisco. L'auto É sua?” “ No, l'ho presa a noleggio. Avevo degli affari da sbrigare in Italia, e mi si É presentata inaspettatamente una settimana di inattività prima di tornare a Milano. Cos¡ ho preso a noleggio l'auto per fare un giretto.” “ Capisco. Vuole favorire i documenti dell'auto?” Lo Sciacallo gli porse la patente internazionale di guida, il contratto di noleggio e i documenti dell'assicurazione. “ Merci, Monsieur. Prego, porti i bagagli nella sala della dogana.” Il poliziotto aiutò lo Sciacallo a scaricare le tre valigie e la borsa e insieme le portarono sul banco della dogana. Prima di lasciare Milano, lo Sciacallo aveva preso il vecchio pastrano, i logori calzoni e le scarpe di André Martin e ne aveva fatto un fagotto che aveva cacciato in fondo al bagagliaio. Gli abiti contenuti nelle altre due valigie erano stati divisi nelle tre che ora aveva a disposizione. Le medaglie erano nella sua tasca. Due funzionari della dogana controllarono ogni valigia. Nel frattempo, lo Sciacallo compilava il modulo per l'ingresso in Francia dei turisti. Ci fu un attimo di ansietà quando gli uomini della dogana presero in mano le bottiglie della tintura per capelli. Lo Sciacallo aveva preso la precauzione di versarne il contenuto in flaconi di dopobarba, una lozione che a quel tempo non era molto diffusa in Francia. Vide gli uomini scambiarsi alcune occhiate, e poi riporre i flaconi nella borsa. Con la coda dell'occhio, lo Sciacallo poteva vedere, attraverso la finestra, un altro uomo che esaminava il bagagliaio e il motore dell'Alfa. Per fortuna non andò a guardare sotto. Disfece il fagotto del pastrano e dei pantaloni riposto nel bagagliaio ed esaminò il contenuto con aria disgustata. Però, dovette immaginare che il pastrano dovesse servire a coprire il cofano dell'auto nelle notti fredde e che i vecchi calzoni dovessero essere indossati nell'eventualità di riparazioni di emergenza lungo la strada. Ripose gli indumenti nel bagagliaio e lo richiuse. Quando lo Sciacallo ebbe terminato di compilare il modulo, i due funzionari della dogana chiusero le valigie e annuirono rivolti all'uomo in borghese. Questi a sua volta prese il modulo d'entrata, lo esaminò, lo confrontò ancora col passaporto e poi restitu¡ quest'ultimo. “ Merci, Monsieur. Bon voyage.” Dieci minuti dopo, lo Sciacallo imboccava la strada che portava a Monaco, Nizza e Cannes. Il sovrintendente Thomas sorseggiava una tazza di forte caffÉ nero, e faceva scorrere una mano sul mento ispido, mentre osservava dall'altro capo della scrivania, i due ispettori che avevano l'incarico di rintracciare Calthrop. “ Quello che dovrete fare adesso” disse ai due uomini, “ É scendere all'ufficio passaporti e farvi dare l'elenco completo di tutte le richieste di passaporto presentate recentemente. Cominciate a controllare dagli ultimi cento giorni. Se non viene fuori niente, tornate indietro di altri cento. Sarà un lavoro duro.” Prosegu¡ descrivendo sommariamente il sistema più comune per procurarsi un passaporto falso, che in effetti era stato quello adottato dallo Sciacallo. “ Dopo esservi procurati l'elenco dall'ufficio passaporti, trasferitevi in Somerset House, e mettetevi al lavoro sui certificati di morte. Se riuscite a trovare una richiesta di passaporto avanzata da un uomo che non É più in vita, allora l'impostore sarà probabilmente l'uomo che cerchiamo. E ora andate.” Erano trascorse due ore quando telefonò l'ispettore di grado superiore. Ottocentoquarantun richieste di passaporto erano state presentate nei cento giorni precedenti. Sempre, durante le vacanze estive, le richieste aumentavano. Bryn Thomas abbassò il ricevitore. “ Maledette vacanze” disse tra sé. Poco dopo le undici di quella mattina, lo Sciacallo entrò nell'atrio del Majestic, uno dei migliori alberghi di Cannes. L'abbigliamento elegante e i modi sicuri di sé lo qualificavano come un gentiluomo inglese. “ Prego, mi metta in comunicazione con Parigi, Molitor 5901” chiese alla ragazza addetta al banco. Pochi minuti dopo, la ragazza gli indicò con un gesto una cabina accanto al centralino e lo osservò mentre chiudeva dietro di sé la porta di isolamento acustico. “ Allo, ici Chacal.” “ Allo, ici Valmy. Grazie al Cielo ha telefonato...” Chi avesse guardato attraverso la vetrata della cabina, avrebbe visto l'inglese che stava dentro irrigidirsi e aggrottare la fronte davanti al ricevitore. Per gran parte dei dieci minuti che durò la telefonata, l'uomo rimase in silenzio, ad ascoltare. Di quando in quando, le sue labbra si muovevano, come per fare una rapida, concisa domanda. Nessuno però, stava guardando. La ragazza dietro al banco era immersa nella lettura d'un romanzo d'amore. Dopo aver pagato la telefonata, lo Sciacallo prese una tazza di caffÉ sulla terrazza che dava sul mare scintillante, dove bagnanti abbronzati giocavano e schiamazzavano. Immerso nei suoi pensieri, lo Sciacallo aspirava profonde boccate dalla sua sigaretta La faccenda di Kowalski, poteva capirla: ricordava il grosso polacco nell'albergo di Vienna. Quello che non riusciva a capire era come la guardia del corpo potesse essere stata a conoscenza del suo nome di codice, o dei motivi per cui era stato preso a servizio. Forse, Kowalski aveva intuito chi era, perché anche lui, il polacco, era stato un sicario. Forse era stata la polizia francese ad arrivare da sola a questa deduzione. Lo Sciacallo era combattuto. Valmy l'aveva consigliato di piantare tutto in asso e di tornare a casa, tuttavia aveva ammesso di non avere l'autorità di disdire l'operazione. La decisione, pensò lo Sciacallo, spettava a lui: andare avanti, tornare indietro? Tornare indietro significava doversi disputare con Rodin la proprietà dei duecentocinquantamila dollari versati sul suo conto in banca a Zurigo. Se si fosse rifiutato di renderne la maggior parte, gli uomini dell'OAS non avrebbero esitato a fargliela pagare. Andare avanti significava affrontare pericoli ancora maggiori. Lui tuttavia, sapeva una cosa che l'OAS e la polizia francese ignoravano, e cioÉ che stava viaggiando sotto falso nome, con un regolare passaporto intestato a quel nome, e con tre diverse serie di documenti falsi, tra cui due passaporti stranieri, e tutto l'equipaggiamento necessario per assumere le diverse identità fisiche. Arrivato il conto del caffÉ, lo Sciacallo diede un'occhiata e sbatt‚ gli occhi. Buon Dio, che prezzi faceva quella gente! Per vivere in quel modo, un uomo doveva essere ricco, avere tanti dollari, e ancora tanti. Negli ultimi tre anni si era abituato a concedersi ottimi abiti, pranzi costosi, un appartamento elegante, automobili sportive, donne d'alto bordo. Tornare indietro significava rinunciare a tutto ciò. Lo Sciacallo pagò il conto e lasciò una lauta mancia. Sal¡ sull'Alfa e si mise in viaggio, diretto verso il cuore della Francia. Il commissario Lebel era seduto alla sua scrivania, con la sensazione di non aver mai dormito in vita sua e di non averne nemmeno la possibilità in futuro. Davanti a sé aveva una crescente montagna di relazioni provenienti dai vari uffici incaricati di seguire le mosse degli stranieri in Francia. Tutte comunicavano lo stesso messaggio: nessun uomo corrispondente a quel nome aveva attraversato legalmente i posti di frontiera dall'inizio dell'anno. La telefonata con cui il sovrintendente Thomas, quella mattina stessa, gli aveva annunciato che Calthrop usava probabilmente un passaporto falso, gli aveva sferrato un brutto colpo. Adesso, però, avevano almeno una descrizione più particolareggiata dell'uomo e una foto. Anche se l'uomo doveva aver modificato sensibilmente il suo aspetto, la descrizione e la foto erano sempre meglio di niente. A mano a mano che i rapporti affluivano, Lebel diceva ogni volta all'informatore di risalire ancora più indietro, fino a rintracciare qualsiasi visita fatta precedentemente da Calthrop in Francia. Con quel punto di riferimento, sarebbe stato possibile appurare se l'uomo aveva in Francia un luogo di residenza abituale, la casa d'un amico, un albergo, dove poteva essere ancora ospitato sotto falso nome. Per evitare il traffico congestionato delle principali strade che portavano al nord, verso Parigi, lo Sciacallo aveva deciso di procedere con calma dalla costa attraverso le Alpi marittime, dove l'aria era più fresca, e poi ancora attraverso le colline della Borgogna. Non aveva molta fretta, perché il giorno prestabilito per l'assassinio era ancora lontano. Da Cannes prese la statale numero 85, attraverso la caratteristica e profumata cittadina di Grasse e poi, superata Castellane, si fermò a Gap. Dopo aver cercato intorno alla città un albergo tipico, trovò una caratteristlca costruzione col tetto a mansarda, l'Hotel du Cerf già padiglione di caccia di uno dei duchi di Savoia. Parecchie stanze erano ancora libere. Si concesse un bagno ristoratore, poi indossò l'abito color grigio-tortora, con camicia di seta e cravatta a maglia. L'inserviente delle camere, dopo aver ricevuto parecchi sorrisi cattivanti, aveva accettato, con una vampata di rossore, di lavare e stirare l'abito che lo Sciacallo aveva indossato per tutto il giorno, in modo che egli potesse averlo per il mattino seguente. Consumò la cena in una stanza rivestita di pannelli, che dava sul versante di una collina boscosa in cui echeggiava lo stridio delle cicale. L'aria era calda e fu soltanto a metà della cena che una delle commensali, con indosso un abito particolarmente scollato, fece osservare al maŒtre d'hotel che l'aria si era un po' raffreddata. Lo Sciacallo si voltò quando gli fu chiesto se gli dispiaceva che fosse chiusa la finestra accanto alla quale sedeva, e diede un'occhiata alla donna che aveva pregato di chiuderla. Cenava sola: una bella donna tra i trentacinque e i quarant'anni con braccia morbide e bianche e una profonda scollatura. Lo Sciacailo fece cenno al maŒtre d'hotel che poteva chiudere la finestra e rivolse un lieve cenno del capo alla donna dietro di sé. Lei gli rispose con un freddo sorriso. La cena fu magnifica. Scelse trota arcobaleno alla griglia su fuoco di legna e spiedini arrostiti sulla carbonella, con finocchio e timo. Il vino era un Cotes-du-Rhone locale, ricco e generoso, in una bottiglia senza etichetta. Proveniva evidentemente da una botte della cantina scelta personalmente dal proprietario come vin de la maison. Mentre stava finendo di consumare il gelato, ud¡ la voce autoritaria della donna dietro di sé che diceva al cameriere di servirle il caffÉ nel salotto. L'uomo si inchinò e le rispose chiamandola "Madame la Baronne". Pochi minuti dopo anche lo Sciacallo ordinava che il caffÉ gli fosse servito in salotto. La telefonata da Somerset House arrivò al sovrintendente Thomas alle dieci e un quarto. Era uno dei due ispettori: la sua voce era stanca, ma con una sfumatura di ottimismo, quasi con la speranza che quanto aveva da dire avrebbe potuto liberare tutti quanti dall'ingrato compito di controllare centinaia di certificati di morte inesistenti per il semplice fatto che gli intestatari del passaporto non erano morti. “ Alexander James Quentin Duggan” annunciò. “ Nato il 3 aprile 1929 a Sambourne Fishley, nella parrocchia di St. Mark. Ha richiesto il passaporto il quattordici luglio di quest'anno. Passaporto rilasciato e inviato per posta il diciassette luglio all'indirizzo indicato nella domanda, probabilmente un indirizzo di comodo.” “ Che cosa si sa di costui?” domandò Thomas. “ Duggan É rimasto ucciso in un incidente stradale nel suo villaggio natale all'età di due anni e mezzo, l'8 novembre 1931.” “ Quanti passaporti rilasciati negli ultimi giorni restano da controllare?” “ Circa trecento” rispose la voce al telefono. “ L'altro continui il controllo di quelli che restano, nel caso che ci sia qualche altro nominativo fasullo nel mazzo” ordinò Thomas. “ Tu, invece, va' a controllare l'indirizzo al quale É stato inviato il passaporto. Ritelefonami appena l'hai trovato. Fammi sapere tutti i particolari sul falso Duggan, e fammi avere la copia della foto archiviata che ha presentato con la richiesta. Voglio dare un'occhiata a questo Calthrop nella sua nuova veste.” Mancava poco alle undici quando l'ispettore di grado superiore ritelefonò. L'indirizzo in questione era quello di un giornalaio a Paddington, il tipo di negozio che mette in vetrina gli indirizzi delle prostitute. Il proprietario, che abitava sopra il negozio, era stato svegliato e aveva ammesso che spesso fungeva da recapito per la posta di clienti che non avevano stabile dimora. Non ricordava clienti abituali di nome Duggan. L'ispettore gli aveva mostrato una fotografia di Calthrop, ma l'uomo non aveva saputo riconoscerla. Gli aveva mostrato anche la foto di Duggan allegata alla richiesta di passaporto, e l'uomo aveva detto che gli sembrava di riconoscere il secondo uomo, ma che non ne era sicuro. Pensava che il tizio portava forse occhiali scuri. “ Torna subito qui” ordinò Thomas. Poi riappese, ma solo per riprendere un attimo dopo il ricevitore e chiedere la comunicazione con Parigi. Per la seconda volta, la telefonata arrivò nel mezzo della riunione serale. Quando Lebel fece ritorno, parlò per dieci minuti davanti agli uomini riuniti nel più assoluto silenzio. “ Dunque siamo a questo punto” concluse. “ Condurremo tutti insieme una silenziosa e riservata ricerca su scala nazionale di questo Duggan nella sua nuova veste.” Con i suoi modi pacati, senza dare l'impressione di aver fretta, Lebel aveva impartito gli ordini come un generale che dispone le sue truppe. La sua sicurezza era tale che nessuno apr¡ bocca. Persino Saint-Clair rimase in sllenzio. Solo quando fu di ritorno a casa, poco dopo la mezzanotte, trovò qualcuno disposto ad ascoltare il torrente di accuse che scagliò contro quel piccolo, ridicolo poliziotto e la sua incredibile sfrontatezza La sua amichetta rimase ad ascoltarlo con aria comprensiva, massaggiandogli la nuca mentre lui giaceva con la pancia in giù sul letto. Fu solo poco prima dell'alba, quando il colonnello fu profondamente addormentato, che la ragazza pot‚ fare una breve telefonata. Il sovrintendente Thomas abbassò lo sguardo sulle due diverse richieste di passaporto e sulle due fotografie sparse sul sottomano nel cerchlo di luce proiettato dalla lampada da tavolo. “ Ripassiamo tutto insieme di nuovo” ordinò all'ispettore seduto accanto a lui. “Pronto?” “ S¡, signore.” “ Calthrop: altezza, un metro e settantanove; Duggan: un metro e ottantadue.” “ Tacchi rialzati, signore. É possibile alzare la propria statura fino a cinque-sei centimetri con scarpe speciali.” “ D'accordo” convenne Thomas. “ Scarpe con tacchi rialzati. Calthrop: capelli biondi; anche Duggan É biondo. Calthrop, colore degli occhi: marrone, Duggan, colore degli occhi: grigio.” “ Lentl a contatto, signore, una cosa semplicissima.” “ O.K. Calthrop: età, trentasette anni; Duggan, trentaquattro.” “ Ha dovuto denunciare trentaquattro anni” spiegò l'ispettore, “ perche il vero Duggan, il bambino che É morto, era nato nell'aprile del 1929. Nessuno però sospetterebbe di un uomo che ha trentasette anni e che nel passaporto ne denuncia trentaquattro.” Thomas osservò le due fotografie. Calthrop sembrava avere una faccia più piena, una corporatura più massiccia. Da quel momento, però era diventato Duggan; lenti a contatto colorate, corporatura più snella, tacchi rialzati. Fu dunque la descrizione di Duggan, con numero di passaporto e fotografia, che Thomas fece trasmettere a Parigi. “ E adesso tocca a loro” azzardò l'ispettore. “ Ah, no, ragazzo mio, adesso c'É una quantità d'altro lavoro da fare” replicò Thomas con aria maliziosa. “ Per prima cosa, domani mattina cominciamo a controllare le biglietterie delle compagnie aeree, dei traghetti che portano oltre Manica e delle ferrovie continentali, alla ricerca di questo Alexander Duggan.” La baronessa de La ChalonniÉre, giunta davanti alla porta della sua stanza, si voltò verso il giovane inglese. Era stata una serata molto piacevole e la baronessa non aveva ancora deciso se farla terminare davanti alla porta della sua stanza. S¡, certo, era una rispettabile donna sposata, ma c'erano stati quei Calvados fortissimi che lui aveva ordinato col caffÉ, e poi quel giorno lei era particolarmente vulnerabile. Aveva trascorso la giornata in un'accademia militare, per presenziare alla sfilata del figlio, da poco nominato sottotenente dei Cacciatori delle Alpi, il vecchio reggimento in cui aveva militato suo padre. La vista del figlio che riceveva i galloni di ufficiale le aveva provocato una specie di trauma, la consapevolezza che tra qualche mese lei avrebbe raggiunto la quarantina, che era la madre di un ragazzo ormai adulto. Anche se poteva dimostrare cinque anni di meno, anche se talvolta si sentiva più giovane di dieci anni, la baronessa si era resa conto di avere un figlio di vent'anni, che non sarebbe più tornato a casa per le vacanze estive, e questo l'aveva indotta a interrogarsi su quello che avrebbe fatto, adesso. Aveva accettato le elaborate galanterie del vecchio, artritico colonnello, il comandante dell'accademia, e le occhiate di ammirazione dei compagni del figlio, con quelle guance rosee da ragazzini, e d'improvviso si era sentita molto sola. Il suo matrimonio era finito in tutto, tranne che nella forma: il barone, infatti, occupato com'era a dar la caccia alle ninfette adolescenti di Parigi, non aveva nemmeno trovato il tempo di farsi vedere alla cerimonia della nomina del figlio. Mentre, in auto, faceva ritorno dalle Alpi all'albergo di campagna alle porte di Gap, aveva pensato che era una donna bella, piena di energie, e sola. Il futuro non sembrava riservarle che le attenz;oni dei vecchi galanti come il colonnello dell'accademia o gli epidermici, insoddisfacenti flirt coi ragazzini. Avrebbe preferito la morte piuttosto che dedicarsi alle opere di beneficenza. Non ancora, per lo meno. Parigi, però, era diventata imbarazzante e mortificante, con Alfred che dava continuamente la caccia alle sue ragazzine, mentre metà della buona società rideva alle spalle di lui e l'altra metà a quelle di lei. Stava pensando ancora al suo futuro, al suo bisogno di sentirsi dire che era una donna, una bella donna, quando le si era presentato quell'inglese che le aveva domandato se poteva prendere il caffÉ con lei, visto che erano soli nel salotto dell'albergo. La baronessa, colta alla sprovvista, non aveva saputo rifiutare. Dieci minuti dopo, non rimpiangeva di aver accettato l'offerta. Lo sconosciuto, secondo la baronessa, doveva avere tra i trentatré e i trentacinque anni, l'età migliore per un uomo. Pur essendo inglese, parlava con disinvoltura il francese, aveva un bell'aspetto e sapeva essere divertente. Lei aveva apprezzato i suoi garbati complimenti, ed era quasi mezzanotte quando si era alzata, spiegando che doveva partire presto, il mattino seguente. Lui l'aveva accompagnata su per le scale e, davanti alla finestra del suo piano, le aveva mostrato i pendii boscosi della collina illuminati dalla limpida luce della luna. Si erano soffermati ad ammirare la campagna, finché lei si era accorta che gli occhi di lui erano puntati sulla sua profonda scollatura, mentre la luce della luna tramutava la sua pelle in candido alabastro. Vistosi scoperto, l'inglese aveva sorriso, mormorando: “ La luna trasforma anche l'uomo più civile in un primitivo”. Lei si era voltata e aveva continuato a salire le scale, mostrandosi infastidita, ma l'ammirazione dello straniero le aveva suscitato un intimo, confuso senso di piacere. “ É stata una piacevolissima serata, Monsieur” aveva mormorato. Aveva messo la mano sulla maniglia della porta. In quel momento si domandava se l'uomo avrebbe cercato di baciarla. In un certo senso lo sperava. Forse era soltanto il vino, forse il paesaggio alla luce della luna, tuttavia si rendeva conto che non aveva previsto una simile conclusione della serata. Senza una parola d'avvertimento, le braccia dello straniero le scivolarono intorno alla schiena, poi le labbra di lui furono sulle sue. Erano labbra calde, sicure. "Questa faccenda deve finire subito" diceva una voce dentro di lei. Un attimo dopo le sue labbra rispondevano al bacio. Il vino le faceva girare la testa. Sentiva le braccia di lui che la stringevano sempre più, ed erano braccia forti, dure. Non ebbe coscienza del momento in cui prese la decisione, ma non faticò a rendersi conto che lo voleva, quell'uomo. Sent¡ la porta che si apriva dietro di lei, all'interno, si liberò dall'abbraccio e indietreggiò nella sua stanza. “ Viens, primitif.” L'uomo entrò nella stanza e chiuse la porta. Per tutta la notte, gli archivi dei Renseignements GÉnéraux furono di nuovo controllati, questa volta alla ricerca del nome Duggan, e con maggior successo. Venne alla luce una registrazione dalla quale risultava che tale Alexander James Quentin Duggan era entrato in Francia il ventidue luglio con il Brabant Express proveniente da Bruxelles. Un'ora dopo, un'altra registrazione col nome di Duggan veniva scoperta tra quelle dei passeggeri dell'‚toile du Nord Express da Parigi a Bruxelles, del trentun luglio. Poi, dalla prefettura di Parigi, arrivò una registrazione dalla quale risultava che Duggan aveva preso alloggio in un piccolo albergo vicino a Place de la Madeleine tra il ventidue e il trenta luglio compresi. Nelle prime ore del mattino, Lebel si recò all'albergo in visita riservata e fece una chiacchierata con la proprietaria. Poi ordinò a un agente in borghese di prendere alloggio nell'albergo fino a nuovo ordine e di non uscirne, nell'eventualità che Duggan tornasse. “ La visita di luglio” disse Lebel a Caron, quando fece ritorno in ufficio, “ era una puntata di ricognizione. Qualsiasi cosa abbia in mente, É già tutto predisposto.” Poi si appoggiò allo schienale della sedia, fissò lo sguardo al soffitto e riflett‚. La proprietaria dell'albergo che aveva appena interrogata aveva definito Duggan "un vero gentiluomo". I veri gentiluomini, pensò Lebel, sono sempre la razza peggiore, per i poliziotti. Nessuno poteva sospettarli. Diede un'occhiata alla fotografia che gli era arrivata da Londra e cercò di costruirsi un'immagine mentale di quell'individuo. Che tipo d'uomo si sarebbe trovato di fronte? Sicuro di sé, arrogante, convinto della propria immunità. Un tipo pericoloso, insidioso, meticoloso, che non lasciava nulla al caso. Armato, naturalmente, ma di che cosa? E dove l'avrebbe nascosta, l'arma, per passare il controllo della dogana? Come avrebbe fatto ad avvicinare il generale de Gaulle, quando persino le borsette delle signore erano considerate sospette in un raggio di venti metri dal Presidente, quando gli uomini con lunghi involucri in mano erano allontanati senza troppi complimenti dalle vicinanze di qualsiasi posto in cui il Presidente apparisse in pubblico e si trovasse cos¡ esposto a un qualche pericolo? Lebel sapeva di avere un solo punto a favore: conosceva la nuova identità dell'assassino, e l'assassino questo lo ignorava. Era l'unico asso che aveva nella manica. Se soltanto riesce a subodorare quello che tu sai, prima che tu riesca a mettergli le mani addosso, e se cambia ancora identità, Claude, vecchio mio, si disse Lebel, ti troverai proprio nei guai fino al collo. La lama di luce della luna calante che filtrava attraverso le imposte si ritirava lentamente dal letto in disordine, facendo ritorno alla finestra. Nell'ombra si distinguevano confusamente due figure. Colette giaceva sulla schiena, con lo sguardo rivolto al soffitto. Con una mano arruffava pigramente i capelli biondi della testa affondata nel cuscino accanto a lei. Le sue labbra si schiusero in un sorriso al ricordo della notte trascorsa. Poi diede un'occhiata al piccolo orologio da viaggio che aveva accanto al letto. Erano le cinque e un quarto. Strinse la mano sui capelli biondi e li tirò. “ Ehi, amore, tra un paio d'ore devo alzarmi e tu devi tornare nella tua stanza.” Lui cap¡ immediatamente e si rotolò fuori del letto poi, alzatosi in piedi, si guardò intorno alla ricerca dei vestiti. Quando fu pronto, abbassò lo sguardo sulla donna nella penombra e lei vide il bagliore dei suoi denti in un sorriso. L'uomo si sedette sul bordo del letto e le fece scivolare la mano intorno alla nuca. La faccia di lui era a poche dita dalla sua. “ É stato bello?” “Mmmmm. Molto bello. E per te?” Lui sorrise ancora. “Tu che cosa ne pensi?” Lei scoppiò a ridere. “Come ti chiami?” L'altro riflett‚ un attimo. “ Alex” rispose. “ Be', Alex, É ora che torni in camera tua.” Lui si chinò e le diede un bacio sulle labbra. “In tal caso, buona notte, Colette.” Un attimo dopo era scomparso, e la porta si chiudeva alle sue spalle. Alle sette del mattino, con lo spuntare del sole, un gendarme locale si presentava nell'atrio dell'Hotel du Cerf. Il proprietario lo accolse cordialmente. “Alors, vispo e mattiniero come sempre?” “ Come sempre” rispose il gendarme. “ C'É un bel percorso in bicicletta fino a qui, e questo posto lo lascio sempre per ultimo.” “ Non me lo dica” sogghignò il proprietario dell'albergo, “ noi facciamo il caffÉ e la colazione migliori dei dintorni. Marie-Louise, porta un caffÉ al signore, che senza dubbio lo prenderà con la correzione.” Il poliziotto sorrise soddisfatto. “ Ecco le registrazioni” disse il proprietario dell'albergo, porgendogli i foglietti bianchi compilati la sera precedente dagli ospiti appena arrivati. “ Ce ne sono stati soltanto tre nuovi, ieri sera.” Il poliziotto prese i fogli e li infilò nella borsa di pelle agganciata alla sua cintura. “ Non valeva neanche la pena di venire” osservò sorridendo, tuttavia si mise a sedere davanti al banco nell'atrio, in attesa del suo caffÉ corretto con Calvados. Fu solo alle otto che fece ritorno alla gendarmeria di Gap, con la borsa piena delle registrazioni degli alberghi. Le registrazioni furono prese dal comandante della stazione, il quale le fece scorrere pigramente prima di metterle nella casella da dove sarebbero state portate più tardi al quartier generale della regione, a Lione, e da l¡ agli archivi del registro centrale, a Parigi. Mentre l'ispettore lasciava cadere le registrazioni nella casella del commissariato, la baronessa de La ChalonniÉre saldava il conto all'albergo, e si metteva al volante della sua auto per dirigersi verso ovest. Nell'albergo, lo Sciacallo continuò a dormire fino alle nove. Dall'¡nterfono collocato di fianco al sovrintendente Thomas usc¡ un acuto ronzio. Era l'ispettore di grado superiore. “ L'amico Duggan” esord¡ senza preamboli, “ ha lasciato Londra con un volo della BEA luned¡ mattina.” “Diretto dove? a Parigi?” “ No, capo, a Bruxelles.” Thomas riflett‚ rapidamente. “ D'accordo, stammi a sentire. Può darsi che sia partito, ma può anche tornare. Continua a controllare tutte le compagnie aeree per vedere se ci sono altre prenotazioni a suo nome. Ne dubito molto: ormai, secondo me, l'abbiamo perduto, ma dato che ha lasciato Londra parecchie ore prima che avessero inizio le indagini, non É colpa nostra. Sei d'accordo?” “ Certo. E per quanto riguarda le ricerche di Calthrop nel Regno Unito? Tengono impegnate una quantità di persone delle polizie provinciali.” “ Revoca le ricerche” rispose Thomas. “ Sono quasi certo che se n'É andato.” Sulla linea telefonica esterna chiese di parlare con il commissario Lebel nel suo ufficio presso la sede della polizia giudiziaria. Lo Sciacallo si alzò dal letto quando il sole era già alto sulle colline. Si fece una doccia e si vest¡ prendendo il suo abito a scacchi, perfettamente stirato, dalle mani della timida inserviente. Poco dopo le dieci e mezzo, andò con l'Alfa in città, dove si recò all'ufficio postale per telefonare a Parigi. Quando usc¡, venti minuti dopo, aveva le labbra serrate e sembrava avere una gran fretta. In un negozio di ferramenta nelle vicinanze acquistò un litro di lacca rossa un barattolo di vernice bianca, due pennelli e un cacciavite. Poi fece ritorno all'Hotel du Cerf e chiese il conto Mentre gli veniva preparato il conto, lo Sciacallo sal¡ in camera sua per fare le valigie che portò poi personalmente sulla sua auto. Dopo aver sistemato le tre valigie nel bagagliaio e la borsa sul sedile accanto al posto di guida, rientrò in albergo e saldò il conto. L'addetto al banco avrebbe detto più tardi che l'uomo sembrava avere molta fretta e che aveva pagato il conto con una banconota nuova da cento franchi. Una cosa l'impiegato non sapeva: mentre lui si trovava nel retro a prendere il resto della banconota, l'inglese aveva sfogliato il registro dell'albergo. Una pagina indietro, aveva trovato le registrazioni del giorno precedente, tra cui quella della baronessa de La ChalonniÉre Chateau de La Haute ChalonniÉre, CorrÉze Qualche minuto dopo si udiva il ruggito dell'Alfa sul viale dell'albergo e l'inglese scompariva. Poco prima di mezzogiorno nell'ufficio di Claude Lebel arrivarono altre comunicazioni. La Suret‚ di Bruxelles telefonò per comunicare che Duggan aveva trascorso soltanto cinque ore nella città, quel luned¡. Era ripartito nel pomeriggio con un volo dell'Alitalia per Milano. Non appena deposto, il telefono di Lebel squillò di nuovo. Questa volta era un uomo del controspionaggio. Era pervenuto un rapporto secondo il quale, la mattina precedente, tra le persone entrate in Francia a Ventimiglia c'era anche Alexander James Quentin Duggan. Lebel esplose. “ Quasi trenta ore!” gridò. “ Più di un giorno...” Sbatt‚ sulla forcella il ricevitore. Caron inarcò un sopracciglio. “ S¡, forse non avrei dovuto gridare” ammise Lebel stancamente. “ Dicono che devono controllare oltre venticinquemila moduli d'entrata provenienti da tutta la Francia. Almeno sappiamo una cosa, però: É qui, sicuramente. Se non ho in mano qualcosa per la riunione di questa sera, mi toglieranno la pelle. Ah, tra l'altro, telefona al sovrintendente Thomas e ringrazialo ancora. Digli che lo Sciacallo É in Francia e che ci occuperemo noi, adesso, della faccenda.” Caron aveva appena deposto il ricevitore dopo la telefonata con Londra, quando il quartier generale della polizia di Lione chiamò. Lebel rimase in ascolto, poi alzò lo sguardo trionfante verso Caron. Copr¡ il microfono con la mano e disse: “ L'abbiamo in pugno. Ha prenotato per due giorni una stanza all'Hotel du Cerf a Gap, a cominciare da ieri sera”. Tolse la mano dal microfono e soggiunse al telefono: “ E ora mi stia a sentire, commissario. Non ho la possibilità di spiegarle perché vogliamo prendere questo Duggan. Le basti sapere che É una cosa importante. Quello che voglio da lei...” Parlò per dieci minuti, e quando ebbe finito, telefonò ancora l'uomo del controspionaggio per comunicargli che Duggan era entrato in Francia con un'Alfa Romeo bianca a due posti presa a noleggio, targata MI 61741. “ Devo dare l'allarme a tutte le stazioni di polizia?” domandò Caron. Lebel riflett‚ per un attimo. “ No, non ancora. Se É in auto da qualche parte in campagna, sarà probabilmente riconosciuto da qualche poliziotto di paese che penserà di essere semplicemente alla ricerca di un'auto sportiva rubata. Quell'uomo ucciderebbe chiunque cerchi di sbarrargli la strada. La cosa importante É che ha prenotato la stanza dell'albergo per due notti. Ho ordinato di circondare l'edificio con un esercito di uomini e tu e io saremo sul posto quando il cerchio si stringerà.” Il motivo della decisione di Lebel era di risparmiare la vita di qualche poliziotto di pattuglia. Soltanto più tardi si sarebbe reso conto di quale errore avesse commesso. Mentre Lebel faceva venire un elicottero dal campo di Satory, fuori Parigi, l'intero corpo di polizia di Gap stava disponendo posti di blocco su tutte le strade che portavano fuori della città e intorno all'albergo e scaglionava uomini nella boscaglia tutt'intorno alla cerchia. A Grenoble e a Lione agenti armati di fucili e di mitragliatrici salivano a bordo di due cellulari della polizia. Persino all'ombra degli alberi, la calura del primo pomeriggio era opprimente. A torso nudo, per evitare di macchiare gli abiti col sudore, lo Sciacallo lavorò per un paio d'ore sulla sua auto. Dopo aver lasciato Gap, si era diretto verso ovest. La maggior parte della strada era in discesa e si snodava tra le colline come un nastro gettato a casaccio. Aveva lanciato l'auto al massimo, abbordando le strette curve con un forte stridio di pneumatici. Poco dopo Luc-en-Diois, aveva pensato che fosse tempo di allontanarsi dalla strada. Erano numerose le trasversali che portavano ai villaggi sulle colline. Ne aveva scelta una a caso e, dopo un paio di chilometri, aveva imboccato un sentiero sulla strada che s'inoltrava tra i boschi. Verso la metà del pomeriggio, dopo aver terminato di dipingere l'auto, fece qualche passo indietro per vedere l'effetto. L'auto era ora di un rosso acceso e gran parte della vernice era già asciutta. Anche se non era certamente il lavoro di un professionista, sarebbe potuta passare inosservata, purché non fosse sottoposta a un esame accurato. La targa posteriore e quella anteriore erano state rovesciate e sul dorso di entrambe era stato dipinto in bianco un immaginario numero di targa francese, che terminava con le cifre 75, il numero di codice di Parigi I documenti di noleggio e di assicurazione dell'auto non coincidevano con la rossa Alfa francese, che un tempo era bianca e italiana, e se lo Sciacallo fosse stato fermato per un controllo sarebbe stato spacciato. Pensava tuttavia che, dopo la scoperta della sua falsa identità, la traccia da lui lasciata dopo l'ingresso in Francia sarebbe stata seguita da vicino, e con essa la ricerca dell'automobile. Mancavano ancora alcuni giorni alla data dell'attentato, e lo Sciacallo aveva bisogno di trovare un posto in cui stare al riparo finché non fosse stato pronto. Ciò significava arrivare al dipartimento di CorrÉze a quattrocento chilometri di distanza, e il mezzo più veloce per raggiungerlo era l'automobile. Era un rischio, ma decise di correrlo. Mentre faceva ritorno sulla strada, diede un'occhiata all'orologio. Erano le tre e quarantuno. In alto, un elicottero ronzava sulla sua testa in direzione est. Pochi minuti dopo, sulla statale 93, lo Sciacallo si avvicinava alla cittadina di Die, che in inglese significa "morire". Conosceva abbastanza bene il francese per non pronunciare la parola all'inglese, ma non gli sfugg¡ la coincidenza di quel nome. Non era superstizioso, tuttavia aguzzò gli occhi mentre attraversava il centro del paese. Nella piazza principale, accanto al monumento ai caduti, in mezzo alla strada, stava appostato un enorme poliziotto in motocicletta con tuta di pelle nera, che gli fece cenno di fermarsi e di accostare al lato destro della strada. Il fucile dello Sciacallo era ancora dentro i tubi d'acciaio avvitato al telaio della vettura. Per un attimo, lo Sciacallo esitò, incerto se colpire il poliziotto di striscio con la coda dell'Alfa e continuare la corsa o se invece fermarsi. Fu il poliziotto a prendere la decisione per lui. Ignorando completamente l'Alfa che cominciava a rallentare, l'uomo si voltò per tener d'occhio il traffico nella direzione opposta. Lo Sciacallo accostò l'auto al bordo della strada e rimase a osservare, in attesa. Dal fondo del paese sent¡ arrivare l'ululato delle sirene. Qualsiasi cosa accadesse, era troppo tardi, ormai, per porvi riparo. Nel paese entrò una colonna composta da quattro Citroen della polizia e da sei cellulari. Mentre il poliziotto addetto al traffico faceva il saluto militare, la colonna superava a gran velocità l'Alfa e proseguiva in discesa lungo la strada da cui lo Sciacallo era arrivato. Attraverso le grate dei finestrini dei cellulari, lo Sciacallo pot‚ vedere la fila di poliziotti con l'elmetto in testa e con il fucile mitragliatore tra le ginocchia. Il poliziotto abbassò il braccio irrigidito nel saluto, poi accennò con aria indolente allo Sciacallo di procedere. Erano le quattro e cinquanta del pomeriggio quando arrivarono all'Hotel du Cerf. Claude Lebel, che era atterrato a un chilometro e mezzo all'altro capo della cittadina ed era stato condotto all'albergo su un'auto della polizia, si diresse verso l'ingresso principale, accompagnato da Caron, che, sotto l'impermeabile, teneva appeso alla spalla un fucile mitragliatore MAT 49, carico e pronto a sparare. Tutti, nella cittadina, tranne il proprietario dell'albergo, sapevano ormai che c'era qualcosa di grosso nell'aria. Da oltre quattro ore, l'Hotel du Cerf era isolato e, stranamente, non era arrivato il venditore di trote con la sua razione quotidiana di pesce fresco. Il proprietario usc¡ dal suo ufficio e rispose alle domande di Caron, occhieggiando nervosamente lo strano rigonfiamento che il poliziotto aveva sotto il braccio. Lebel ascoltava, e le sue spalle si afflosciavano sempre più. Cinque minuti dopo, l'albergo brulicava di poliziotti in uniforme. Interrogarono il personale, ispezionarono la camera da letto, si misero alla caccia nei dintorni. Lebel passeggiava da solo nel viale, con lo sguardo rivolto alle colline circostanti. Caron lo raggiunse. “Lei pensa che sia davvero andato, capo?” Lebel annu¡. “A un certo punto, ha cambiato idea, questa mattina. Ed É sparito. L'interrogativo che si pone adesso É dove diavolo É andato e se sospetta che noi conosciamo la sua identità.” “ Ma come potrebbe? Dev'essere una coincidenza.” “ Speriamo, mio caro Lucien, speriamo.” “ Tutto quello che abbiamo in mano adesso É il numero di targa.” “ Già. Avrei dovuto dare l'allarme per fermare l'auto. Comunque, attaccati al radiotelefono di una delle autopattuglie e laneia l'allarme a tutte le stazioni. Priorità assoluta. Alfa Romeo italiana, bianea, numero di targa MI 61741. Abbordarla con cautela, si ritiene che l'occupante sia armato. Un'altra cosa: nessuno deve farne parola con la stampa. Aggiungi nel messaggio che l'uomo sospetto probabilmente non sa di essere sospettato, e che toglierò la pelle di dosso a chiunque si lasci sfuggire una parola. Fatto questo, torneremo a Parigi.” “ Lei É uno sciocco, Monsieur le Commissaire, uno sciocco. Lo teneva in pugno e se l'É lasciato scappare.” Saint-Clair si era alzato a metà dalla sua sedia per dare enfasi alle sue parole e lanciava occhiate di fuoco, lungo il lucido piano di mogano del tavolo, in direzione della testa di Lebel. Il commissario stava studiando i documenti contenuti nella sua cartelletta, imperturbabile, come se Saint-Clair non esistesse. Quando Saint-Clair ebbe finito di parlare e si lasciò ricadere sulla sedia, Claude Lebel alzò lo sguardo. “ Se vuole dare un'occhiata al foglio ciclostilato che le sta davanti, mio caro colonnello, potrà rendersi conto che non lo avevamo affatto in pugno” fece osservare con aria tranquilla. “ Il rapporto di Lione, secondo il quale un uomo era stato registrato col nome Duggan la sera precedente in un albergo di Gap, ci É arrivato soltanto alle dodici e quindici di oggi. Noi sappiamo ora che lo Sciacallo ha lasciato improvvisamente l'albergo alle undici e quindici. Qualsiasi provvedimento avessimo adottato, egli aveva sempre oltre un'ora di vantaggio su di noi. Vorrei inoltre ricordarle che, secondo gli ordini del Presidente, la faccenda dev'essere condotta in assoluto segreto. Non É stato quindi possibile lanciare un allarme a tutte le gendarmerie di campagna contro un uomo di nome Duggan. La registrazione di Duggan all'Hotel du Cerf É stata raccolta secondo la normale procedura e quindi inviata al quartier generale della regione, a Lione. Soltanto qui si sono resi conto che questo Duggan era ricercato. Il ritardo É stato inevitabile. Infine, Duggan era stato registrato all'albergo per due giorni. Non sappiamo che cosa sia stato a fargli cambiare idea alle undici di oggi e a indurlo a spostarsi altrove.” “ Probabilmente i suoi poliziotti che gironzolavano nei dintorni” lo interruppe Saint-Clair. “ Ho già messo in chiaro che non c'É stato nessun gironzolare prima delle dodici e quindici, e che l'uomo era già partito da settanta minuti” replicò Lebel. “ Siamo stati sfortunati, molto sfortunati” osservò il ministro. “ Resta tuttavia da chiarire per quale motivo non É stata lanciata immediatamente la ricerca dell'auto, commissario.” “ Alla luce degli avvenimenti, ammetto che É stato uno sbaglio, signor ministro. Avevo motivo di credere che l'uomo intendesse trascorrere la notte all'albergo. Se si fosse spostato in auto nelle vicinanze e fosse stato intercettato da un motociclista di pattuglia, l'uomo avrebbe quasi certamente sparato al poliziotto e questo preavviso l'avrebbe messo in fuga...” “ Esattamente quanto É accaduto...” rilevò Saint-Clair. “ Vero, però non abbiamo alcuna prova a sostegno dell'ipotesi che sia stato messo sull'avviso, come invece sarebbe accaduto se la sua auto fosse stata fermata da un poliziotto di pattuglia isolato. Può darsi benissimo che abbia semplicemente deciso di spostarsi da qualche altra parte. Non appena l'auto sarà stata rintracciata, ne sarete informati.” La riunione si sciolse come il solito intorno a mezzanotte. Cos¡ cominciava un nuovo giorno: venerd¡, sedici agosto. L'alfa romeo rossa sbucò sulla piazza della stazione di Ussel poco prima dell'una di notte. C'era soltanto un locale aperto, sul lato opposto della piazza, davanti all'ingresso della stazione, e alcuni viaggiatori in attesa del treno stavano sorseggiando il caffÉ. Lo Sciacallo si diresse alla cassa del bar. Aveva freddo, perché l'aria era gelida, mentre guidava a quasi cento chilometri orari attraverso le innumerevoli curve di quella strada di montagna. Ordinò un cappuccino abbondante. Mentre il caffÉ passava attraverso il filtro, l'uomo si guardò intorno in cerca della cabina telefonica. Non c'erano cabine, ma in fondo al banco c'era un telefono. “ Non ha la guida telefonica locale?” domandò. Il barista accennò con la mano a un mucchio di guide disposte su un ripiano dietro la cassa. “ Si accomodi” gli disse. Il numero della baronessa era elencato sotto la parola "ChalonniÉre, M. le Baron de La..." e l'indirizzo indicato era il castello de La Haute ChalonniÉre. Lo Sciacallo questo lo sapeva già, ma il villaggio non appariva sulla sua cartina geografica. Il numero telefonico, tuttavia, era elencato sotto il paese di ‚gletons, e questo nome appariva sulla cartina. Era a trenta chilometri da Ussel. Un'ora dopo, superò una pietra miliare con l'indicazione ‚GLETONS, 6 KM. e decise di abbandonare l'auto in uno dei boschi che fiancheggiavano la strada. Erano fitti di alberi, probabilmente proprietà di qualche nobile locale, dove un tempo si dava la caccia al cinghiale. Qualche centinaio di metri più avanti, trovò un vialetto che si inoltrava nella foresta, il cui ingresso era sbarrato da un cavalletto e da un cartello con la scritta RISERVA DI CACCIA. Spostò il cavalletto, portò l'auto tra gli alberi e rimise al suo posto il cavalletto. Da quel punto si inoltrò nella foresta per circa un chilometro. Infine fermò l'auto, spense le luci di posizione e prese le cesoie e una torcia elettrica da uno scomparto interno. Rimase per un'ora sotto l'auto e alla fine i tubi d'acciaio che contenevano il fucile furono tolti dal loro nascondiglio. Li ripose nella valigia che conteneva i vecchi abiti e il pastrano militare. Diede un'ultima occhiata sull'auto per accertarsi di non aver lasciato niente che potesse rappresentare una sua traccia, e infine la guidò direttamente nel mezzo di una macchia di rododendri. Trascorse l'ora successiva a tagliare rami dai cespugli vicini e a infilarli nel terreno davanti alla fossa scavata nella boscaglia dall'Alfa finché l'auto non fu completamente nascosta. Poi annodò un'estremità della cravatta al manico di una valigia. Infine si mise sulla spalla la cravatta, come una cinghia da facchino, con una valigia appesa sul petto e l'altra sulla schiena, con le mani prese gli altri due colli del bagaglio e si mise in marcia per far ritorno sulla strada. Dovette procedere lentamente. Ogni cento metri si fermava, deponeva le valigie e tornava sui suoi passi per cancellare con un ramo d'albero le impronte lasciate sul muschio e sugli sterpi dalle ruote dell'Alfa. Impiegò un'altra ora per raggiungere la strada e andò avanti per un chllometro circa. Il suo abito a scacchi era sporco e infangato la camicia di seta era incollata al dorso dal sudore e aveva l'impressione che i muscoli non avrebbero mai smesso di dolergli. Si mise a sedere in attesa, mentre il cielo, a oriente, cominciava a schiarirsi. I veicoli di campagna, rammentò, solitamente si mettono in cammino presto. Ebbe fortuna. L'autocarro di una fattoria, che rimorchiava un carico di fieno, arrivò alle cinque e cinquanta. “ La macchina a terra?” gridò il conducente, quando lo Sciacallo si fece vedere. “ No, ho avuto una licenza al campo per la fine-settimana, e cos¡ sto facendo l'autostop per tornare a Tulle. E sono arrivato fino a qui” spiegò con un sorriso al conducente. “ Roba da matti, camminare tutta la notte fin qui. Nessuno si avventura da questi paraggi dopo il buio. Salti sul rimorchio, la porterò fino a ‚gletons, l¡ potrà trovare qualcos'altro.” Mancava un quarto alle sette quando arrivarono lentamente nella cittadina. Dopo aver ringraziato il contadino, lo Sciacallo si allontanò rapidamente, voltando intorno al retro della stazione e si diresse verso un caffÉ. Lo Sciacallo aveva freddo e si sentiva indolenzito, con le cosce e le braccia che gli dolevano per le valigie che aveva portato, e poi aveva anche fame perché, dopo la colazione di ventiquattr'ore prima, non aveva più mangiato niente. Chiese al barista di tagliare nel mezzo due filoncini di pane e di imburrarli, e di preparargli quattro uova sode. “ C'É un tass¡ in città?” si informò. Il barista gli diede un numero di telefono e lo Sciacallo telefonò. L'auto sarebbe stata a sua disposizione entro mezz'ora, gli fu risposto. Il tass¡, un vecchio macinino Renault, arrivò alle sette e mezzo. “ Quanto É lontano il castello de La Haute ChalonniÉre?” domandò al conducente. “ Diciotto chilometri.” “ Bene, mi porti là” disse lo Sciacallo. Seduta a letto la baronessa de La ChalonniÉre sorseggiava il caffÉ, mentre leggeva ancora una volta la lettera. La collera che l'aveva presa alla prima lettura era scomparsa, per lasciar posto alla stanchezza e al disgusto. Che cosa avrebbe potuto fare, si domandava, della sua vita? Il pomeriggio precedente, era stata accolta, al suo ritorno, dalla vecchia Ernestine, la domestica che serviva al castello fin dai tempi del suocero della baronessa, e dal giardiniere Louis, un contadino del luogo che aveva sposato Ernestine. La coppia si occupava del castello, in cui ormai due terzi delle stanze erano chiuse. Era, riflett‚, la proprietaria di un castello disabitato. Colette guardò ancora una volta il ritaglio del giornale parigino di pettegolezzi mondani che un'amica aveva avuto la premura di inviarle per posta, guardò la faccia di Alfred, suo marito, col suo sorriso vacuo, che con un occhio guardava la macchina fotografica e con l'altro occhieggiava il seno prominente della stellina cinematografica, davanti a lui. Una ballerina di cabaret la quale, secondo il giornale, si augurava di poter sposare, un giorno, il barone, suo "ottimo amico". Mentre guardava le rughe sulla faccia e sul collo dell'invecchiato barone, Colette si domandava che cosa ne era stato del bel glovane di una volta, del capitano della Resistenza di cui si era innamorata nel 1942 e che aveva sposato un anno dopo, quando già aspettava il figlio. La baronessa gettò il ritaglio e la lettera che lo accompagnava sul pavimento. Saltò giù dal letto e si mise davanti allo specchio ad altezza naturale sulla parete di fronte, slacciandosi la cintura della vestaglia. Si mise in punta di piedi per irrigidire i muscoli delle cosce. Niente male, pensò. I fianchi erano larghi, ma la vita, per fortuna, era rimasta snella, grazie alle lunghe cavalcate e passeggiate tra le colline. Bene, Alfred, pensò, non É detto che anch'io non possa fare il tuo stesso gioco. Scosse la testa, sciogliendo i lunghi capelli neri; una ciocca le scese su una guancia, ricadendole su un seno. Ripensò all'uomo che era stato con lei appena ventiquattr'ore prima. Non era male. Adesso rimpiangeva di non essere rimasta a Gap. Forse avrebbero potuto trascorrere insieme le vacanze Si ud¡ lo sferragliare di una vecchia auto che entrava nel cortile. Pigramente la baronessa si riallacciò la vestaglia e si diresse alla finestra che si affacciava sulla facciata anteriore del castello. Dietro all'auto c'erano due uomini, che stavano estraendo qualcosa dal bagagliaio. Uno degli uomini girò intorno all'auto, sal¡ al posto di guida e innestò la marcia. L'auto cominciò ad avviarsi e la baronessa ebbe un moto dl sorpresa. Sulla ghiaia del cortile c'erano tre valigie, una borsa e un uomo. Riconobbe i biondi capelli rilucenti al sole e sorrise di piacere. “ Bel primitivo, mi hai seguita fin qui.” Si affrettò sul pianerottolo e le arrivò l'eco di voci nell'atrio sottostante. Ernestine stava domandando all'uomo che cosa voleva. “ Madame la Baronne, est-elle là?” Un attimo dopo Ernestine saliva le scale con tutta la rapidità che potevano consentirle le sue vecchie gambe. “ Un signore ha chiesto di lei, signora.” Quella sera, lo Sciacallo si fece il bagno, si riposò, consumò una cena a base di pat‚ campagnolo e lepre in salm¡, si coricò tra le lenzuola di bucato del castello. Con lo sguardo fisso alle decorazioni dorate del soffitto, programmò i giorni che lo dividevano dalla missione che lo aspettava a Parigi. Tra una settimana, pensò, avrebbe dovuto muoversi e la cosa poteva rivelarsi difficile. Avrebbe dovuto escogitare un valido pretesto per andarsene. La porta si apr¡ ed entrò la baronessa. I capelli le scendevano sulle spalle e aveva indosso una vestaglia chiusa alla gola da un fiocco. Lo Sciacallo si sollevò su un gomito mentre la baronessa chiudeva la porta e lo raggiungeva a letto. Poi l'uomo la prese tra le braccia e slacciò il fiocco; la vestaglia scivolò a terra. Per tre giorni, la pista seguita da Lebel non diede alcun risultato e, a ogni riunione serale, aumentava il numero delle voci secondo cui lo Sciacallo aveva lasciato la Francia. Alla riunione del diciannove, il commissario rimase isolato a sostenere la sua opinione: che il sicario, cioÉ, era ancora in attesa da qualche parte. “In attesa di che cosa?” strillava Saint-Clair. “L'unica cosa che può aspettare, se É ancora qui, É il momento opportuno per raggiungere in tutta fretta il confine. Appena esce allo scoperto, lo abbiamo in mano.” Ci furono mormorii di assenso, intorno al tavolo, ma Lebel scosse caparbiamente la testa. Era sfinito per le ore di sonno perdute, per la necessità di dover difendere se stesso e i suoi agenti dalle continue punzecchiature di quegli uomini. Aveva abbastanza esperienza per capire che, se aveva torto, poteva considerarsi finito. E se aveva ragione? E se lo Sciacallo fosse riuscito a filtrare in mezzo alle maglie della rete, avvicinandosi alla sua vittima designata? Sapeva che quegli uomini avrebbero cercato a tutti i costi un capro espiatorio. E il capro espiatorio sarebbe stato lui, Lebel. In un modo o nell'altro la sua lunga carriera di poliziotto era giunta alla fine. A meno che... a meno che non riuscisse a scovare l'uomo e a fermarlo. Negli otto giorni trascorsi da quando gli avevano messo in mano la patata bollente, Lebel a poco a poco era giunto a rispettare a denti stretti quell'imprevedibile e silenzioso individuo che se ne andava a spasso col suo fucile. “ In attesa di non so che cosa” rispose Lebel a Saint-Clair. “ Ma di qualcosa É in attesa, o di un giorno prestabilito. Non credo, signori, che non sentiremo più parlare dello Sciacallo.” “ Un giorno prestabilito?” replicò Saint-Clair in tono sarcastico. “ Davvero, commissario, mi sembra che lei legga troppi libri gialli. Se ne É andato, ecco tutto.” Si mise a sedere con un sorriso compiaciuto. “ Spero che lei abbia ragione” rispose Lebel pacatamente. “ Nel qual caso, devo comunicarle, Monsieur le Ministre, la mia decisione di ritirarmi dall'inchiesta.” Il ministro lo osservò indeciso. “ Lei pensa davvero che ci sia ancora un reale pericolo, commissario?” “ Penso che dovremmo continuare a fare indagini finché non ne saremo sicuri con la massima certezza.” “ Molto bene, allora. Signori, É mio desiderio che il commissario prosegua le sue indagini e noi i nostri incontri serali.” Il mattino del venti agosto, Marcel Callet, un guardacaccia, seguiva le tracce di un colombaccio ferito che era caduto in mezzo a una macchia di rododendri. Nel mezzo della macchia, trovò l'uccello che batteva le ali impazzito sul sedile di guida di un'auto sportiva abbandonata. Dapprima pensò che fosse stata lasciata da una coppietta addentratasi nel bosco per fare colazione sull'erba, ma poi notò che alcuni dei rami che nascondevano l'auto erano stati conficcati nella terra. Dagli escrementi lasciati dal colombaccio sui sedili dell'automobile dedusse che l'animale doveva essere rimasto l¡ dentro per qualche giorno. Raccolse il fucile e l'uccello, poi si diresse in bicicletta verso il suo villino, prendendo nota mentalmente di parlare di quell'auto col locale agente di polizia, quando sarebbe andato al villaggio più tardi, in mattinata. Era quasi mezzogiorno quando il poliziotto del villaggio fece girare la manovella del telefono di casa sua per fare rapporto a Ussel in merito all'auto trovata abbandonata tra i boschi. Era un'auto bianca? gli fu domandato. No, era rossa. Va bene, rispose la voce da Ussel nel pomeriggio manderemo a prenderla con un carro attrezzi. Soltanto alle quattro del pomeriggio l'auto fu rimorchiata in un deposito a Ussel, ed erano quasi le cinque quando uno dei poliziotti notò che la verniciatura dell'auto era stata fatta proprio male. Prese un cacciavite e grattò la vernice su una delle portiere. Sotto la vernice rossa apparve una striscia di bianco. Perplesso, il poliziotto esaminò le due targhe. Pochi minuti dopo, la targa anteriore era per terra nel cortile rivoltata, e mostrava, in bianco su nero, le cifre MI 61741 il poliziotto attraversò di corsa il cortile verso il suo ufficio. Claude Lebel apprese la notizia poco prima delle sei di quel pomeriggio dal commissario Valentin, del quartier generale regionale della polizia giudiziaria di Clermont-Ferrand, capoluogo dell'Auvergne. “ Bene, stia a sentire, si tratta di una cosa importante” disse Lebel. “ Voglio che lei mandi subito una squadra di poliziotti a Ussel. Iniziate le indagini dal luogo in cui É stata rinvenuta l'auto, interrogate tutti, nelle fattorie, nei negozi e nei locali pubblici del villaggio, negli alberghi, nelle capanne dei taglialegna. Stiamo cercando un uomo alto e biondo. Inglese di nascita, parla bene il francese. Ha con sé tre valigie e una borsa. É vestito bene, però, quel giorno, avrà avuto l'aria di chi ha passato la notte coi vestiti addosso. I suoi uomini devono domandare dove si trovava, dove É andato, che cosa ha cercato di comperare. Se riuscite a localizzare l'uomo, non avvicinatevi. Limitatevi a circondarlo. Sarò l¡ appena possibile. Un'ultima cosa: a tutti i costi la stampa dev'essere tenuta alla larga.” Posato il ricevitore, Lebel si rivolse a Caron. “ Telefona al ministro, chiedigli di anticipare la riunione serale alle otto. Poi fa' venire ancora l'elicottero.” I furgoni della polizia affluiti da Clermont-Ferrand stabilirono il loro quartier generale nella piazza del paesino più vicino al luogo in cui era stata ritrovata l'auto, proprio mentre il sole stava calando. Dal furgone dotato di impianto radio, Valentin impartiva ordini alle auto della polizia che convergevano verso la zona. Il commissario aveva deciso di iniziare le ricerche per un raggio di otto chilometri intorno al luogo in cui era stata rinvenuta l'auto e di condurre le operazioni nel corso della notte. Nelle ore del buio era più probabile trovare la gente a casa. C'era un elemento, tuttavia, che il commissario non avrebbe potuto spiegare a Parigi per telefono, ed era sgomento all'idea di doverlo spiegare a faccia a faccia a Lebel. Alcuni suoi uomini si erano già trovati di fronte a questo elemento prima di mezzanotte. Un gruppo di poliziotti era andato a interrogare un contadino nella sua fattoria, a tre chilometri circa dal luogo in cui era stata rinvenuta l'auto. L'uomo si era piantato sulla soglia di casa, in camicia da notte, rifiutandosi esplicitamente di lasciar entrare gli investigatori. La lampada a petrolio che teneva in mano lanciava guizzanti lampi di luce sugli uomini che gli stavano davanti. “ Andiamo, Gaston, tu la percorri abbastanza spesso, quella strada che porta a ‚gletons. Ci sei passato venerd¡ mattina?” Il contadino li scrutava attraverso gli occhi socchiusi. “ Può darsi.” “ Non hai visto un uomo per strada?” “ Io bado agli affari miei.” “ Non É questo che ti abbiamo domandato. Hai visto un uomo biondo, alto, corporatura atletica, che portava tre valigie e una borsa?” “ Visto niente.” Era andata avanti cos¡ per venti minuti. Alla fine gli uomini se n'erano andati, dopo che uno degli investigatori aveva preso meticolosamente nota sul suo libriccino d'appunti. Il contadino aveva continuato a tenerli d'occhio finché non si erano allontanati sobbalzando sulla loro auto. Poi, dopo aver sbattuto la porta, si era di nuovo arrampicato a letto, accanto a sua moglie. “ Era il tipo al quale hai dato un passaggio, vero?” gli aveva domandato lei. “ Che cosa vogliono da lui?” “ Non so” aveva risposto Gaston. “ Ma nessuno potrà dire che Gaston Grosjean ha mai dato un'altra persona in mano a quella gente l¡.” Si era raschiato la gola e aveva sputato con rabbia tra le braci del camino. Lebel fece il suo ingresso nella sala della riunione e depose i suoi fogli sul tavolo. “ Non appena questa riunione sarà conclusa, signori, andrò in elicottero a Ussel per sovrintendere personalmente alle ricerche.” Ci fu un lungo silenzio. “ Quali sono le sue deduzioni, commissario?” “ Sono due, Monsieur le Ministre. Sappiamo che l'uomo deve aver acquistato la vernice per camuffare la sua automobile, e a mio avviso le indagini dimostreranno che l'ha acquistata a Gap. Se le cose stanno cos¡, allora lo Sciacallo dev'essere stato informato che il suo nome falso, Duggan, ci era noto.” “ Lei intende seriamente insinuare” intervenne qualcuno, come se si trattasse di una possibilità fantascientifica, “che da questa stanza c'É una fuga di notizie?” “ Questo non posso dirlo, signore. Ci sono gli addetti al centralino alle telescriventi, funzionari di basso e medio livello ai quali devono essere impartiti determinati ordini. Uno di questi potrebbe essere un agente dell'OAS. Una cosa, però, sembra emergere ancora più chiaramente. L'uomo É stato informato che tutto il suo piano per assassinare il Presidente di Francia É stato scoperto, e ha deciso di andare avanti ugualmente. Ed É stato informato anche che il suo falso nome É stato scoperto.” “ E qual É la seconda deduzione che possiamo fare, commissario?” domandò ancora il ministro. “ La seconda deduzione É che, quando ha saputo di essere stato scoperto come Duggan, l'uomo non ha cercato di squagliarsela dalla Francia. In altre parole, É ancora deciso ad assassinare il capo dello Stato. Adesso sta sfidando tutti quanti noi.” Il ministro si alzò e raccolse le sue carte. “ Non la tratteniamo oltre, commissario. Trovatelo. Eliminatelo, se siete costretti a farlo. Questi sono i miei ordini, in nome del Presidente.” Detto ciò il ministro usc¡ con passo pesante dalla stanza. Un'ora più tardi, l'elicottero con Lebel a bordo si dirigeva verso sud, nel cielo purpureo, quasi buio. “ Brutto porco, impertinente. Come osa? Insinuare che noi, le più alte autorità di Francia, possiamo essere in torto. Ah, certo, ne farò menzione nel mio prossimo rapporto.” Jacqueline si sfilò le sottili spalline della sottoveste e lasciò scivolare l'indumento trasparente che ricadde spiegazzato intorno alle sue anche. “ Dimmi, dimmi tutto” cinguettò la ragazza. La mattina del ventun agosto era limpida e chiara, come le precedenti quattordici di quell'estate particolarmente calda. Dalle finestre del castello de La Haute ChalonniÉre, che guardavano sulle colline ondulate, verdeggianti, tutto appariva calmo e sereno, e nulla faceva presagire le frenetiche indagini che la polizia in quel momento stava estendendo alla cittadina di ‚gletons, a diciotto chilometri di distanza. Lo Sciacallo era nello studio del barone e faceva la sua consueta telefonata mattutina a Parigi. Aveva lasciato la baronessa addormentata al piano superiore. Quando entrò in comunicazione, esord¡ con le solite parole “ Ici Chacal.” “ Ici Valmy” rispose la voce rauca all'altro capo del telefono. “ Le cose hanno ricominciato a muoversi. Hanno trovato l'auto...” Lo Sciacallo rimase in ascolto ancora per due minuti, interrompendo l'interlocutore soltanto per fare domande concise. Dopo un ultimo “ Merci” riattaccò e si frugò nelle tasche alla ricerca di una sigaretta. Avrebbe voluto fermarsi al castello per altri due giorni, ma adesso doveva squagliarsela. Mentre estraeva la sigaretta, un altro particolare di quella telefonata ronzava in un angolo della sua mente. Lo mise a fuoco quando stava ormai finendo la sigaretta. Si era udito un sommesso scatto al telefono, dopo che lui aveva deposto il ricevitore. C'era un telefono collegato, in camera da letto, ma Colette era sicuramente addormentata, quando lui l'aveva lasciata. Sicuramente... L'uomo si chinò e strappò di netto il filo del telefono nel punto in cui si univa allo zoccolo del muro. Poi si voltò e sal¡ rapidamente le scale a piedi nudi, senza far rumore, e irruppe in camera da letto. Il guardaroba era aperto e le tre valigie erano deposte sul pavimento, tutte e tre aperte. Accanto a esse c'era il mazzo con le chiavi che aprivano le valigie. La baronessa, inginocchiata in mezzo a quella confusione di oggetti, alzò lo sguardo, con gli occhi sgranati. I sottili tubi d'acciaio erano tutt'intorno alla donna, che teneva in mano qualcosa. Era il mirino telescopico del fucile. Per parecchi secondi, nessuno dei due parlò. Fu lo Sciacallo a riprendersi per primo. “ Tu mi hai ascoltato...” “ Io... mi domandavo a chi telefonavi tutte le mattine... Mi sveglio sempre, quando tu ti alzi dal letto. Questa... questa cosa É un fucile...” Era un po' una domanda, un po' un'affermazione, ma esprimeva anche la speranza che lui le avrebbe spiegato, rassicurandola che si trattava di una cosa del tutto innocua. Lo Sciacallo abbassò lo sguardo sulla donna e, per la prima volta, lei notò che le macchie grigie dei suoi occhi si erano dilatate e ne annebbiavano tutta l'espressione. Colette si alzò lentamente in piedi, lasciando cadere il mirino telescopico che, con un suono metallico, fin¡ tra gli altri pezzi del fucile. “ Tu vuoi uccidere de Gaulle” mormorò la donna. “ Sei uno di quelli, dell'OAS.” Il silenzio dello Sciacallo fu una risposta significativa. Colette corse verso la porta. Lui l'afferrò facilmente e la fece indietreggiare per tutta la stanza, fino al letto. Quando lei apr¡ la bocca per gridare, il taglio secco della mano di lui le si abbatt‚ sulla nuca. Lo Sciacallo andò poi ad ascoltare alla porta, ma nessun rumore gli arrivò dal piano inferiore. Ernestine era in cucina a preparare la colazione e il caffÉ del mattino, Louis tra poco doveva essere in strada per andare a fare compere al mercato. Per fortuna, erano tutti e due piuttosto sordi. Ripose di nuovo le varie parti del fucile nella valigia insieme con gli abiti di André Martin. Poi, dopo essersi lavato e rasato, prese le forbici e impiegò dieci minuti per tagliarsi accuratamente di cinque centimetri i lunghi capelli biondi, che pettinò all'indietro. Poi, con la spazzola, vi passò sopra quel tanto di tintura che bastava per dargli il colore grigio ferro di un uomo di mezza età. A causa della tintura, i capelli si inumidirono e ciò gli consent¡ alla fine di spazzolarli secondo la foggia che appariva nel passaporto del pastore Jensen. Infine si applicò le lenti a contatto color azzurro. Dopo aver pulito il lavabo di ogni residuo di tintura per capelli, fece ritorno in camera da letto. Indossò la maglia, i pantaloni e le calze che aveva acquistato a Copenaghen, applicò la pettorina nera alla camicia e sopra di essa sistemò il collare inamidato. Alla fine indossò la giacca scura e le comuni scarpe da passeggio. Infilò gli occhiali cerchiati d'oro nel taschino della giacca, rimise gli articoli da toletta nella borsa insieme con il libro danese sulle cattedrali di Francia. Nella tasca interna della giacca ripose il passaporto danese e un fascio di banconote. Erano quasi le otto, quando fin¡ e andò alla finestra per vedere Louis allontanarsi in bicicletta, con il paniere della spesa sul portapacchi. Un attimo dopo udiva Ernestine che bussava alla porta. “ Le café, Madame” gridò la vecchia dietro la porta chiusa. Lo Sciacallo le gridò di rimando, in francese, con la voce impastata di sonno: “ Lasci l¡. Lo prenderemo noi quando saremo pronti”. Dall'altra parte della porta, la bocca di Ernestine prese la forma di un cerchio perfetto. Scandaloso. Ma dove mai andremo a finire... e poi nella camera da letto del signor barone! Si precipitò giù dalle scale, e non ud¡ il tonfo sordo delle tre valigie e della borsa che, calate dalla finestra della camera con un lenzuolo annodato, andarono ad atterrare su un'aiuola di fiori. E non ud¡ nemmeno che la porta della camera da letto veniva chiusa a chiave dall'interno, né vide che il corpo inerte della sua padrona veniva sistemato sul letto, nella naturale posizione di chi dorme, con le lenzuola tirate fino al mento. Non ud¡ il colpo secco della finestra della camera da letto che si chiudeva dietro all'uomo dai capelli grigi, prima che questi si calasse giù nel prato. Ernestine ud¡ soltanto il rombo della Renault della baronessa che veniva avviata e, scrutando attraverso la finestra del retrocucina, la vecchia riusc¡ a vedere per un attimo l'auto che si allontanava lungo il viale. “ E adesso, che cosa sta combinando, quella donna?” borbottò tra sé, mentre arrancava su per le scale. Davanti alla porta della camera da letto c'era ancora il vassoio della colazione, intatto. Dopo aver bussato parecchie volte, provò ad aprire la porta, ma questa resistette. Ernestine decise allora di consultarsi con Louis, che doveva essere al mercato. Qualcuno, al caffÉ del paese, sarebbe andato a chiamarlo. Scese al piano di sotto, dove c'era il telefono. La donna aveva poca familiarità con l'apparecchio, e quindi non fu particolarmente sorpresa per il fatto che il ricevitore, dopo dieci minuti che lo teneva in mano, non emettesse alcun suono. Claude Lebel prese l'elicottero per far ritorno a Parigi poco dopo aver consumato la colazione. Come disse più tardi a Caron, Valentin stava facendo un ottimo lavoro, nonostante il boicottaggio di quei dannati contadini. Verso l'ora della colazione, avevano trovato tracce dello Sciacallo in un caffÉ di ‚gletons, dove l'uomo aveva mangiato qualcosa e aveva cercato un tassista, che era stato chiamato. Nel frattempo, il commissario aveva fatto stabilire posti di blocco sulle strade per un raggio di venti chilometri intorno a ‚gletons, e per mezzogiorno dovevano essere già pronti. Dal castello de La Haute ChalonniÉre, la piccola Renault attraversò le montagne diretta a sud, verso Tulle. Lo Sciacallo calcolava che, se la polizia avesse iniziato le indagini fin dalla sera precedente, allargando sempre più il suo raggio dal luogo in cui era stata trovata l'Alfa, avrebbe dovuto raggiungere ‚gletons verso l'alba. Poiché sicuramente sia il barista del caffÉ sia il tassista avrebbero parlato, i poliziotti sarebbero arrivati al castello nel pomeriggio. Anche se la polizia era sulle tracce di un inglese alto e biondo, non avrebbe tardato a scoprire la sua nuova identità. Lo Sciacallo spinse più che poteva l'utilitaria sulle stradine di montagna, sbucando finalmente sulla statale 89, diciotto chilometri a sud-ovest di ‚gletons. Controllò l'orologio: mancavano venti minuti alle dieci. Mentre la Renault scompariva dietro una curva a gomito, alcune auto della polizia scesero da ‚gletons a sirena spiegata. Le auto si fermarono e sei poliziotti cominciarono a erigere un blocco stradale. “ Che cosa significa, che É uscito?” domandò Valentin con un ruggito alla moglie singhiozzante del tassista di ‚gletons. “ Dove É andato?” “ Non lo so, signore. Tutte le mattine va sul piazzale della stazione, in attesa del primo treno da Ussel. Se non ci sono clienti ritorna qui al garage. Se non ritorna vuol dire che ha trovato qualche cliente da portare.” “ Ha portato qualcuno da qualche parte, venerd¡ mattina?” domandò il commissario, con tono più paziente. “ S¡, signore. Quando É tornato dalla stazione, ha ricevuto una telefonata dal caffÉ; c'era qualcuno che cercava un tass¡. Il tass¡ aveva una gomma a terra e mio marito era preoccupato che il cliente se ne andasse per rivolgersi a un altro tassista. Ha imprecato per tutti i venti minuti che ha impiegato per sostituire la ruota. Poi É uscito. Non mi ha detto dove l'ha portato.” Valentin le assestò un colpetto sulla spalla. “ Va bene, Madame. Aspetteremo finché non fa ritorno.” Poi si rivolse a uno dei sergenti. “ Manda un uomo alla stazione, un altro al caffÉ. Tu lo sai, il numero del tass¡. Voglio vederlo subito, non appena lo ritrovate... svelto!” In un burrone, a una decina di chilometri da Tulle, lo Sciacallo gettò dal parapetto di un ponte la valigia contenente il passaporto e gli abiti di Alexander Duggan, tenendosi soltanto un golf col collo alto. La valigia rotolò nella fitta boscaglia fin in fondo alla gola. Dopo aver trovato la stazione di Tulle, parcheggiò l'auto a tre strade di distanza, e portò le due valigie e la borsa alla biglietteria della stazione, dove acquistò un biglietto di sola andata per Parigi, seconda classe. Aveva quasi un'ora di attesa per il treno successivo Si diresse verso il controllore, che gli forò il biglietto, poi prosegu¡. La strada gli fu sbarrata da un uomo con l'uniforme azzurra dei Corps RÉpublicains de SÉcurit‚. “ Vos papiers, s'il vous plait.” Lo Sciacallo esib¡ il suo passaporto danese. L'uomo lo sfogliò, senza capire una parola. “ Vous etes danois?” “ Pardon?” “ Vous... danois.” L'uomo batt‚ le dita sulla copertina del passaporto. Lo Sciacallo si illuminò di un sorriso e annu¡ tutto contento. “ Danske... ja, ja.” L'uomo dei CRS gli restitu¡ il passaporto e voltò di scatto la testa verso il binario. Era quasi l'una, quando Louis fece ritorno a casa, con un paio di bicchieri in corpo. Sua moglie, agitatissima, gli raccontò tutte le peripezie che le erano capitate. Louis decise di affrontare di petto la questione. “ Salirò fino alla finestra a dare un'occhiata” annunciò. Una scala fu appoggiata al muro di mattoni sotto la finestra della camera da letto della baronessa, e Louis, un po' traballante, vi sal¡ per poi discenderne cinque minuti più tardi. “ Madame la Baronne É a letto” dichiarò. “ Ma io ho sentito la macchina che se ne andava” obiettò Ernestine. “ E poi non dorme mai fino a cos¡ tardi.” “ Be', oggi invece s¡” replicò Louis. “ Non dobbiamo disturbarla.” Charles Bobet stava sul ciglio della strada, accanto al suo tass¡ fuori uso, guardava l'orologio e imprecava. L'una e mezzo, e lui era l¡, immobilizzato su una strada deserta, con un semiasse rotto. S¡, avrebbe potuto lasciare l'auto e cercare di raggiungere a piedi il villaggio più vicino, prendere una corriera per ‚gletons e tornare in serata con un carro-attrezzi. Una cosa simile, da sola, gli sarebbe costata i guadagni di una settimana. Meglio aspettare l'arrivo di qualche trattore, che avrebbe potuto trainarlo fino a ‚gletons. Sal¡ sulla parte posteriore dell'automobile e si mise in attesa. Faceva un caldo d'inferno, sulla strada, e i trattori non si sarebbero mossi finché non fosse stato più fresco. L'uomo si mise a suo agio e cadde in un sonno profondo. Fu soltanto alle quattro del pomeriggio che Ernestine prese la decisione. “ Devi salire ancora su e svegliare Madame” intimò a Louis. “ Non É normale, dormire tutta la giornata.” Secondo il vecchio Louis, non poteva esserci niente di più normale, tuttavia sapeva che mettersi a discutere con Ernestine non serviva a niente. Sal¡ di nuovo la scala, spinse la finestra ed entrò nella stanza. Qualche minuto dopo, la testa del vecchio spuntava fuori della finestra. “ Ernestine” gridò con voce rauca, “ Madame sembra morta!” Ernestine gli gridò di aprire dall'interno la porta della camera da letto, poi i due vecchi, insieme, restarono a scrutare quegli occhi sbarrati che spuntavano sopra l'orlo della coperta. Ernestine fu la prima a riprendersi. “ Louis, svelto, corri al villaggio e chiama il dottor Mathieu.” Qualche minuto dopo, Louis pedalava lungo il vialetto con tutta l'energia che gli consentivano le sue gambe tremanti. Erano passate le quattro e mezzo quando l'auto del dottor Mathieu entrò sferragliando nel cortile del castello e, dopo essere stato quindici minuti chino sul letto, il vecchio medico si rimetteva eretto. “ Madame É morta. Le hanno rotto il collo” dichiarò con voce tremante. “ Dobbiamo chiamare l'agente di polizia locale.” Il gendarme Caillou era un uomo metodico. Inumidendo continuamente la matita con la lingua, raccolse le deposizioni di Ernestine, di Louis e del dottor Mathieu, tutti seduti intorno al tavolo di cucina. “ Non c'É dubbio” sentenziò, quando il dottore ebbe firmato la sua deposizione, “ che si tratta di un delitto. Il principale indiziato É naturalmente l'inglese biondo che É stato ospite qui e che É scomparso con l'auto di Madame questa mattina. Riferirò al quartier generale a ‚gletons.” Poi, sulla sua bicicletta, discese di nuovo la collina. Alle sei e mezzo di sera, Claude Lebel telefonò da Parigi al commissario Valentin. “ Alors, Valentin?” “ Ancora niente” rispose Valentin. “ Quello stramaledetto tassista che l'ha portato fuori ‚gletons venerd¡ mattina non si É ancora fatto vedere... Aspetti un attimo, É appena arrivata un'altra comunicazione.” All'altro capo del filo, il telefono tacque, e Lebel sent¡ Valentin discutere con qualcuno dalla voce concitata. Poi al telefono tornò la voce di Valentin. “ Porco mondo, c'É stato un omicidio!” “ Dove?” domandò Lebel, con immediato interesse “ In un castello qui vicino. É appena arrivato il rapporto dall'agente di polizla locale.” “Chi É la vittima?” “ Un momento... la baronessa de La ChalonniÉre.” Caron vide Lebel impallidire. “ Valentin, mi stia a sentire. É lui. Si É già allontanato dal castello?” “ S¡” rispose Valentin, “ É partito questa mattina, con la Renault della baronessa. É stato il giardiniere a scoprire il corpo, ma solo questo pomeriggio.” “ Dirami un allarme nazionale per bloccare l'auto” ordinò Lebel. “ Non c'É più bisogno di tenere la cosa segreta, ormai. Si tratta di un uomo ricercato per omicidio, adesso.” Lebel riappese il telefono. “ Buon Dio, sto proprio invecchiando: ho perso i miei riflessi. Il nome della baronessa de La ChalonniÉre era nell'elenco degli ospiti dell'Hotel du Cerf, nel giorno in cui vi ha pernottato lo Sciacallo.” L'auto fu ritrovata in una stradina laterale di Tulle alle sette e trenta di sera da un poliziotto di ronda. Erano le sette e quarantacinque quando l'agente fece ritorno alla stazione di polizia di Tulle, e alle sette e cinquantacinque Tulle era già in contatto con Valentin. Il commissario dell'Auvergne telefonò a Lebel alle otto e cinque. “ Abbiamo trovato l'automobile a circa cinquecento metri dalla stazione ferroviaria” comunicò a Lebel. “ A che ora partiva il treno di questa mattina da Tulle a Parigi, e a che ora É previsto l'arrivo alla Gare d'Austerlitz? Svelto, per amor di Dio!” Dall'altro capo del telefono, a ‚gletons, si udiva una sommessa conversazione. “ Ce ne sono soltanto due al giorno” rispose Valentin. “ Il treno del mattino arriva a Parigi alle... ecco qui, alle otto e dieci di questa sera...” Senza nemmeno riappendere il ricevitore, Lebel si lanciò fuori della stanza, gridando a Caron di seguirlo. Il treno entrò sbuffando maestosamente alla Gare d'Austerlitz in perfetto orario. Si era appena fermato quando gli sportelli dei suoi lucenti vagoni furono spalancati e i passeggeri cominciarono a scendere sulle banchine. Uno di essi era una persona alta, con i capelli grigi e il collare bianco. Fu uno dei primi ad arrivare alla fila dei tass¡ in attesa e caricò le sue valigie sul bagagliaio di una Mercedes con motore diesel. Il conducente fece scattare il tassametro e si allontanò dall'ingresso, scivolando lungo il pendio che conduceva in strada. Nello spiazzo prospiciente la stazione c'era un percorso semicircolare per le auto, con un cancello per l'ingresso e uno per l'uscita. Il tass¡ percorse il lato in discesa che portava all'uscita. Sia il conducente, sia il passeggero avvertirono l'ululato lamentoso delle sirene. Mentre il tass¡ imboccava la strada, tre auto e due cellulari della polizia sbucavano davanti all'ingresso e l¡ si fermarono. “ Ehi, sono di fretta, questa sera” osservò il conducente del tass¡. “ Dove la porto, signore?” Il pastore gli diede l'indirizzo di un piccolo albergo sul Quai des Grands-Augustins. Tornato al suo ufficio alle nove, Claude Lebel trovò un messaggio: lo si pregava di telefonare al commissario Valentin. Cinque minuti dopo era in comunicazione. Mentre Valentin parlava, Lebel prendeva appunti. “ Avete rilevato le impronte digitali sull'auto?” domandò Lebel. “ Certamente, e anche quelle nella camera del caste]lo. Centinaia di impronte, e tutte coincidono.” “ Me le faccia avere qui il più presto possibile.” “ D'accordo, lo farò.” “ Grazie per i suoi sforzi, Valentin. Può richiamare i suoi ragazzi: É nel nostro territorio, adesso.” “ É sicuro che sia il pastore danese?” domandò Valentin “ É lui di sicuro” rispose Lebel. “ Ha abbandonato una delle valigie, ma gli altri tre colli del bagaglio sono troppo simili.” Poi riappese. “ Un pastore, questa volta” disse il commissario a Caron in tono amaro, “ un pastore danese. Il nome É sconosciuto, l'uomo dei CRS non ricorda il nome scritto sul passaporto. Fa' preparare la mia auto, É l'ora della nostra festicciola serale.” L'atmosfera della riunione al ministero era tesa, elettrica. Per quaranta minuti le persone riunite ascoltarono, passo per passo, il resoconto della pista che si era dipanata dalla radura nella foresta. “ Il succo di tutto ciò” commentò gelidamente Saint-Clair, quando Lebel ebbe concluso la sua relazione, “ É che l'assassino si trova ora a Parigi, con un nuovo nome e una nuova faccia. A quanto pare, lei ha ancora fallito.” “ Rimandiamo a dopo le recriminazioni” s'intromise il ministro. “ Quanti danesi ci sono questa sera, a Parigi?” “ Probabilmente parecchie centinaia, Monsieur le Ministre.” “ Possiamo controllare?” “ Soltanto in mattinata, quando arrivano in prefettura le registrazioni degli alberghi” rispose Lebel. “ Farò in modo che tutti gli alberghi siano ispezionati a mezzanotte, alle due e alle quattro di notte” propose il prefetto di polizia. La sala si accese di ottimismo. “ A questo punto, signori, resta una cosa soltanto da fare” osservò il ministro. “ Chiederò un altro colloquio col Presidente e lo pregherò di cancellare tutti i suoi impegni pubblici finché quest'uomo non sarà rintracciato e neutralizzato. Domani mattina. si procederà immediatamente a controllare a uno a uno tutti i danesi che questa notte saranno registrati negli alberghi parigini.” “ La cosa che mi sta sul gozzo” disse più tardi Lebel a Caron, nel loro ufficio, “ É che loro continuano a credere che sia soltanto questione di fortuna da parte di quel fantomatico individuo e di incapacità da parte nostra. Be', ha avuto fortuna, quel maledetto, ma possiede anche una abilità diabolica. Per quel che ci riguarda, siamo stati sfortunati, ma abbiamo anche commesso degli errori. Però c'É un'altra cosa. Due volte l'abbiamo mancato per una questione di ore. E tutte e due le volte É accaduto il mattino successivo alla riunione al ministero, quando io ho annunciato che l'avevamo in pugno. Lucien, caro mio, penso proprio che mi servirò dei miei illimitati poteri per organizzare qualche controllo telefonico.” Lebel era appoggiato al davanzale della finestra e guardava la Senna che scorreva dolcemente verso il Quartiere Latino, sfavillante di luci, da cui, sopra le acque illuminate, giungeva l'eco di risate. A trecento metri di distanza, un altro uomo era appoggiato al davanzale della finestra, in quella sera d'estate. Fumava una lunga sigaretta inglese col filtro, e il suo volto giovanile contrastava con la chioma di capelli grigi. Mentre i due uomini, senza saperlo, guardavano l'uno in direzione dell'altro sopra le acque della Senna, gli scampanii delle chiese di Parigi segnavano l'inizio del ventidue agosto. Anatomia di un'esecuzione Claude Lebel trascorse una brutta nottata. Era l'una ed era appena riuscito a chiudere occhio, quando Caron lo svegliò. “ Capo, mi É venuta un'idea. Ha passaporto danese, vero?” Lebel riusc¡ faticosamente a svegliarsi. “ E allora?” “ Be', potrebbe essere stato contraffatto. Dal momento, però, che, per adattarsi alla sua nuova identità, ha dovuto tingersi i capelli, si potrebbe dedurne che l'abbia rubato.” “ Verosimile. E allora?” “ Allora, a parte i suoi viaggi a Parigi e a Bruxelles in luglio, l'uomo ha residenza a Londra. E ora, che cosa farebbe un danese se gli rubassero il passaporto? Andrebbe al suo consolato.” Lebel riusc¡ a districarsi dalle sue coperte aggrovigliate. “ Certe volte, mio caro Lucien, penso che andrai lontano. Chiamami il sovrintendente Thomas a casa sua, poi il console generale di Danimarca a Parigi e, subito dopo, quello a Bruxelles.” Lebel e Caron trascorsero un'ora al telefono per persuadere tutti e tre i colleghi a far ritorno ai rispettivi uffici. Alle quattro richiamò la prefettura di polizia per comunicare che oltre novecentottanta registrazioni d'albergo, compilate da danesi ospiti a Parigi, erano pervenute dopo la raccolta avvenuta a mezzanotte e alle due, e che il loro spoglio era già iniziato. Alle sei arrivò una telefonata dai tecnici del controspionaggio, ai quali Lebel aveva impartito istruzioni poco dopo la mezzanotte. C'era stata un'intercettazione. In automobile con Caron, Lebel arrivò al quartier generale del DST, il controspionaggio. In uno scantinato riservato alle comunicazioni, i due poterono ascoltare la registrazione di una telefonata. La registrazione cominciava con uno scatto, poi seguiva il ronzio di un numero telefonico che qualcuno componeva. C'era poi un lungo squillo, seguito da un altro scatto. Una voce femminile diceva: “ Ici Jacqueline”. Una voce maschile rispondeva: “Ici Valmy”. La donna diceva rapidamente: “ Lebel sa che É un pastore danese. Stanno controllando le registrazioni in albergo di tutti i danesi a Parigi, questa notte”. Silenzio, poi la voce maschile rispondeva: “ Merci”. Poi l'uomo appendeva e la donna faceva altrettanto. “ Conoscete il numero al quale la donna ha telefonato?” domandò Lebel al tecnico. “ S¡, É possibile ricavarlo dal tempo che impiega il disco combinatore per tornare a zero. Il numero era Molitor 5901.” “ Avete l'indirizzo?” L'uomo gli passò un foglio di carta e Lebel vi diede un'occhiata. “ Vieni, Lucien, andiamo a fare una visitina a Monsieur Valmy.” Alle sette bussarono alla porta. L'insegnante stava mettendo sul fornello qualcosa per la colazione. Corrucciato, abbandonò il suo fornello e attraversò il soggiorno per andare ad aprire la porta. Si trovò di fronte quattro uomini. I due in uniforme avevano l'aria di voler saltargli addosso, ma quello piccolo, dall'aria mite, fece loro segno di starsene tranquilli. “ Abbiamo intercettato la telefonata” disse pacatamente l'uomo più piccolo. L'insegnante rimase impassibile. “Posso vestirmi?” domandò. “ S¡, certamente, però faccia in fretta.” Impiegò solo qualche minuto. Il più giovane in borghese rimase sulla soglia, l'altro, Lebel, cominciò a girare per l'appartamento, ispezionando le pile di libri e documenti. I due poliziotti in uniforme e Caron accompagnarono l'insegnante giù per le scale, fino all'auto. Lebel rimase per completare la perquisizione. Erano le sette e dieci quando squillò il telefono. Lebel attese parecchi secondi prima di rispondere. Poi sollevò il ricevitore. La voce all'altro capo del filo era priva di inflessioni. “ Ici Chacal.” Lebel raccolse precipitosamente le idee. “ Ici Valmy” rispose. Ci fu silenzio. “ Che cosa c'É di nuovo?” domandò la voce. “ Niente. Hanno perso le tracce a CorrÉze.” C'era un velo di sudore sulla fronte di Lebel. Era di vitale importanza che l'uomo restasse dov'era per qualche altra ora. Si ud¡ uno scatto e il telefono restò muto. Lebel scese di corsa le scale per raggiungere l'auto. “ In ufficio” gridò al conducente. Nella cabina telefonica dell'atrio di un piccolo albergo sulla Senna, lo Sciacallo guardava perplesso attraverso il vetro. No, doveva essere per forza accaduto qualcosa. Dovevano aver rintracciato l'autista che l'aveva portato a La Haute ChalonniÉre. Dovevano aver rinvenuto il cadavere al castello, e la Renault a Tulle, dovevano aver interrogato il personale alla stazione. Dovevano... Usc¡ a gran passi dalla cabina telefonica e attraversò l'atrio. “ Mi prepari subito il conto, per favore” disse all'impiegato. “ Sarò giù tra cinque minuti.” La telefonata del sovrintendente Thomas arrivò mentre Lebel e Caron rientravano in ufficio alle sette e mezzo. “ Mi spiace di aver tardato tanto” si scusò l'investigatore inglese. “ Ci É voluta un'eternità per svegliare il personale del consolato danese. Lei aveva perfettamente ragione. Il quattordici luglio un pastore danese ha denunciato lo smarrimento del suo passaporto. Il suo nome É: pastore Per Jensen di Copenaghen. Descrizione: altezza un metro e ottantadue, occhi azzurri, capelli grigi.” “ É lui, grazie, sovrintendente.” Alcuni secondi dopo, Lebel era alla prefettura di polizia. I quattro cellulari arrivarono davanti all'albergo in Quai des Grands-Augustins alle otto e mezzo. “ Mi dispiace, Monsieur” disse il proprietario all'affannato investigatore. “Il pastore Jensen se n'É andato un'ora fa.” Lo sciacallo aveva preso un tass¡ lungo la strada per farsi portare alla Gare d'Austerlitz, dove era arrivato la sera precedente, nella convinzione che le ricerche si sarebbero rivolte in un'altra direzione. Lasciò la valigia con il fucile e gli abiti di André Martin al deposito bagagli. Con l'altra valigia e la borsa, e con il golf dal collo alto che gli copriva il collare bianco, prese una stanza in un alberguccio vicino alla stazione. L'addetto alla reception gli permise di compilare da solo il modulo di registrazione all'albergo, troppo pigro per confrontarlo con il passaporto, come imponevano i regolamenti. Di conseguenza, la registrazione all'albergo non fu intestata al nome di Per Jensen. Giunto nella sua stanza, lo Sciacallo si accinse a trasformare la sua faccia e i suoi capelli. Tolta la tintura grigia, i suoi capelli biondi presero il colore castano di Marty Schulberg. Gli occhiali cerchiati d'oro furono sostituiti con quelli dalla pesante montatura dell'americano. Gli abiti del pastore Jensen furono riposti alla rinfusa nella valigia, insieme col passaporto. Lo Sciacallo indossò poi i mocassini, le calze, i pantaloni sportivi, la maglietta di cotone con maniche corte e la giacca a vento dello studente americano. Verso mezzogiorno, col passaporto americano in una tasca interna della giacca e un fascio di banconote francesi nell'altra, lo Sciacallo era pronto per ricomparire in pubblico. La valigia fu riposta nel guardaroba e la chiave del guardaroba fin¡ in una fessura del pavimento. Si serv¡ delle scale di sicurezza per uscire. Qualche minuto dopo, depositava la borsa che conteneva il necessario per il trucco al deposito bagagli della Gare d'Austerlitz e infilava la ricevuta nella tasca posteriore, insieme con quella della prima valigia. Con un tass¡ fece ritorno alla Riva Sinistra e si dileguò tra la folla di studenti che abitano il formicaio del Quartiere Latino a Parigi. Lebel si mise di nuovo in contatto con Thomas alle dieci del mattino. La richiesta che avanzò questa volta provocò un sommesso gemito da parte di Thomas, tuttavia il sovrintendente rispose cortesemente che avrebbe fatto il possibile. Riappeso il ricevitore, Thomas convocò l'ispettore che si era occupato dell'indagine la settimana precedente. “ I francesi sono andati in bianco” osservò il sovrintendente. “ A quanto pare se lo sono lasciati scappare di nuovo. Adesso si trova nel cuore di Parigi, e loro sospettano che possa avere pronta un'altra identità falsa. Dobbiamo cominciare tutti e due a telefonare a tutti i consolati residenti a Londra per chiedere un elenco dei passaporti smarriti o rubati a visitatori stranieri a partire dal giorno sedici agosto. Tutti i passaporti di visitatori stranieri superiori al metro e settantadue sono sospetti.” La riunione quotidiana al ministero, a Parigi, era stata anticipata alle due del pomeriggio. La relazione di Lebel era stata pronunciata col solito tono dimesso e monotono, ma la reazione era stata gelida. “ Quel maledetto!” esclamò il ministro, a metà della relazione, “ ha una fortuna del diavolo!” “ No, Monsieur le Ministre, non si tratta di fortuna, nemmeno un po'. Ben tre volte l'abbiamo mancato per una questione di ore. Questa mattina lui É riuscito a filarsela perché io sono riuscito poco convincente nel mio ruolo di Valmy. Le due volte precedenti, però, l'uomo era stato informato il mattino presto, dopo che io avevo fatto la mia relazione in questa sede.” Un silenzio di gelo scese sulla stanza. “ Le ricordo, commissario, che lei ha già fatto precedentemente questa insinuazione” osservò seccamente il ministro. “ Spero che possa documentarla.” Lebel posò sul tavolo un piccolo registratore e premette il bottone dell'avviamento. Nel silenzio della sala, la conversazione registrata al telefono aveva un suono duro, metallico. Quando la registrazione fu terminata, il colonnello Raoul Saint-Clair de Villauban era terreo in volto. “ Di chi era quella voce?” domandò il ministro alla fine. Lebel rimase in silenzio. Saint-Clair si alzò lentamente e gli occhi di tutti si puntarono su di lui. “ Sono dolente di doverla informare... Monsieur le Ministre... che quella era la voce di... una mia amica. Risiede con me, attualmente... Scusatemi...” Lasciò la stanza per far ritorno all'Eliseo e scrivere la sua lettera di dimissioni. Gli altri rimasero a guardarsi fissamente le mani, in silenzio. “ Benissimo, commissario.” La voce del ministro era molto pacata. “ Può continuare.” Lebel prosegu¡ la sua relazione. “ Spero” concluse, “ di poter avere per questa sera un elenco di passaporti scomparsi - non dovrebbero essere più di uno o due - che coincidano con la descrizione che noi già abbiamo dello Sciacallo. Con un po' di fortuna, potrei avere le foto dei loro proprietari per domani a mezzogiorno.” “ Da parte mia” disse allora il ministro, “ posso riferirvi la conversazione che ho avuto col Presidente de Gaulle. Il Presidente si É categoricamente rifiutato di modificare minimamente il suo percorso per sfuggire a questo sicario. Tuttavia, possiamo considerare revocato il divieto di pubblicizzare la faccenda, almeno sotto questo aspetto. Non appena il commissario Lebel sarà assolutamente sicuro della nuova identità assunta dallo Sciacallo, potremo rilasciare il nome e la fotografia ai giornali, alla radio e alla televisione, come quelli dell'assassino della baronessa de La ChalonniÉre. Contemporaneamente, tutti i poliziotti e gli uomini dei CRS di Parigi pattuglieranno le strade, fermando tutte le persone possibili per controllare i documenti. “Per quanto riguarda l'Eliseo, avrò bisogno di un elenco particolareggiato di tutti i movimenti che il Presidente intende compiere.” Jean Ducret assent¡ col capo. “ La squadra investigativa...” prosegu¡ il ministro fissando il commissario Bouvier, “ mobiliterà tutti i suoi informatori nel mondo della malavita per fare indagini su quest'uomo.” Maurice Bouvier assent¡ con aria burbera. Ne aveva viste alcune di cacce all'uomo, ai suoi tempi, ma questa era davvero formidabile. Non appena Lebel avesse comunicato la nuova identità dello Sciacallo, quasi centomila uomini, dai servizi di sicurezza agli informatori della malavita, avrebbero perlustrato le strade, gli alberghi, i locali pubblici, i ristoranti, alla ricerca di una sola persona. “ Bene, É tutto, dunque” concluse il ministro. “ Commissario Lebel, tutto quello che vogliamo da lei, ora, É il nome, la descrizione, la fotografia. Da quel momento, darò allo Sciacallo sei ore di tempo.” “ In effetti, abbiamo tre giorni di tempo” osservò Lebel. Tutti i presenti lo osservarono sconcertati. “ Come fa a saperlo?” domandò il ministro. “ Devo farle le mie scuse. Sono stato molto sciocco a non rendermene conto prima. Ora però ne sono sicuro. Quando lo Sciacallo ha lasciato Gap, perché mai ha trascorso una settimana con le mani in mano?” “ E allora, perché?” domandò qualcuno. “ Perché aveva già scelto il giorno” rispose Lebel. “ Commissario Ducret, il Presidente ha qualche impegno fuori dell'Eliseo per oggi, per domani o per sabato?” Ducret scosse la testa. “ E domenica, venticinque agosto?” domandò ancora Lebel. Si ud¡ levare un sospiro di sollievo, intorno alla tavola, come il vento che soffia fra le spighe di grano. “ Ma certo!” ansimò il ministro. “Il giorno della Liberazione!” “ Precisamente” replicò Lebel. “ É uno psicologo, il nostro Sciacallo. Lui sa qual É il gran giorno di de Gaulle, l'unico giorno dell'anno che non trascorrerà da nessun'altra parte. É questo il giorno che il sicario ha aspettato.” “ In tal caso” osservò bruscamente il ministro, “ lo abbiamo in mano. Non c'É angolo di Parigi in cui possa nascondersi. Commissario Lebel, ci faccia sapere il nome di quell'uomo.” Claude Lebel si alzò e andò alla porta. “ Ah, c'É un'altra cosa” gridò il ministro alle spalle di Lebel. “ Come faceva, lei, a sapere di dover controllare il telefono del colonnello Saint-Clair?” Lebel si voltò sulla porta e si strinse nelle spalle. “ No, non lo sapevo” rispose. “ Cos¡ la sera scorsa ho fatto controllare tutti i vostri telefoni. Buona giornata, signori.” Quel pomeriggio, seduto davanti a una birra in Place de l'Odéon, lo Sciacallo si domandava dove sarebbe andato a trascorrere la notte. Non si faceva illusioni sulla possibilità che Lebel avesse già smascherato l'identità di Jensen e quella di Marty Schulberg non aveva più di ventiquattr'ore di tempo ancora. Fu allora che allo Sciacallo venne l'idea, suggeritagli da due uomini che vide passeggiare in strada. A cento metri di distanza, in quella strada, trovò un negozio di cosmetici, entrò e fece alcuni acquisti. Erano le otto di sera quando il sovrintendente Thomas telefonò da Londra e parlò con Caron. Oltre ai negri, agli asiatici e agli uomini troppo bassi, otto turisti stranieri di sesso maschile avevano perduto il passaporto durante il loro soggiorno a Londra a partire dalla metà di giugno. Li elencò accuratamente uno per uno, con nome, numero di passaporto, descrizione fisica. “ E ora cominciamo a scartare le persone più improbabili” sugger¡ Caron a Lebel, quando ebbe riappeso il ricevitore. “ Tre di loro hanno perduto il passaporto nel periodo in cui sappiamo che lo Sciacallo non era a Londra. Dei cinque che restano, uno É altissimo, un metro e novantasette, un altro É molto grasso, oltre cento chili.” “ Scartiamoli” fece Lebel. “ Chi resta?” “ Un altro É troppo vecchio, supera la settantina.” “ Scartiamo anche questo” ripet‚ Lebel. “ E gli altri due?” “ Uno É norvegese, l'altro americano” rispose Caron. “ Tutti e due andrebbero bene, ma ci sono due elementi che potrebbero escludere il norvegese. Per prima cosa É biondo, e non credo che lo Sciacallo ritornerebbe al suo colore naturale di capelli, le pare? Ma c'É dell'altro: il norvegese ha riferito al suo consolato che il passaporto gli É scivolato di tasca quando cadde in acqua mentre era in barca con una sua amica. D'altro canto, l'americano ha riferito invece alla polizia che la sua borsa, contenente il passaporto, gli É stata rubata all'aeroporto. Che cosa ne pensa?” “ Chiedi a Thomas di farmi avere tutti i particolari relativi all'americano” ordinò Lebel. “ E ringrazialo per tutto quello che ha fatto.” Ci fu una seconda riunione al ministero, quella sera alle dieci. Un'ora prima tutti i servizi dell'apparato per la sicurezza dello Stato avevano ricevuto copia ciclostilata della descrizione di Marty Schulberg, ricercato per omicidio. Prima del mattino era attesa una foto dall'ufficio passaporti di Washington, in tempo per essere pubblicata sui giornali del pomeriggio. Il ministro si alzò. “ Signori, nel corso della nostra prima riunione abbiamo tutti convenuto che l'identificazione di questo sicario era sostanzialmente un lavoro investigativo. Siamo stati fortunati ad avere i servizi del commissario Lebel. Nonostante tre cambi di identità da parte del sicario, e nonostante la continua fuga di notizie avvenuta da questa stanza, il commissario É riuscito a identificare il nostro uomo. Gli dobbiamo i nostri ringraziamenti.” Inchinò la testa in direzione di Lebel, il quale apparve imbarazzato. “ E ora, commissario Lebel, mi permetta di toglierle dalle spalle il peso di questa inchiesta. Non avremo bisogno della sua inestimabile collaborazione nelle ore che seguiranno. Il compito deve ora passare a tutti noi.” Lebel sbatt‚ le palpebre parecchie volte, poi si alzò dalla sedia. Chinò rigidamente il capo davanti a quegli uomini potenti che controllavano migliaia di subordinati e milioni di franchi. Loro gli risposero con un sorriso, poi il commissario si voltò e usc¡ dalla stanza. Per la prima volta da dieci giorni, il commissario Claude Lebel andò a dormire a casa sua. Mentre girava la chiave nella toppa e gli giungeva il primo stridulo rimprovero della moglie, gli orologi suonarono la mezzanotte e iniziò il ventitré agosto. Lo sciacallo entrò nel bar verso le undici di sera. Era tutto buio, e per parecchi secondi faticò a distinguere i contorni del locale. Un lungo banco occupava tutta la parete sinistra, con una fila di specchi illuminati dietro. Il barista lo guardò incuriosito. Ai tavoli più vicini all'ingresso la conversazione si interruppe, mentre i clienti del locale esaminavano il nuovo venuto e, a mano a mano che tutti gli altri si voltavano a studiare quella figura alta e atletica, il silenzio si propagava per la stanza. Lo Sciacallo scorse uno sgabello libero davanti al bar e vi si issò sopra. Alle sue spalle gli giungevano concitati e sommessi commenti. “ Oh, regarde-moi ca! Caro mio, che muscoli!” Il barista scivolò fino in fondo al banco per avere una vista migliore. Le sue labbra vermiglie si schiusero in un effeminato sorriso. “ Bonsoir... Monsieur.” “ Donnez-moi uno Scotch.” Il barista si allontanò estasiato, a passo di danza. Quel ragazzo nuovo avrebbe fatto sicuramente sensazione. L'uomo vicino allo Sciacallo si voltò verso di lui. I capelli, di un metallico colore dorato, erano meticolosamente disposti sulla fronte in una serie di punte attorcigliate, simili a quelle di un dio greco. La somiglianza, però, finiva l¡. Gli occhi erano truccati, le labbra di un delicato colore corallino le gote incipriate. Lo Sciacallo adocchiò due uomini in fondo al locale che lo stavano osservando. Erano a due tavoli separati, e di tanto in tanto si lanciavano occhiate velenose. Erano tutti e due di mezza età: uno era grasso, con occhi porcini e rotoli di grasso sulla nuca che gli straripavano sul collo della camicia. L'altro era magro, elegante, con un collo da avvoltoio e la testa pelata, sulla quale erano elaboratamente incollate le poche ciocche di capelli. Intorno alla gola gli pendeva un foulard di seta annodato con cura. Sarà una specie d'artista, pensò lo Sciacallo. Poco dopo la mezzanotte, lo Sciacallo tentò la sua mossa. Scivolò giù dallo sgabello, prese il suo bicchiere di whisky e, con aria indifferente, si avvicinò al tavolo del tipo con l'aria di artista. “ Mi permette di sedermi qui?” gli domandò. Il vecchio invertito per poco non sven¡ dal piacere. Qualche minuto dopo, l'uomo grasso, infiammato dalla gelosia, usciva dal locale. All'una, l'artista, che si chiamava Jules Bernard chiedeva allo Sciacallo dove abitava. Lo Sciacallo, con una certa riiuttanza, ammetteva di non avere un posto per dormire e di essere senza il becco d'un quattrino. Bernard quasi non poteva credere alla fortuna che gli era capitata. Sembrava che fosse stato il destino a farli incontrare, disse al suo giovane amico: lui viveva da solo e sarebbe stato felicissimo se Marty fosse stato suo ospite durante il soggiorno a Parigi. Lo Sciacallo, mostrando una sconfinata gratitudine, accettò l'invito. Poco prima di uscire dal locale, si infilò nel gabinetto, da dove usc¡, qualche minuto dopo, con gli occhi pesantemente truccati, le guance incipriate e il rossetto sulle labbra. Fuori, sul marciapiede, Bernard protestò: “ Ma tu non hai bisogno di tutta quella roba. Sei un bellissimo ragazzo”. “ Mi spiace, Jules. Mi laverò la faccia quando arriviamo a casa.” Bernard gli fece strada fino alla sua auto, poi accompagnò il suo nuovo amico alla Gare d'Austerlitz, per prelevare le due valigie lasciate al deposito bagagli. Sulla strada di casa, furono fermati da due uomini dei CRS, un sergente e un milite semplice, che fecero loro segno di arrestarsi a un incrocio. Il milite si avvicinò al sedile del passeggero e sgranò gli occhi nel vedere la faccia dello Sciacallo. Poi si tirò indietro disgustato. “Oh, mio Dio. E dove state andando voi due?” ringhiò. Lo Sciacallo prese un'espressione imbronciata. “ E tu dove pensi che andiamo, carino?” La faccia dell'uomo dei CRS si raggrinz¡ per il disgusto. “ Voi finocchi mi date il voltastomaco. Su, filate.” “ Avresti dovuto chiedergli i documenti” disse il sergente al milite mentre i fanalini posteriori dell'auto di Bernard scomparivano in fondo alla strada. “ Ma andiamo, sergente” protestò il milite, “ stiamo cercando un tipo che si É fatto una baronessa, mica uno di quelli.” Bernard e lo Sciacallo entrarono nell'appartamento alle due di notte. Lo Sciacallo volle a tutti i costi trascorrere la notte sul divano del salotto e Bernard riusc¡ a controllare la sua impazienza. Evidentemente sarebbe stata un'impresa delicata, ma anche emozionante, sedurre il giovane americano. Nella notte, lo Sciacallo andò a dare un'occhiata al frigorifero e giunse alla conclusione che, per tre giorni, c'era cibo sufficiente per una persona sola, non per due. Al mattino, Bernard voleva uscire per acquistare un po' di latte fresco, ma lo Sciacallo insistette perché restasse a casa, e poi volle a tutti i costi vedere il notiziario televisivo di mezzogiorno. La prima notizia riguardava la caccia all'assassino della baronessa de La ChalonniÉre. Bernard lanciò un gridolino d'orrore. “ Oooh, mi fa cos¡ orrore, la violenza!” dichiarò. Un attimo dopo, lo schermo era tutto occupato da un volto, il volto di un bravo ragazzo con occhiali pesantemente cerchiati: era quello dell'assassino, spiegò l'annunciatore, uno studente americano di nome Marty Schulberg. Chiunque avesse visto quell'uomo... Bernard, che era seduto sul divano, si voltò e alzò lo sguardo. L'ultima cosa che pensò fu che l'annunciatore doveva essersi sbagliato, quando aveva detto che gli occhi di Schulberg erano azzurri: perché gli occhi che lo stavano fissando in quel momento, mentre le dita d'acciaio si stringevano intorno alla sua gola, erano grigi... Qualche minuto dopo, la porta dell'armadio si chiudeva sugli occhi sgranati e i lineamenti distorti di Jules Bernard. Lo Sciacallo prese una rivista e si dispose all'attesa di due giorni. In quei due giorni, Parigi fu perlustrata come mai era accaduto in passato. Tutti gli alberghi furono ispezionati e furono controllati i clienti - tutte le pensioni, le camere ammobiliate, i dormitori, gli alloggi furono passati al setaccio. Le case e gli appartamenti di tutti i noti simpatizzanti dell'OAS furono messe sottosopra dalle irruzioni della polizia. Migliaia di persone nelle strade, nei tass¡, sugli autobus furono fermate e i loro documenti furono controllati. Su tutti i principali punti di accesso a Parigi furono eretti posti di blocco, i nottambuli venivano avvicinati parecchie volte nello spazio di due o tre chilometri. Fu alla sera del ventiquattro agosto che Claude Lebel, dopo aver trascorso il sabato pomeriggio accudendo al suo giardino, fu convocato telefonicamente per presentarsi al ministro. Il commissario trovò teso e affaticato il dinamico capo di tutto l'apparato francese per la sicurezza interna. Il ministro fece cenno a Lebel di accomodarsi su una sedia. “ Non riusciamo a scovarlo” gli annunciò senza preamboli. “ É scomparso. Lei che cosa ne pensa?” “ É qui, da qualche parte” rispose Lebel. “ Qual É il programma per la giornata di domani del generale de Gaulle?” Il ministro sembrava in preda a un'angoscia quasi fisica. “ Il Presidente non consente alcuna modifica all'itinerario prestabilito. Domani, quindi, riaccenderà la Fiamma Eterna sotto l'Arco di Trionfo alle dieci. Messa alta a Notre-Dame alle undici. Il raccoglimento privato al sacrario dei martiri della Resistenza avverrà a Mont-Valérien alle dodici e mezzo. Nel pomeriggio, saranno conferite medaglie a dieci veterani della Resistenza, i cui servigi sono stati tardivamente riconosciuti. Questo avverrà alle quattro, davanti alla Gare de Montparnasse.” “ Quali misure sono state adottate per il controllo della folla?” “ Saranno montate transenne di ferro parecchie ore prima di ciascuna cerimonia, poi tutta la zona all'interno della cerchia di transenne sarà perlustrata da cima a fondo, comprese le fogne. Nel corso di ciascuna cerimonia uomini armati saranno appostati su tutti i tetti. Nessuno potrà superare le transenne, tranne i funzionari e le persone che prendono parte alla cerimonia. “ Siamo arrivati a prendere misure veramente straordinarie. Tutti i sacerdoti che prenderanno parte alla messa in Notre-Dame saranno perquisiti alla ricerca di eventuali armi nascoste. La polizia e gli uomini dei CRS avranno speciali distintivi di riconoscimento che saranno rilasciati domani, nell'eventualità che l'uomo cerchi di farsi passare per uno dei servizi di sicurezza. Tutti i lasciapassare diplomatici e della stampa saranno cambiati all'alba. “ Oltre a tutto ciò, chiunque si avvicini al Presidente in un raggio di duecento metri sarà sottoposto a perquisizione, senza eccezioni. Ebbene, lei ha altre idee?” Lebel riflett‚ per un attimo, torcendosi le mani tra le ginocchia, come uno scolaretto che cerca di spiegare qualcosa al suo maestro. “ Io non credo” rispose alla fine, “ che l'uomo rischierà di farsi ammazzare. É un sicario prezzolato, vuole squagliarsela e godersi i suoi soldi. Se avesse avuto qualche dubbio sul suo piano, avrebbe fatto marcia indietro già da tempo.” Lebel si alzò e percorse a lunghi passi la stanza. “ Deve aver escogitato qualche idea che non É mai venuta in mente a nessuno. Una bomba potrebbe essere scoperta, e cos¡ un fucile. É per questo che É dovuto entrare in Francia in automobile.” “ Ma come potrebbe introdurre un fucile di là dalle transenne?” Lebel si fermò e guardò in faccia il ministro. Si strinse nelle spalle. “ Non lo so. Lui però pensa di riuscirci e finora non ha ancora fallito. Una cosa, però, É certa, signor ministro. Ovunque egli sia, domani deve essere scoperto. Posso quindi girare da una cerimonia all'altra per vedere se riesco a individuarlo? É l'unica cosa che ci resta da fare.” Il ministro appariva deluso. “ Naturalmente” rispose freddamente. “ La prego, si limiti a fare questo, Monsieur le Commissaire.” Più tardi, quella stessa sera, lo Sciacallo mise a punto gli ultimi preparativi nella camera da letto di Jules Bernard. Sul letto erano disposte le scarpe nere sfondate, le calze grigie di lana, i pantaloni e la camicia col collo aperto, il lungo pastrano militare con una striscia di decorazioni e il basco nero del veterano di guerra francese André Martin. Sopra tutto ciò, lo Sciacallo gettò i documenti falsi relativi alla nuova identità di chi avrebbe indossato quegli abiti. Accanto a essi dispose poi i cinque tubi d'acciaio che contenevano il fucile e il puntale di gomma nera in cui erano infilate le cinque pallottole esplosive. Estrasse dalla gomma due delle pallottole e, con cautela, fece leva col dito sulla cima di esse. Dall'interno estrasse poi il pezzetto di cordite che contenevano e lo mise da parte, mentre gettò nel portacenere i bossoli delle cartucce ora inservibili. Gli erano rimaste ancora tre pallottole, e quelle sarebbero bastate. Era da due giorni che non si radeva, e una peluria ispida e biondiccia gli copriva il mento: l'avrebbe tagliata male, con il rasoio a mano che aveva acquistato al suo arrivo a Parigi. Su un ripiano del bagno erano deposti i flaconi del dopo-barba che contenevano la tintura grigia per capelli e il liquido detergente. Si era già lavato dai capelli la tintura castana di Marty Schulberg e ora, seduto davanti allo specchio del bagno, si tagliò i suoi capelli biondi sempre più corti, finché le ciocche rimaste rimasero irte, sulla testa, in un irregolare taglio a spazzola. Poi lo Sciacallo si preparò una frittata e si mise davanti al televisore per assistere a uno spettacolo di varietà finché fu l'ora di andare a letto. Domenica, 25 agosto 1963, il caldo era insopportabile. Parigi era in festa per celebrare l'anniversario della Liberazione dai Tedeschi, avvenuta diciannove anni prima, e le cerimonie avevano una massiccia partecipazione di folla. La maggior parte delle persone convenute, tuttavia, riusc¡ a fatica a intravedere il capo dello Stato che avanzava maestoso in mezzo a compatte falangi di guardie del corpo e di poliziotti. Oltre a essere nascosto alla vista del pubblico da una coorte di ufficiali e funzionari di statura particolarmente alta, il generale de Gaulle era circondato da tutte e quattro le sue guardie del corpo. Le guardie del corpo erano chiamate "gorilla" dalla stampa, e molti pensavano che l'appellativo alludesse semplicemente al loro aspetto fisico. In effetti, tale appellativo trovava ulteriore conferma nel loro modo di camminare. Ognuno di loro era esperto di tutte le forme di lotta, aveva robusti muscoli sul petto e sulle spalle. Quando erano tesi, i muscoli dorsali tenevano lontane le braccia dai fianchi, che oscillavano quindi ben distanziate dal corpo. Oltre a ciò, ognuno di loro portava una rivoltella automatica sotto l'ascella sinistra, la qual cosa accentuava l'andatura tipica del gorilla. Camminavano con le mani quasi aperte, pronte a estrarre l'arma dalla fondina all'altezza della spalla, pronte a far fuoco al minimo accenno di imprevisti. Imprevisti, però, non ce ne furono. La cerimonia all'Arco di Trionfo si svolse esattamente secondo il programma, mentre tutt'intorno sul grande anfiteatro di tetti che circonda la Place de l'‚toile, centinaia di uomini, con binocoli e fucili, erano acquattati dietro i camini. Quando il corteo presidenziale imboccò finalmente gli Champs-‚lysées verso Notre-Dame, tutti quegli uomini tirarono un respiro di sollievo e cominciarono a scendere dai tetti. Le cose andarono altrettanto lisce alla cattedrale. Mentre il cardinale arcivescovo di Parigi officiava la messa, due uomini, appostati coi loro fucili sulla cantoria, stavano di guardia. Tra i devoti era massiccia la presenza di poliziotti in borghese, i quali non si inginocchiavano, né chiudevano gli occhi in raccoglimento, ma pregavano con lo stesso fervore degli altri. Le loro parole, però, erano quelle della vecchia preghiera del poliziotto. “ Ti prego, mio Signore, fa' che non succeda mentre sono in servizio io...” Non accadde nulla, e nemmeno a Mont-Valérien. Quel mattino lo Sciacallo si trovava altrove. Pierre Valremy era stufo marcio. Aveva caldo, la camicia gli si era incollata sul dorso, la cinghia della sua carabina automatica gli faceva attrito sulla spalla, attraverso la pelle zuppa di sudore, e poi aveva sete. Cominciava a rimpiangere di essersi arruolato tra i CRS. Nessuno gli aveva mai detto niente della vita nelle caserme, che sembravano prigioni, e nemmeno delle esercitazioni, né della ruvida saia del camiciotto, né delle ore trascorse agli angoli delle strade, col freddo pungente o col caldo feroce, in attesa di compiere il colpo grosso: Il Grande Arresto che, però, non avveniva mai. E adesso eccolo a Parigi: la prima volta in vita sua che si allontanava da Rouen. Pensava di poter vedere la Ville LumiÉre, ma era soltanto una speranza, la sua, col sergente Barbichet al comando della squadra. Sempre la stessa solfa. "Fa' la guardia a quella transenna, Valrémy. Su, sta' l¡ vicino, guardati intorno, non lasciar passare nessuno senza autorizzazione, capito? Il tuo É un compito di responsabilità, ragazzo mio." Di responsabilità, davvero! Valrémy si voltò a guardare Rue de Rennes. La transenna che stava sorvegliando faceva parte di una fila che attraversava la strada da un edificio all'altro, a circa duecentocinquanta metri da Place du 18-Juin. In lontananza, riusciva a scorgere alcuni uomini nel cortile della stazione che segnavano per terra i punti in cui dovevano collocarsi i veterani. Due ore ancora. Lungo la fila di transenne cominciavano a riunirsi i primi spettatori. Devono avere una bella pazienza, disse tra sé Valrémy. É pazzesco stare sotto questo caldo per ore in attesa di vedere una marea di teste a trecento metri di distanza, sapendo che l¡ in mezzo, da qualche parte, doveva esserci il Vecchio Charles. Guarda laggiù quel tipo che sta zoppicando attraverso la strada, con l'aria di non riuscire mai a farcela, con quel lungo pastrano che gli fruscia sotto il ginocchio e una fila di medaglie che gli pendono tintinnando sul petto. Questi vecchi strambi si portano sempre dietro le loro medaglie, pensò Valrémy, come se fossero l'unica cosa che hanno avuto in vita loro. Be', magari era proprio cos¡, per alcuni di loro. Specialmente quando capita di avere amputata una gamba. Pensa: dover trascorrere il resto dei tuoi giorni appoggiato a una stampella d'acciaio. Il vecchio gli si avvicinò zoppicando. “ Je peux passer?” “ Su, nonnino, diamo un'occhiata ai documenti.” Il veterano si frugò dentro la camicia, che magari avrebbe avuto bisogno di una lavata. Gli mostrò due documenti: André Martin, cittadino francese, età cinquantatré anni. L'altro era intestato alla stessa persona, e in cima a esso erano scritte le parole: Mutilé de Guerre. Valrémy studiò le foto sui due documenti. Poi alzò lo sguardo. “Si tolga il berretto.” Il vecchio ubbid¡ e Valrémy confrontò la faccia che aveva davanti a sé con quella delle fotografie. La stessa. L'uomo che aveva davanti aveva l'aria di star proprio male. Si era tagliato nel radersi e pezzetti di carta igienica tamponavano le ferite. La faccia, dal colorito grigiastro, era coperta da un velo untuoso di sudore. “ Che cosa vuole andare a fare da quella parte?” “ Abito l¡” rispose il vecchio. “ In una soffitta.” Sulla carta d'identità era riportato l'indirizzo di Rue de Rennes 154. L'uomo dei CRS alzò lo sguardo alla casa che aveva dietro di sé. Sulla porta c'era il numero 132. Quasi di sicuro, il numero 154 doveva essere più avanti, lungo la strada. Non aveva ricevuto nessun ordine di impedire a un vecchio di tornarsene a casa. “ Va bene, passi pure. Ma si tenga lontano dai guai. Il grande Charles sarà qui tra un paio d'ore.” Il vecchio sorrise, nel riporre i suoi documenti, e per poco non perse l'equilibrio sulla sua unica gamba e sulla gruccia. Valrémy lo afferrò per sostenerlo. “ Lo so. C'É uno dei miei vecchi compagni che sta per avere la sua medaglia. Io, la mia, l'ho avuta due anni fa...” Batt‚ con la mano sulla medaglia della Resistenza appuntata al suo petto. L'ultima immagine che Valrémy ebbe del vecchio soldato fu quella del suo pastrano che scompariva in una porta in fondo alla strada. Madame Berthe alzò gli occhi dal suo lavoro a maglia quando l'ombra dell'uomo cadde su di lei. Era stata una giornata pesante, con tutti quei poliziotti che guardavano negli appartamenti, e non sapeva proprio che cosa avrebbero potuto dire gli inquilini, se ci fossero stati. Per fortuna, erano tutti fuori casa, tranne tre, per le ferie d'agosto. “ Excusez-moi, Madame... mi domandavo... magari un bicchier d'acqua. Fa un caldo terribile, qui fuori, ad aspettare la cerimonia...” La donna intravide il volto e la figura di un vecchio con indosso un pastrano simile a quello che aveva avuto suo marito, da tempo defunto, con le medaglie appese a sinistra sotto il bavero. Si appoggiava pesantemente a una gruccia, e una sola gamba spuntava sotto il pastrano. Il volto sudato aveva un'espressione sofferente. “ Oh, mon pauv' Monsieur... Andare in giro in quel modo... e con questo caldo. Entri, entri. La cerimonia sarà soltanto tra due ore.” La donna si affrettò premurosamente verso la porta a vetri della portineria in fondo all'atrio per andare a prendere un bicchier d'acqua. Il veterano la segu¡ zoppicando. Lo scroscio dell'acqua del rubinetto le imped¡ di sentire la porta esterna della portineria che si chiudeva, e il violentissimo pugno delle nocche serrate sotto l'osso mastoideo sul lato destro della testa, proprio dietro l'orecchio, le giunse completamente inaspettato. Il corpo inerte della donna si afflosciò silenziosamente al suolo. Lo Sciacallo si sbottonò il pastrano e slacciò le cinghie che gli tenevano legata la gamba destra sotto le natiche. Quando raddrizzò la gamba, una smorfia di dolore comparve sulla sua faccia. Lascio passare parecchi minuti per permettere al sangue di riaffluire nel polpaccio e nella gamba, prima di appoggiarvi sopra il proprio peso. Cinque minuti dopo Madame Berthe era legata mani e piedi con alcuni stracci e la sua bocca era chiusa da un grosso pezzo di cerotto. Poi lo Sciacallo la trascinò nel retrocucina e chiuse la porta. Dopo una breve ricerca, trovò le chiavi degli appartamenti in un cassetto del tavolo. Si riabbottonò il pastrano e prese in mano la gruccia, la stessa sulla quale aveva zoppicato attraverso gli aeroporti di Bruxelles e di Milano, dodici giorni prima. Sbirciò fuori della porta: nessuno in vista, nell'atrio. Chiuse a chiave la porta della portineria dietro di sé e sal¡ a grandi balzi le scale. Al sesto piano, scelse l'appartamento della signorina BÉranger e bussò alla porta. Non ci fu alcuna risposta. Dopo aver trovato la chiave adatta, entrò e chiuse a chiave la porta. Si diresse alla finestra e guardò fuori. Sui tetti degli edifici di fronte, stavano appostandosi gli uomini in uniforme azzurra. Era arrivato appena in tempo. Fece scattare il saliscendi della finestra e apr¡ silenziosamente le ante verso l'interno. Poi fece qualche passo indietro. Attraverso la finestra, una chiazza quadrata di luce andò a cadere sul tappeto. Se si fosse tenuto fuori da quel riquadro, gli uomini di guardia l¡ di fronte non avrebbero visto niente. Spostatosi su un lato della finestra, verificò che poteva dominare obliquamente lo spiazzo sottostante davanti alla stazione, a centotrenta metri di distanza. Spostò il tavolo del soggiorno a un paio di metri dalla finestra, tutto da un lato; al posto della tovaglia mise un paio di cuscini, che gli sarebbero serviti come punto d'appoggio per sparare. Si tolse di dosso il pastrano e si arrotolò le maniche, poi smontò la gruccia sezione per sezione; svitò il puntale di gomma, con le rilucenti capsule di percussione delle tre pallottole rimanenti. Soltanto allora cominciavano a svanire la nausea e il sudore provocati dalla cordite che aveva ingerito. Furono poi smontate le varie sezioni della gruccia e da esse uscirono il silenziatore, il mirino telescopico, la culatta e la canna del fucile. Dalla sezione a Y per l'appoggio dell'ascella estrasse due barre d'acciaio che si incastrarono per formare la struttura del calcio del fucile. Per ultimo, il supporto imbottito per l'ascella fu infilato sulla struttura del calcio del fucile, per riparare la spalla. Meticolosamente, con zelo, lo Sciacallo montò il suo fucile. Poi, sedutosi su una sedia dietro al tavolo, appoggiò la canna sopra il cuscino più alto e guardò dentro il mirino telescopico. La piazza illuminata dal sole, quindici metri sotto la finestra, balzò subito a fuoco. La testa di uno degli uomini che ancora segnavano i posti per l'imminente cerimonia attraversò il campo visivo del mirino. Lo Sciacallo segu¡ il bersaglio con il fucile. La testa appariva nitida e grande, grande come la zucca che aveva preso di mira nella radura della foresta. Soddisfatto, lo Sciacallo allineò le tre cartucce sul bordo del tavolo poi con l'indice e il pollice tirò indietro l'otturatore del fucile e infilò la prima pallottola nella culatta. Spinse di nuovo in avanti l'otturatore finché si chiuse sulla capsula della pallottola, poi con un mezzo giro lo serrò ermeticamente. Infine depose cautamente il fucile in mezzo ai cuscini e si frugò addosso per cercare sigarette e fiammiferi. Si accese la sigaretta e si appoggiò comodamente allo schienale della sedia. Aveva davanti a sé un'ora e tre quarti di attesa. Per la prima volta in tanti anni di carriera, il commissario Claude Lebel aveva veramente paura. Sentiva la bocca secca e la lingua attaccata al palato, come se fosse incollata. Qualcosa, ne era certo sarebbe accaduto, quel pomeriggio, e ancora non era in grado di intuire né come, né dove. Durante la colazione con alcuni uomini del comitato di sicurezza aveva sentito il clima passare dalla tensione e dalla collera quasi all'euforia. Restava soltanto una cerimonia e la Place du 18-Juin, gli era stato assicurato, era stata setacciata e sigillata. “ Se n'É andato” aveva affermato Rolland. “ ed É stata anche una cosa molto saggia. Rispunterà fuori da qualche parte, prima o poi, e i miei ragazzi lo beccheranno.” Ora Lebel si aggirava sconsolato tra la folla a duecento metri di distanza dalla piazza in fondo a Boulevard du Montparnasse. Tutti i poliziotti e gli uomini dei CRS con cui aveva parlato gli avevano dato la stessa rlsposta: nessuno era passato da quando erano state montate le transenne, a mezzogiorno. Le strade principali erano bloccate, le strade laterali erano bloccate, i vicoli erano bloccati. I tetti erano presidiati e sorvegliati a vista, la stazione stessa pullulava di uomini del servizio di sicurezza, appostati sulle tettoie dei grandi capannoni, sulle pensiline della stazione, ora sllenziosa perché tutti i treni erano stati dirottati per quel pomeriggio. All'interno del perimetro della piazza, tutti gli edifici erano stati setacciati, dalla cantina al solaio. Lebel camminava svelto lungo le strade laterali, mostrando il suo lasciapassare, e sbucò in Rue de Rennes. Sempre lo stesso: la via principale bloccata, la strada deserta, esclusi gli uomini dei CRS di pattuglia. Lebel ricominciò a fare le sue domande. Visto nessuno? No, signore. Nessuno É passato di qui, proprio nessuno? No, signore. Nello spiazzo della stazione udiva la banda che accordava i suoi strumenti. Diede un'occhiata all'orologio. Il generale poteva arrivare da un momento all'altro, adesso. In fondo alla piazza sent¡ gridare degli ordini, poi da Boulevard du Montparnasse un corteo d'automobili sbucò in Place du 18-Juin. Vide il corteo che infilava i cancelli dello spiazzo, davanti ai poliziotti impettiti sull'attenti. Alzò lo sguardo verso i tetti. Bravi ragazzi. Gli uomini di guardia lassù erano all'erta e i loro occhi non cessavano mai di spostarsi da un tetto all'altro, da una finestra all'altra. Era arrivato sul lato occidentale della Rue de Rennes. Un giovane dei CRS se ne stava con i piedi saldamente piantati tra l'ultima transenna e il muro dell'edificio numero 132. Lebel gli fece balenare la sua tessera di riconoscimento. L'uomo si irrigid¡ sull'attenti. “Da quanto tempo sei qui?” “ Fin da mezzogiorno, signore, da quando É stata sbarrata la strada.” “Nessuno É passato da quell'apertura?” “ No, signore... Be', s¡, soltanto un vecchio mutilato. Abita laggiù.” “Che tipo di mutilato?” “ Un tipo anziano, signore. Aveva la carta di identità e la tessera di mutilato di guerra. Indirizzo: Rue de Rennes, 154. Insomma, ho dovuto lasciarlo passare, signore. Sembrava che stesse proprio male, ma era naturale, con quel pastrano, il caldo, e tutto il resto...” “Pastrano?” ripet‚ Lebel. “ Sissignore. Un pastrano militare, come quello dei vecchi soldati.” “Hai detto che era mutilato di guerra. Che cosa aveva?” “ Una gamba sola, signore. Zoppicava appoggiato a una gruccia.” In fondo alla piazza, i primi nitidi squilli delle trombe intonarono Allons enfants de la patrie... le jour de gloire est arriv‚... Numerose persone in mezzo alla folla ripresero il canto della Marsigliese. “ Una gruccia?” Alle orecchie di Lebel, la propria voce suonò lontanissima. “ Sissignore, una gruccia di metallo...” Lebel stava già correndo, gridando all'uomo dei CRS di seguirlo. Erano raccolti sotto la luce del sole, nello spiazzo deserto. Le auto e il personale del palazzo erano disposti lungo la facciata della stazione. Di fronte a loro erano schierati i dieci veterani. Sul lato est dello spiazzo c'era il corpo diplomatico, una massa compatta di abiti color grigio-antracite, rotta qua e là da qualche nastro rosso della Legion d'Onore. Il lato occidentale era occupato dalla guardia repubblicana in alta uniforme, con l'elmetto. Lo Sciacallo socchiuse un occhio e con l'altro guardò nello spiazzo attraverso il mirino. Prese di mira il veterano che gli era più vicino, l'uomo che avrebbe ricevuto per primo la medaglia. Era un uomo basso e tarchiato, tutto impettito sull'attenti. La sua testa appariva nitidamente nel mirino del fucile. Entro qualche minuto, di fronte a quell'uomo, sovrastante di una trentina di centimetri, ci sarebbe stata un'altra faccia, orgogliosa, arrogante, con un chep¡ color cachi ornato da due stelle d'oro. Marchons, marchons, ... qu'un sang impur abreuve nos sillons. Quando le ultime note dell'inno nazionale si spensero, un grande silenzio calò sulla piazza. Il ruggito del comandante della guardia echeggiò nel cortile della stazione. “ Il generale de Gaulle... Pre-e-e-senta-tarm!” Si udirono tre rumori secchi, distinti: quello delle mani nei guanti bianchi che impugnavano il calcio del fucile, il rumore metallico dei caricatori, lo schiocco dei tacchi che battevano. La folla davanti alle auto si divise per far ala a una solitaria, alta figura che usc¡ in mezzo a loro e cominciò a incedere verso la fila dei veterani di guerra, seguita a ragguardevole distanza dal ministro per i congedati e da un ufficiale che portava un cuscino di velluto, sul quale era disposta una fila di dieci medaglie e di dieci nastrini colorati. “É questa?” Lebel si fermò, ansimando, e indicò una porta. “Mi sembra, signore. S¡, É questa la porta in cui É entrato.” Il piccolo commissario era già entrato nell'atrio, e Valrémy lo seguiva, per nulla dispiaciuto di uscire dalla strada, dove il loro strano comportamento stava attirando smorfie di disapprovazione degli alti ufficiali impettiti davanti ai cancelli del cortile della stazione. Be', se fosse stato sottoposto a inchiesta, poteva sempre spiegare che quell'ometto buffo si era fatto passare per commissario di polizia e che lui aveva cercato di trattenerlo. Quando entrò nell'atrio, l'investigatore stava già scuotendo la porta della portineria. “ Dov'É la portinaia?” gridò. “ Non lo so, signore.” Prima che l'altro potesse protestare, l'ometto fracassò con il gomito il vetro, introdusse una mano e apr¡ la porta dall'interno. “ Seguimi” ordinò, piombando dentro il locale. Certo, certo che ti seguo, pensò Valrémy, devi essere impazzito. Trovò l'investigatore davanti alla porta del retrocucina. Vide la portinaia legata e afflosciata sul pavimento, ancora priva di sensi. “ Che mi venga un accidente!” Improvvisamente cap¡ che quell'ometto era davvero un commissario di polizia e che insieme stavano dando la caccia a un criminale. Era giunto il grande momento. “ All'ultimo piano” gridò il commissario e infilò le scale a una tale velocità, che sorprese Valrémy, il quale faticava a tenergli dietro, slacciandosi la carabina durante la corsa. Il Presidente di Francia si fermò davanti al primo veterano della fila, lievemente chino per ascoltare il ministro che gli spiegava i meriti dell'uomo. Quando il ministro ebbe finito, il Presidente si rivolse all'ufficiale che portava il cuscino e prese la medaglia che gli veniva porta. Mentre la banda intonava sommessamente La Marche Lorraine, l'imponente generale appuntò la medaglia sul petto rotondo dell'uomo. A centotrenta metri di distanza, lo Sciacallo incollò l'occhio al mirino telescopico. Poteva distinguere chiaramente i lineamenti dell'uomo, la sua fronte con l'ombra del chep¡, gli occhi penetranti, il naso prominente. Le linee incrociate del mirino si incontravano sulla tempia. Lentamente, con dolcezza, premette il grilletto... Una frazione di secondo dopo fissava allibito il cortile prospiciente la stazione, come se non potesse credere ai suoi occhi. Prima che la pallottola uscisse dalla bocca del fucile, il generale aveva chinato di scatto la testa in avanti per l'accolade, il tradizionale abbraccio di congratulazioni. In seguito, fu appurato che la pallottola era passata a meno di un centimetro dietro la testa che si spostava. Non si seppe mai se il Presidente avesse avvertito il sibilo prodotto dallo spostamento d'aria. Ma se lo avvert¡, non lo diede comunque a vedere. La pallottola andò a colpire il catrame ammorbidito dal sole, disintegrandosi senza danno a una profondità superiore ai due centimetri. Ripresero le note della Marche Lorraine. Il Presidente si raddrizzò e si incamminò lentamente verso il veterano successivo. Dietro il suo fucile, lo Sciacallo imprecava sommessamente, travolto dall'odio. In vita sua, non aveva mai mancato un bersaglio fisso a centotrenta metri di distanza. Poi si calmò; c'era ancora tempo. Prese la seconda cartuccia sul tavolo e ricaricò il fucile. Qualche secondo prima, Claude Lebel era arrivato ansimando al sesto piano. Gli sembrava che il cuore stesse per scoppiargli. Le porte che davano sulla parte anteriore dell'edificio erano due. Spostò lo sguardo dall'una all'altra, mentre l'uomo dei CRS lo raggiungeva, con la carabina appoggiata sul fianco. Mentre Lebel esitava davanti a una delle due porte, si ud¡ un sommesso ma distinto "fuuu". Lebel tese l'indice della mano verso la serratura della porta. “ Spara!” ordinò. L'uomo dei CRS si puntò su tutti e due i piedi e fece fuoco. Schegge di legno, di metallo, di cartucce volarono in tutte le direzioni. La porta vacillò, poi ricadde lentamente all'interno. Valrémy fu il primo a entrare nella stanza, con Lebel alle calcagna. Valrémy riconobbe soltanto le ciocche grigie dei capelli, ma nient'altro. L'uomo aveva due gambe, il pastrano era scomparso e le braccia che stringevano il fucile erano quelle di un uomo giovane e forte. Il tizio non gli lasciò altro tempo; voltandosi agilmente, mezzo accovacciato com'era, fece fuoco con l'arma appoggiata sul fianco. Quell'unica pallottola non produsse alcun suono: si conficcò nel petto di Valrémy ed esplose. Una sensazione lacerante, fortissima, improvvise fitte di dolore; poi anche quelle scomparvero e fu il buio. Sopra il corpo di Valrémy, Lebel fissò negli occhi l'uomo. “ Chacal” disse. L'altro disse soltanto: “ Lebel”. Stava armeggiando col fucile. Lebel vide il riverbero del bossolo che cadeva al suolo. L'uomo stava infilando qualcosa nella culatta del fucile, tenendo però gli occhi puntati su di lui. Sta cercando di paralizzarmi con lo sguardo, pensò il commissario. Sta per uccidermi. Con uno sforzo abbassò lo sguardo sul pavimento. La carabina di Valrémy era ai suoi piedi. Quasi senza rendersene conto, si lasciò cadere in ginocchio, afferrò l'arma, la puntò in alto con una mano, con l'altra annaspò alla ricerca del grilletto. Ud¡ che lo Sciacallo faceva scattare la culatta del fucile proprio mentre lui trovava il grilletto della carabina. Lo premette. Mezzo caricatore di pallottole da nove millimetri colp¡ lo Sciacallo al petto: lo sollevò da terra, rovesciandolo a metà in aria, e poi fece ricadere pesantemente il suo corpo in un ammasso scomposto nell'angolo opposto, vicino al divano. Più tardi, alle domande dei giornalisti fu risposto che i rumori provenienti da Rue de Rennes erano stati provocati dal carburatore difettoso di una motocicletta. Il sovrintendente Thomas ricevette una telefonata, quella sera. “ Lo hanno preso” annunciò al suo primo ispettore. “ A Parigi. Nessun problema, ma sarebbe meglio perquisire il suo appartamento.” Erano le otto di sera e l'ispettore stava facendo un ultimo spoglio delle proprietà di Calthrop quando ud¡ qualcuno che entrava attraverso la porta lasciata aperta. Si voltò. Un uomo era davanti a lui, con espressione corrucciata. “ Chi É lei?” domandò l'ispettore. “ Calthrop” rispose il nuovo venuto. “ Charles Calthrop. Questo É il mio appartamento. E lei, che cosa diavolo crede di fare?” “ Se lo Sciacallo non era Calthrop” osservò Thomas, dopo che cinque locande della Scozia settentrionale ebbero testimoniato che Charles Calthrop aveva effettivamente trascorso le tre settimane precedenti dedicandosi al suo sport preferito, la pesca, “ allora, chi diavolo era quell'uomo?” “ Non possono esserci dubbi” osservò il commissario della polizia metropolitana, “ il governo di Sua Maestà non ammetterà mai che si trattava di un cittadino inglese. Un cittadino inglese É stato sospettato. Ora É stato scagionato. Per quanto ci riguarda il caso É chiuso.” Il giorno seguente il corpo di un uomo fu sepolto in una tomba senza nome al cimitero di PÉre-Lachaise, a Parigi. Il certificato di morte attestava che il corpo era quello di un turista straniero sconosciuto, ucciso in un incidente stradale da un "pirata" della strada. Erano presenti un sacerdote, un ufficiale di stato civile, due becchini e un ometto tutto solo che rifiutò di declinare le sue generalità. Quando tutto fu finito, l'uomo ripercorse il sentiero di ghiaia del cimitero, per far ritorno a casa, dalla moglie e dai figli. Il giorno dello Sciacallo si era cos¡ concluso. FINE.